Contorni, Secondi

Asiago fritto (e planetoidi apocalittici).

Dopo un lustro passato a leggere giusto le scatole dei cereali durante la colazione, nell’ultima settimana ho aperto le pagine di un libro.

Reazione comprensibile.

Grazie a questo improvviso desiderio culturale ho scoperto che non solo io non so assolutamente niente del mondo che mi circonda (io non so manco perché piove, per dire), ma non è che gli scienziati siano messi molto meglio di me.
Sì, perché il libro in questione è un saggio che si intitola Breve storia di (quasi) tutto (e se clicchi qui te lo puoi leggere anche tu).
Breve un cazzo, perché sono quasi 1400 pagine ed io sono solo a pagina 500, ma già basta per dirti che leggerlo è divertente, sì, ma il tutto ti alimenta delle paure che non puoi gestire.

Nervosetta?

Al capitolo dedicato ai planetoidi (che fino a ieri chiamavo asteroidi ma ora sono una persona meglio e me la meno, anche) io non ci sto capendo più niente.
Devi sapere che anche se noi non li vediamo a occhio nudo, siamo letteralmente circondati da questi planetoidi. In sostanza dei massi (alcuni enormi, altri meno) che ci volano di fianco, ad una velocità totale.
Per circondati intendo che sembra che non sappiamo manco quanti siano: migliaia? Milioni? E ogni settimana almeno due o tre ci passano davvero vicinissimo.
E lo sai che cosa accadrebbe se anche uno solo di questi decidesse di caderci in testa?
Moriremmo tutti. TUTTI.

Se ci rifletti a lungo, l’unico rifugio è la pazzia.

Non solo è praticamente impossibile sapere se e quando uno di questi planetoidi ci cadrà in testa, ma pure se lo sapessimo non potremmo farci niente. Inutile che cerchi il numero di telefono della piattaforma di trivellazione più vicina: là sopra non ci troverai Bruce Willis, ed anche se fosse il geniale piano di Armageddon è proprio una roba infattibile. Pensa che non possediamo manco più i progetti per costruire razzi che possano aiutarci in qualche maniera, quindi staremmo solo qui ad aspettare la morte.
Perché o muori per l’impatto, o muori incendiato a causa degli spostamenti dovuti al botto. Oppure ci penserà uno tsunami o un terremoto o cazzo ne so. Quello che l’autore del libro scrive è che non c’è scampo e basta. E descrive pure tutto il processo.
Ecco un’idea:

“È stato stimato che alla fine del primo giorno sarebbero morte almeno un miliardo e mezzo di persone. L’enorme perturbazione della ionosfera farebbe saltare tutti i sistemi di comunicazione, dappertutto: i sopravvissuti quindi non avrebbero la minima idea di che cosa succeda altrove, né saprebbero da che parte fuggire. E comunque non farebbe una grande differenza. Come ha detto un giornalista, darsi alla fuga significherebbe «preferire una morte lenta a una rapida. Qualsiasi plausibile tentativo di migrazione influenzerebbe ben poco il bilancio delle vittime: la capacità della Terra di alimentare la vita, infatti, sarebbe universalmente diminuita»”
La quantità di fuliggine e ceneri sospese, alzate dall’impatto e dagli incendi successivi, oscurerebbe il Sole di sicuro per mesi, forse anche per anni, sconvolgendo i cicli vitali”.

Complimenti per la reazione vulcaniana, io a questo punto stavo leggendo cercando di non piangere.

A tutto questo si può reagire in due modi:

  • che bella la vita, ogni secondo è un dono, gioia, gioia, giubilo, felicità.
  • nel mio.

Già pensavo che l’esistenza del singolo fosse priva di significato ed ho cercato, in tutte le scelte della mia vita, di allontanarmi più possibile dal dovere per cercare solo il piacere. Non intendo i piaceri sfrenati, le orge e chissà cosa: solo lo stare meglio possibile, tentando di allontanare tutti quegli obblighi sociali che pervadono le vite di tutti. Dal cenone di Natale al procreare.
Ho sempre creduto nell’evoluzione personale ed ho anche sempre pensato che dall’evoluzione del singolo anche l’umanità tutta, un passo alla volta, migliori a sua volta.
Ho sempre anche creduto che l’estinzione per mano umana (quella alla Fallout) non sia un destino segnato: proprio grazie all’evoluzione dei singoli esseri umani si può arrivare ad evitare funghi atomici e simili.

Quanta ingenuità. Una volta appurato che la nostra estinzione sarà quasi certa, perché prima o poi uno di questi planetoidi ci cadrà pur in testa… a che serve il miglioramento collettivo? E quello singolo? A che pro sperare in un futuro, o in un qualsiasi cosa che non sia l’egoistico qui e ora?

Indeed.

Abbiamo trasmesso: primo esperimento di pensieri random da Kaiju.
Oggi erano planetoidi, domani chissà.

Ed ora andiamo a friggere l’Asiago, che l’esistenza è frivola e sfuggevole quanto vogliamo ma la fame è fame.
Go, go, go!

Come ogni volta che mangiamo fritto, inizia ad allenarti che lo sai come va.

Ho rubato la ricetta ad Apriti Sesamo e mica adesso: era luglio. Da luglio questo Asiago è rimasto nel freezer, infarinato e pronto per essere gettato nell’olio.
Non c’è bisogno però di tenerlo per davvero 4 mesi a ghiacciare: 8 ore dovrebbero essere più che sufficienti.

Per preparare l’Asiago fritto hai bisogno di:

  • un pezzo di Asiago. Cercalo della forma più regolare possibile e spesso almeno un dito;
  • olio per friggere. Come sempre, ti consiglio di usare l’olio extravergine di oliva e non quello di semi: è più leggero e soprattutto è praticamente impossibile da bruciare. Per noi che sbagliamo più che volentieri, incontrare meno difficoltà è cosa gradita;
  • farina e un foglio di carta da forno.

Intanto le presentazioni: ecco l’Asiago.

Ciao.

Nonostante i consigli che ti ho dato più sopra, il mio pezzo non era affatto omogeneo. Spesso un dito da una parte, quasi invisibile nella parte finale. Ma questo avevo e con questo mi sono arrangiata.

Avvolgilo in carta da forno e mettilo in freezer per 4 ore.

Esaurito questo tempo sciacqualo bene in acqua fredda, poi infarinalo in ogni suo lato.

Mettilo in freezer, sempre avvolto dalla stessa carta da forno, per altre 4 ore.

Si tratta di una frittura ad immersione, quindi riempi la padella (o il wok o il pentolino o boh) che usi per friggere e comincia a scaldare l’olio. Fiamma media.
Fai la prova con un po’ di farina: se la cacci dentro ed inizia a friggere, l’olio è pronto per accogliere il formaggio.

Preleva l’Asiago dal freezer e molto delicatamente posalo nell’olio.
Attenta alle dita e, se come me sei scema ed hai riempito troppo il padellino, fai un passo indietro quando sarai costretta a lanciarlo per immergerlo in modo definitivo.

Quando uno è un genio e non calcola la massa del formaggio.

Il formaggio dovrà friggere per 3 minuti MASSIMO e dovrai girarlo una volta sola.
Non prolungare più di tanto la cottura perché è formaggio: si scioglie, dopo un po’.
Se dico 3 minuti massimo, intendo proprio questo, alla lettera.

Dopo che l’hai girato una volta usando un paio di palette, conta 30 secondi, poi tiralo fuori.
Non usare la pinza per tirarlo fuori: si spappolerebbe.
Non posarlo su carta assorbente: il formaggio con ogni probabilità ci si attaccherebbe sopra. Così niente olio in eccesso, ma addio anche a tanto prezioso Asiago.

Ecco l’aspetto del mio:

Ed ecco una versione tagliata, dove si vede che il formaggio c’è pure se cerca di nascondersi:

Basta per cenarci? È piuttosto pesante. Io ci ho accompagnato un paio di gamberetti sempre fritti, perché volevo che il mio fegato si rendesse conto che gli scansafatiche non sono ben accetti, da queste parti.

Ciao e buon appetito!

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Primi

Ziti al ragù d’agnello

Mi sveglio alle quattro del mattino. Colazione per un’ora, palestra per almeno tre. Poi spesa. A piedi, a volte col freddo, per diversi chilometri.
Al mio ritorno, ultimamente quasi sempre, iniziano i preparativi per la cena. Sì, la CENA, perché se hai fatto bene i tuoi calcoli, per il pranzo è troppo presto.
Quindi ecco la tortura delle torture: un’ora in cucina, senza però assaggiare niente. Con una fame della madonna.

Ed io così.

Anche questo ragù è stato preparato in queste condizioni e non è stata una scelta sbagliata: necessita di un paio d’ore di cottura e soprattutto se riposa nella pentola si evolve da buonissimo in bestiale. 
Quindi quando il sacrificio culinario chiama, Pizzakaiju risponde quasi sempre.

Ma non scherziamo, prova tu ad annusare carne d’agnello per due ore, dopo aver sollevato pesi come non ci fosse un domani.

Innanzitutto parliamo del tipo di carne da scegliere: stiamo facendo un ragù, quindi questo significa cottura a fuoco basso, lenta lenta. Pure la carne di mia nonna diventerebbe morbida, quindi c’è poco da preoccuparsi.

La Piccola Quaglia, a cui io ho rubato la ricetta, ha usato collo e spalla. Io non li ho trovati e ho pappato la coscia.

La scelta della carne è importante.

Tu compra quello che trovi, il risultato sarà ottimo qualsiasi sia la tua scelta.
Go, go, go! e portiamoci a casa la cena di stasera.

Per preparare degli ziti con ragù di agnello, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di ziti;
  • 500 grammi di agnello. Coscia, per me. Considera che dell’agnello si scarta un sacco di roba, quindi comprane almeno un chilo;
  • una carota, una costa di sedano, una cipolla bianca;
  • una foglia di alloro, sale;
  • un cucchiaio d’olio;
  • una bottiglia di passata di pomodoro (700 grammi);
  • un po’ di formaggio grattugiato da mettere sui piatti. Cacioricotta mista o di pecora, ma anche un più comune pecorino o parmigiano;
  • 100 grammi di vino rosso.
Allora non mi ascolti. Ti ho detto che stasera si mangia agnello!

Ti presento la carne d’agnello:

Ciao.

Dobbiamo innanzitutto tagliarla a pezzi. Tieni il grasso, ma togli più cartilagine possibile.
Usa delle forbici, il coltello, una bomba atomica. Non ci sono regole.

Le bombe atomiche le avevo finite.

Alla fine di questo lavoro degno di Leatherface avrai davanti un piattone pieno di morte, di cui andare fiera:

Non giudicateci, noi siamo vegani dentro.

Lava carota e sedano, leva la parte esterna con un pela patate e poi cacciali nel mixer. Unisci anche la cipolla, tritata in maniera grossolana.
Attiva le lame e riducili a un trito.

In una pentola capiente e di cui possiedi il coperchio, versa un cucchiaio d’olio.
Aggiungi subito le verdure e falle soffriggere, a fiamma medio bassa, per due o tre minuti. Gira spesso.

Caccia dentro anche la carne e la foglia di alloro.

Alza leggermente la fiamma e fai rosolare bene la carne, su ogni lato, per dieci minuti.
L’agnello cambierà colore e rilascerà anche del liquido.

Versa ora i 100 grammi di vino. Alza la fiamma e fai evaporare la parte alcolica.

A questo punto bisogna versare la passata di pomodoro.
Non tutta: inizia con 500 grammi.

Aspetta che inizi a sobbollire, poi sposta la pentola sulla fiamma più piccola che hai. Tieni semicoperto e fai cuocere per 30 minuti.

Esaurito quel tempo metti un po’ d’acqua nella bottiglia di passata per fare la scarpetta del pomodoro rimasto dentro. Chiudi la bottiglia col suo tappo, scuotila bene come se stessi preparando un cocktail e poi versa il contenuto nella pentola.
Il sugo deve cuocere per un’altra ora e mezza. Se occorre altra acqua perché il sugo si potrebbe pure restringere in maniera eccessiva, aggiungine. Usa sempre il semicoperto e l’ultima mezzora falla col coperchio ma aprendo e girando spesso, perché è il momento in cui ci sarà meno liquido in assoluto.

Per tutta l’ora e mezza ogni tanto gira, non alzare mai la fiamma e non aggiungere manco il sale (per quello c’è sempre tempo).

Il risultato che devi ottenere è una roba parecchio densa.

Se dopo un’ora e mezza non  è così, limitati a togliere il coperchio ed a proseguire finché il liquido in eccesso evapora.

Assaggia e vedi te se aggiungere il sale. La carne di agnello è saporita, quindi non è detto che tu ne senta la necessità.

Ora, se come me l’hai preparata ad ora di pranzo, la sera metti il coperchio, accendi la fiamma bassa e fai riscaldare per tutta la preparazione degli ziti.
Se invece tu non sei di quelle che gioca d’anticipo spegni la fiamma, chiudi col coperchio per tenerlo in caldo e mettiti a spezzare gli ziti.

Cuoci gli ziti al dente (ti basta togliere un minuto dal tempo indicato sulla confezione) e cacciali in una ciotola. Aggiungi il sugo a mestolate, fino a quando raggiungi la quantità desiderata.

Se ti avanza il sugo te lo mangi col pane, che è troppo buono.

Prepara le porzioni e cospargi ogni piatto con un po’ di formaggio grattugiato.
Davanti a te dovresti avere una meraviglia simile:

Mangia, te lo sei meritato.
Ciao e buon appetito!

Anche oggi si mangia!
pizzette

Pizzetta KEVIN!

Quella sensazione che ti piglia quando sei a letto e pensi di avere dimenticato qualcosa.
La porta è chiusa? E le persiane? Ho spento tutti i fornelli? Il gatto è dentro o fuori?

Poi l’illuminazione.
Certo che hai dimenticato qualcosa. E quel qualcosa è sempre la stessa, ormai dal 1990 ad oggi:

KEVIN!

Sì, lo so che per voi è davvero Natale quando in televisione trasmettono Una Poltrona per Due. 
Però per me non è così. Anzi, se devo proprio dirlo, a me Una Poltrona per due fa proprio schifo.

E non cominciare ad insultare!

Non festeggio il natale, non addobbo l’albero, non preparo il presepe e manco stappo lo spumante a mezzanotte dell’ultimo dell’anno (di solito, anzi, mi addormento alle dieci).
Nella vita del Kaiju non c’è posto per lenticchie e cotechino (che magari vengono divorati a ferragosto), né per cenoni di famiglia e tombole e pacchi regalo.
Sì, la vita del Kaiju è una vita da Grinch.
Lo stesso, Mamma ho perso l’aereo è uno dei film della vita.

E sì, lo so che pure in una Poltrona per due si mangia la pizza.
Ma vuoi mettere tra ‘sta cosaccia qui…

… e questa qui?

Quindi ho deciso di inaugurare il mio personalissimo rito natalizio e salutare la felice nascita di Gesù Cristo in Croce con la pizza formaggiosa di KEVIN!
Da leggersi sempre urlando, mi raccomando.

Quando scrivo formaggiosa, intendo proprio che ti ritroverai il caglio al posto del sangue.
Fun Fact che non è fun per niente: un quarto di pizzetta ti porterà intorno alle 700 calorie. Quindi sii cauta nella tua pappa, mi raccomando.

Go, go, go! e sigla!

Con questo discorso mi candiderò alla presidenza americana e vincerò.

Useremo una teglia 30×20. 

Per preparare una pizzetta KEVIN!, per due persone, hai bisogno di:

  • 250 grammi di farina per pizze e focacce. Sui sacchi di farina c’è scritto proprio così, se trovi quella con la dicitura macinata a pietra compra quella, che mi è sembrata più decente rispetto alle altre;
  • 7 grammi di lievito di birra fresco;
  • 3 grammi di zucchero o di miele;
  • 125 grammi di acqua tiepida;
  • 5 grammi di sale fino;
  • 25 grammi d’olio extravergine di oliva;

Per condirla hai bisogno di:

  • un filo d’olio;
  • 50 grammi di parmigiano grattugiato;
  • 100 grammi di mozzarella, più asciutta possibile. Se riesci a trovarne che si possa grattugiare, ancora meglio;
  • 100 grammi di fontina grattugiata;
  • 100 grammi di caciocavallo grattugiato;
  • dai 100 ai 150 grammi di gorgonzola, dipende anche da quanto è intenso il suo sapore e da quanto ti piace;

Partiamo dai tempi.
L’impasto che ti ho dato ha bisogno di minimo un’ora e 45′ di lievitazione: la prima ora come palla, i 45 minuti già stesa in attesa del pomodoro. Se vuoi puoi anche allungare la prima lievitazione a due ore: non cambia molto, dipende come ti sei organizzata (a volte un’ora in più può fare comodo). I 45 minuti, invece, rimangono intatti.
Non starò qui a ripetere tutto il procedimento, perché lo trovi qui.
Facciamo finta che tu abbia impastato per dieci minuti, fatto lievitare una o due ore, steso la pasta e fatto lievitare nuovamente per altri 45 minuti.

Mentre ti aspetto, gif da intervallo.

You want me to break something else?

Accendi il forno a 210 gradi.

Con un pennello da cucina (ma pure un Cinghiale va benissimo) spennella la superficie con un po’ d’olio.

Grattugia 50 grammi di parmigiano e mettili in un piatto.
Su un altro piatto metti insieme fontina, caciocavallo e mozzarella grattugiati (100 grammi di ognuno).

Parentesi sulla mozzarella: ovviamente puoi usare una fiordilatte meno schifida di quelle a cui ormai mi sono convertita io, ma più la mozzarella è buona e meno è adatta ad andare in forno. Pesantezza digestiva a parte, quello che scassa davvero le palle è il latte che esce. La cottura si prolunga e, a volte, può addirittura finire malissimo.

Il mio consiglio è, fintanto che dobbiamo cucinare pizzette discutibili come questa, di comprare quella creata apposta per la pizza. Poiché, in fin dei conti, se tu decidessi di comprare la mozzarella buona, dovresti comunque lasciarla in frigo a spurgare, rovinandola del tutto. Tanto vale comprarla già rovinata, non ti pare?

Ti vedo molto interessata.

Cospargi la pizzetta con il mix mozzarella-fontina-caciocavallo.

Metti qui e là dei tocchetti di gorgonzola, stando bene attenta a distribuirlo un po’ ovunque. Quanto? Dipende quanto ti piace e anche da quanto è invadente. Io ne ho messo circa 150 grammi, ma vivo anche in teronia e qui il gorgonzola non è di certo di quelli super saporiti.

Infine cospargi il tutto con il parmigiano.
Metti in forno: 210 gradi per 25 minuti, modalità statica.
Dovrà diventare bella colorata e sbruciacchiosa:

Tuttavia le pizzette ci regalano il loro meglio da tagliate. E possa incenerirmi la Madonna, se pronuncio falsità:

E la Madonna MUTA.

Siccome l’internet è grande e spettacolare, una persona ha guardato la foto che sto per metterti e mi ha chiesto Che cos’è?

Ed io ho risposto l’ovvio: Tortellini al sugo, non si capisce?

Ancora una e basta, si va tutti a casa.

La bellezza. Nelle nostre pance.

Ciao, buon Sant’Ambrogio, buona preparazione al Natale e buon appetito!

MERRY NEW YEAR A TUTTI QUANTI!
Dopo la palestra, riso

Tette di riso. Ripiene.

Capitano quelle volte in cui tu ti impegni tantissimo nel fare da mangiare, ma comunque un sacco di roba non va.
Ti cadono cucchiai di legno per terra (e a volte ti girano così le balle che li usi pure così, lerci), afferri la bottiglia d’olio al volo perché la stavi facendo precipitare spostando piatti e cose – ed ormai sei diventato campione del mondo in Prendi l’olio al volo – e come se non bastasse creature oscene si divertono ad accendere mixer, forni e frullatori cercando di farti distrarre e bruciare tutto.

La signora è proprio frustrata, non gliela vogliono proprio far cucinare quella stupida pasta col tonno.

In uno di questi scenari qui ho lessato un riso che volevo ripassare nel wok, ma non era del tipo adatto: amido, amido ed ancora amido.
Dopo averlo spalmato un po’ per tutta la casa – era uno di quei giorni lì, quindi solo casino – ho deciso che ok, va bene tutto, però non si butta.
Quindi piano B per il pranzo del giorno dopo.
Già era successa questa cosa: chi si ricorda degli Onigiri punkabbestia?

Grossi anche più di questi.

Questa volta ho deciso di trasformarli in tortini ripieni di formaggio, che poi avrei condito con non so bene cosa, tanto il frigo ultimamente è stracolmo di cibo avanzato.

Quindi questa è un’idea che puoi usare pure tu, modificando un po’ tutto quanto perché è totalmente adattabile.

Io ho riempito i tortini di feta, ma tu ci puoi mettere quello che ti pare: dal salmone affumicato allo stracchino, passando per le verdure per arrivare a i bocconcini di pollo passati in padella.
Il sugo di fagioli con cui alla fine li ho accompagnati, è sostituibile con un sugo anche più semplice, oppure una fonduta con qualsiasi formaggio avanzato.
Insomma, non farti venire il mal di testa scrivendo la lista della spesa, basta che apri la dispensa e la saccheggi.

Ci pensa già la vita a sfracassarti il cervello, non ti preoccupare.

Ah, ho deciso di chiamare i tortini Tette di riso. Se è porno, però, tolgo.

Go, go, go!

Per preparare due Tette di riso hai bisogno di:

  • 200 grammi di riso. La tipologia che vuoi;
  • 200 grammi di feta (o altro ingrediente segreto con cui riempire i tortini);
  • 200 grammi di passata di pomodoro. Hai presente quella bottiglia mezza vuota che tra un po’ fa la muffa? Ecco, usa quella;
  • sale, pepe;
  • un barattolo di fagioli (se li vuoi preparare da zero, te ne servono 200 grammi di secchi);
  • un cucchiaio d’olio;
  • uno scalogno.

Sia chiaro: puoi anche non formare le tette e mescolare la roba direttamente nel riso. Però così non diventano tette e levi l’effetto SHOCK! ai tuoi allegri commensali.

Tette dolci.

Lessa il riso in acqua salata, bestemmia guardando quell’amido di troppo che non ti permetterà di friggerlo nel wok e caccialo in un piatto.

Per creare le tette ti servono due tazze identiche, come queste:

Apri la feta e sciacquala bene sotto l’acqua fredda.

Con un cucchiaio metti metà del riso nelle due ciotole e mettici dentro la feta. Avevo della stupida feta a dadini, ma se sei fiera possidente di feta a pezzi, sbriciola con le mani, in maniera grossolana.

Ricopri la feta con l’altra metà del riso ed appiattisci bene la superficie con il dorso di un cucchiaio.

Quel pezzetto di feta serve solo a scattare la foto: la macchina non voleva mettere a fuoco.

Se è per il giorno dopo, mettilo in frigo.
Altrimenti lascialo lì e pensiamo al sugo.

Scola i fagioli dalla loro acqua e sciacquali bene. Se li vuoi preparare da zero ci vogliono un paio d’ore senza ammollo. Con ammollo devi metterle in acqua dalle 12 alle 24 ore.
Ecco i due procedimenti:
Fagioli con ammollo – qui.
Fagioli senza ammollo – qui.

Se usi quelli in barattolo ecco la difficilissima operazione dello sciacquaggio.

Versa in un pentolino un cucchiaio d’olio e poi fai soffriggere un minuto lo scalogno tritato.

Versa ora 200 grammi di passata e i fagioli. Mescola bene, aggiungi il sale.

Fai andare a fiamma medio-bassa per dieci minuti.

È tempo di creare le tette.
Se erano in frigo devi scaldarle in microonde per un minuto, un minuto e mezzo massimo. Massima temperatura.

Chiudi con un piatto la tazza col riso e capovolgi il tutto con un movimento deciso.
Batti leggermente sulla tazza e dovresti avere davanti a te una tetta:

Ora il cubetto di feta ha un senso più chiaro.

Spegni il fuoco e versa il sugo di fagioli tutto intorno alla tetta. Mettine una mestolata anche sopra, se vuoi, tanto si mangerà tutto mescolato.

E niente, è davvero tutto qui.
Ora puoi distruggere tutto e mangiare, cospargendo con un po’ di pepe. Non ho più segreti da tramandarti, almeno per oggi.

Ma un’altra foto sì, perché è venuta bene.

Ciao e buon appetito!

Dopo la palestra, gnocchi

Gnocchi di patate al sugo.

È di nuovo quel momento là. Quel momento in cui hai faticato tutta la mattina, c’hai una fame della madonna e ti stai per avventare su qualsiasi cosa assomigli al cibo.

Hai così fame che ti mangi direttamente le confezioni con la roba dentro.

Quindi ecco una ricetta non ricetta, da farsi rigorosamente con gnocchi industrialissimi, che stanno nel frigo da chissà quanto e manco ti ricordi perché li hai comprati.
Una ricetta che puoi usare con tutti i tipi di gnocchi, pure quelli ripieni, quelli con le farine strani, quelli di.
Prepariamo gli gnocchi al sugo, con la passata di pomodoro.
Il tempo dell’acqua che bolle e puoi sfogare il tuo appetito incontenibile.

Go, go, go!

Come non capirlo.

Per preparare degli gnocchi di patate al sugo, per due persone, hai bisogno di: 

  • 500 grammi di gnocchi. Confezionati, che c’abbiamo fretta;
  • una cipolla bianca;
  • un cucchiaio d’olio;
  • sale, origano;
  • 400 grammi di passata di pomodoro;
  • un po’ di parmigiano da mettere su ogni porzione (non grattarne più di 60 grammi, che già così è tantissimo).

Metti l’acqua degli gnocchi a bollire.
Gratta il parmigiano e trita la cipolla.
In una padella versa un cucchiaio d’olio e cacciaci dentro la cipolla.

Falla soffriggere a fiamma medio bassa, fino a quando sarà morbida e colorata.
Versa poi i 400 grammi di passata di pomodoro. A questo punto aggiungi il sale e l’origano.

Ogni tanto mescola e fai cuocere il sugo per dieci minuti. Prolunga pure la cottura, se gli gnocchi non fossero ancora pronti. Se si asciugasse troppo, bagna con l’acqua degli gnocchi ed abbassa la fiamma al minimo.

Gli gnocchi sono pronti quando tornano a galla. Quindi cacciali nell’acqua (che avrai salato, nel frattempo) ed attendi che salgano.
Se ti sei dimenticato di tirarli fuori dal frigorifero caccia pure il coperchio, perché freddi come sono avranno smontato l’acqua.

Tirali poi fuori con una schiumarola e cacciali direttamente nel sugo. Falli saltare per un minuto, giusto il tempo per amalgamare gli ingredienti e poi spegni.

Prepara i piatti e cospargi ogni porzione con del formaggio grattugiato.
Ecco qui la tua fiera ricompensa per tutta la fatica mattutina:

Mangia, che te lo sei meritato.
Ciao e buon appetito!

pizzette

Pizzetta hawaiana

È giunto il tempo di affrontare un discorso davvero scomodo.
Partiamo subito con la testimonianza diretta di una persona che vive incessantemente affrontando questo problema. A modo suo.

Parole forti, indubbiamente, che ci fanno riflettere profondamente sulla vastità del cosmo e dei gusti gastronomici.

L’internet tutto sono mesi che sbraita contro la pizza all’ananas, perché Che vergogna, Forza Italia, gli stranieri non sanno mangiare, cucinatevi gli spaghetti col ketchup, schifo schifo. Subito dopo aver urlato queste frasi a caso, in loop, di solito l’internet tutto telefona alla pizzeria sotto casa ed ordina subito una fiera e mussoliniana pizza con patatine fritte e wurstel (quando invece non decide di essere in vena di fighetterie, quindi passa alla pizza ai frutti di mare).

Brindando con champagne e mortadella (e se la mortazza non è disponibile, via di patatine in busta).

Pizzakaiju però se ne sbatte dei pregiudizi e soprattutto ama il rischio, ormai lo sai. Ho mangiato il panino di Elvis, masticando di malavoglia il bacon fritto nel burro. Amo senza riserve la coppia burro d’arachidi-marmellata e sto cacciando la feta pure nel cappuccino: ti pare che potessi evitare di preparare una pizza hawaiana?
Soprattutto quando in rete circola questa foto da una settimana:

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Il mio animale guida.

Verdetto: buonissima.
Ananas e prosciutto cotto sono ottimi pure da freddi (ed aspettati un sandwich, uno di questi giorni, con questa base), la pizza alla fine è PANE (SHOCK!) e la mozzarella finta da pizza finta si intona con tutto.
Il pomodoro? Con le dosi che ti do e se usi la passata di pomodoro, costituisce giusto una base rossa, che non si sente quasi nel risultato finale. Quindi no, niente acidità di fondo non desiderata.

Non è molto diversa dalla Pizzetta Pepperoni, di cui abbiamo già parlato, quindi oggi nessun level up significativo, ma comunque tantarobba lo stesso.
In più riciclerò parte del post Pepperoni, perché tanto dobbiamo compiere le stesse operazioni, uguali uguali uguali.

Go, go, go!

La prossima volta faremo la 4 formaggi, giuro.

Useremo una teglia 30×20.

Per preparare la base di una pizzetta hawaiana, per due persone, hai bisogno di:

  • 250 grammi di farina per pizze e focacce. Sui sacchi di farina c’è scritto proprio così, se trovi quella con la dicitura macinata a pietra compra quella, che mi è sembrata più decente rispetto alle altre;
  • 7 grammi di lievito di birra fresco;
  • 3 grammi di zucchero o di miele;
  • 125 grammi di acqua tiepida;
  • 5 grammi di sale fino;
  • 25 grammi d’olio extravergine di oliva.

Per condirla hai bisogno di:

  • 250 grammi di passata di pomodoro;
  • almeno 100 grammi di prosciutto cotto a fette sottili. La quantità può variare in base al gusto e alla superficie da coprire;
  • almeno 200 grammi di ananas. A cubetti o a fette, dipende come sei abituata a tagliarlo. Ma se ne metti 300 è molto meglio (io ho osato poco, ne ho aggiunto in seguito in preda al pentimento);
  • circa 200 grammi di mozzarella. E non usare quella di bufala e manco quella fiordilatte buona: quella di bufala ti rovinerebbe la pizza, quella di fiordilatte dovresti prima trattarla malissimo per rovinarla (in frigo, tre giorni almeno, già tagliata per farle uscire il latte e farla seccare più possibile).  Usa la MOZZARELLA PER PIZZA, quella finta, quella che è proprio stata creata dall’uomo solo per filare. Quella che tua nonna, se la vede, c’ha un infarto. Stiamo cucinando una pizzetta maledetta, devi sempre ricordartelo.

Nelle foto vedrai una nefandezza che ti sconsiglio: la mozzarella già tritata, la stessa che usano gli americani nei loro video di cucina. Si scioglie senza problemi ed è indubbiamente comoda, ma davvero è come mettere il polistirolo. Ho voluto provare, non si sa mai… ma NO CATEGORICO.

Proprio no.

Partiamo dai tempi.
L’impasto che ti ho dato ha bisogno di minimo un’ora e 45′ di lievitazione: la prima ora come palla, i 45 minuti già stesa in attesa del pomodoro. Se vuoi puoi anche allungare la prima lievitazione a due ore: non cambia molto, dipende come ti sei organizzata (a volte un’ora in più può fare comodo). I 45 minuti, invece, rimangono intatti.
Non starò qui a ripetere tutto il procedimento, perché lo trovi qui.
Facciamo finta che tu abbia impastato per dieci minuti, fatto lievitare una o due ore, steso la pasta e fatto lievitare nuovamente per altri 45 minuti.

Mentre ti aspetto, gif da intervallo.

Danze propiziatorie per facilitare la lievitazione.

Accendi il forno a 210 gradi.
Mentre attendi versa i 250 grammi di passata di pomodoro in un pentolino e falla scaldare. Appena sobbolle, spegni.
Taglia anche la mozzarella: a dadini, a strisce, a fettone. Se hai fatto fettone troppo spesse non ti preoccupare: se le schiacci con le mani e le maltratti, riuscirai ad appiattirle senza problemi (sempre se hai comprato la mozzarellaccia che ti ho consigliato).

Riduci a dadini o a fette l’ananas.

Pensavi stessi scherzando, invece DAVVERO prepariamo la pizza con l’ananas. Cominci a sentirti male, eh?

Versa la passata di pomodoro sull’impasto della pizzetta, distribuendolo bene bene per tutta la superficie.

Metti in forno e fai cuocere per dieci minuti.
Tira fuori la pizza. Mettici sopra tutta la mozzarella. Ma non questa qui, mi raccomando.

Fodera tutto col prosciutto cotto e concludi con i pezzetti di ananas. Di più di quelli che vedi, non avere paura, il Kaiju è con te.

Inforna per altri 20 minuti. In realtà dopo 15 minuti già ci dovremmo essere, quindi controllala: ma 5 minuti in più permetteranno alla parte superiore della pizza di non essere umida di sicuro. Se però vedi che qualcosa si annerisce, spegni prima.
Ecco come sarà:

Non puoi negare l’effetto food porn di questa fettona:

O forse sì, ognuno in fondo ha le proprie personalissime perversioni.

Siediti e, con il coraggio che ti contraddistingue, assaggia.
E guarda come fila, la mozzarella a striscioline:

Sì, fila, però sa d’un cazzo.

Ciao e buon appetito!

pizzette

Pizzetta Pepperoni

Le domande importanti della vita. Tipo A chi vuoi più bene, a Fallout 3 o al New Vegas?  Oppure Quale razza hai scelto per giocare a Dragon Age Origins? O, ancora, Quante volte sei crepato prima di capire come cazzo si poteva sconfiggere Old Hero, in Demon’s Souls?

Confesso: io ho cercato la soluzione  sul web (che Pazuzu lo benedica, sempre) perché le imprecazioni e le mani sudate hanno avuto la meglio.

Poi ci sono domande più semplici, più pragmatiche, quelle che ti fan capire se con quella persona lì puoi ancora continuare a parlare oppure se è meglio tornare nel magico mondo dell’autismo.
Tipo Nel ragù ci metti la pancetta tritata? Nell’amatriciana, pancetta o guanciale? Il risotto si manteca con l’olio o con il burro?

E le risposte si attendono a pistola spianata, sempre.

Infine c’è quella più importante.
Perché puoi pure sopportare la pancetta nella carbonara. Con dolore, ma ce la fai. E pure l’olio nel risotto fa schifo, ma va beh, in qualche modo si può trovare un terreno comune. E sul ragù non siamo mai stati troppo fiscali.
Ma se si risponde di No a quest’altra domanda, che cazzo si fa?

Ecco.

Della differenza tra pizzetta e pizza ho parlato lungamente in questo post qui. E quindi già sai che io non preparo pizze: non ne sono in grado, non ho il forno a legna e sulla pizza vera non si scherza.
Con le pizzette invece tutto è permesso: usare mozzarelle dimmmerda, cacciarci sopra l’ananas e volerle straunte. Anzi, DEVONO essere straunte, in fin dei conti.
Quindi oggi impariamo forse la pizza finta madre, quella che quando vedo un film e la inquadrano mi viene una voglia assurda pure se fa schifo a guardarsi.

E quella pizza è la pizza con il salamino piccante, altrimenti conosciuta come Pizza Pepperoni.

Anche Lady Gaga non risponde di sé, quando le offrono una fetta di pepperoni.

Il procedimento è facilissimo e ricalca in buona parte quello della pizzetta di base che trovi qui. 
Però non tutti i condimenti possono stare nel forno 25 minuti senza bruciarsi e la pizzetta ha comunque bisogno di tranquillità per cuocersi all’interno bene bene, quindi oggi facciamo un mini level up ed impariamo a gestire i tempi del forno per tutti quegli ingredienti che ne uscirebbero carbonizzati.

Go, go, go e sigla!

♥♥♥

Useremo una teglia 30×20.

Per preparare la base di una pizzetta pepperoni, per due persone, hai bisogno di:

  • 250 grammi di farina per pizze e focacce. Sui sacchi di farina c’è scritto proprio così, se trovi quella con la dicitura macinata a pietra compra quella, che mi è sembrata più decente rispetto alle altre;
  • 7 grammi di lievito di birra fresco;
  • 3 grammi di zucchero o di miele;
  • 125 grammi di acqua tiepida;
  • 5 grammi di sale fino;
  • 25 grammi d’olio extravergine di oliva.

Per condirla hai bisogno di:

  • 250 grammi di passata di pomodoro. 300 se vuoi abbondare;
  • 50 grammi di salame piccante, ma pure 100 se vuoi. Alla fine il limite è il cielo. L’importante è che sia a fettine sottili;
  • circa 200 grammi di mozzarella. E non usare quella di bufala e manco quella fiordilatte buona: quella di bufala ti rovinerebbe la pizza, quella di fiordilatte dovresti prima trattarla malissimo per rovinarla (in frigo, tre giorni almeno, già tagliata per farle uscire il latte e farla seccare più possibile).  Usa la MOZZARELLA PER PIZZA, quella finta, quella che è proprio stata creata dall’uomo solo per filare. Quella che tua nonna, se la vede, c’ha un infarto. Stiamo cucinando una pizzetta maledetta, devi sempre ricordartelo;
  • se vuoi (e solo se vuoi, io non l’ho usato) peperoncino in polvere o frammentato, da inserire solo alla fine. Oppure olio aromatizzato al peperoncino.
Gif casuale.

Partiamo dai tempi.
L’impasto che ti ho dato ha bisogno di minimo un’ora e 45′ di lievitazione: la prima ora come palla, i 45 minuti già stesa in attesa del pomodoro. Se vuoi puoi anche allungare la prima lievitazione a due ore: non cambia molto, dipende come ti sei organizzata (a volte un’ora in più può fare comodo). I 45 minuti, invece, rimangono intatti.
Non starò qui a ripetere tutto il procedimento, perché lo trovi qui.
Facciamo finta che tu abbia impastato per dieci minuti, fatto lievitare una o due ore, steso la pasta e fatto lievitare nuovamente per altri 45 minuti.

Mentre ti aspetto, gif da intervallo.

Pizze del sabato sera.

Accendi il forno a 210 gradi.
Mentre attendi versa i 250 grammi di passata di pomodoro in un pentolino e falla scaldare. Appena sobbolle, spegni.
Taglia anche la mozzarella: a dadini, a strisce, a fettone. Se hai fatto fettone troppo spesse non ti preoccupare: se le schiacci con le mani e le maltratti, riuscirai ad appiattirle senza problemi (sempre se hai comprato la mozzarellaccia che ti ho consigliato).

Affetta pure il salamino, se non l’hai comprato già affettato.
Versa la passata di pomodoro sull’impasto della pizzetta, distribuendolo bene bene per tutta la superficie.

A me non piacciono i bordi, se vuoi i bordi basta che non distribuisci la passata di pomodoro pure sul bordo.

Metti in forno e fai cuocere per dieci minuti.
Tira fuori la pizza. Mettici sopra tutta la mozzarella. Non ti preoccupare se sembra brutta: è una fase, poi diventerà la pepperoni che tutti sognano.

Distribuisci anche il salamino piccante.

Inforna per altri 20 minuti. In realtà dopo 15 minuti già ci dovremmo essere, quindi controllala: ma 5 minuti in più permetteranno alla parte superiore della pizza di non essere umida di sicuro. Se però vedi che qualcosa si annerisce, spegni prima.
Ecco come sarà:

Solo a questo punto e se lo desideri, puoi cospargere con dell’olio aromatizzato al peperoncino. Oppure, se l’unto è già sufficiente (cosa che sarà, perché il salame suda) puoi aggiungere un po’ di peperoncino frammentato o in polvere.
Personalmente non mi piace tantissimo la diavola, quindi per me il piccantello del salame era sufficiente.

Ed ecco qui la fettona di inizio pranzo:

Se la prepari molto prima e la vuoi riscaldare, metti il forno a 180 gradi e falla andare per 5 minuti. In effetti riscaldata è ancora più buona.

Ciao e buon appetito!

Ciao, con l’ennesima gif fondamentale.
Dopo la palestra, Primi, vellutate e zuppe, Zuppe

La minestrina delle suore.

Ci sono cose che mi piacciono tanto ma non le mangio mai, perché sono una roba che uno poi si vergogna a preparare,
No, non sto parlando delle pizze surgelate, dei bastoncini di merluzzo finti o di tutta quella roba da fallout indecente che in realtà riempie il mio freezer.

No, io parlo della pasta scotta.

Eh, lo so.

Dell’asilo ho tre ricordi:

  • un bambino maledetto mi ha rubato un pullman di plastica e me l’ha buttato nella spazzatura. Io non l’ho raccolto perché boh;
  • il bicchiere ed il piattino di plastica che portavo dentro la schiscetta di metallo. Non ricordo il disegno sulla schiscetta, poteva essere Iridella oppure i Mon Cicci, perché avevo un’insana fissa per i Mon Cicci.
  • la pastina scotta ed insapore, quasi senza brodo, che le suore cercavano di farmi mangiare.
Sìsì, ho detto proprio SUORE.

Inutile dire che le suore non sono mai riuscite a farmi mangiare quella pastina (e da piccola, a quanto ne so, schifavo in generale il cibo), però quella roba è rimasta nel mio subconscio.
Io, quando sento l’odore della pasta scotta, son contenta.

Perché un trauma infantile è per sempre.

Però non ci riesco mica ad ottenere delle sonorità così intense. Quando preparo le minestrine la mia pasta è sempre al dente ed è senz’altro buonissima. Eppure il mio intento è sempre quello di cucinare di merda, senza successo.

Tutto questo preambolo per dirti che oggi si cucina la minestrina delle suore, lessando addirittura il prosciutto cotto, che almeno l’odore della mensa dell’asilo un po’ me lo ha fatto ricordare.

Ho rubato l’idea a Cucina preDiletta, anche se in realtà non ho seguito molto la sua ricetta. Ma la sua foto mi ha fatto sognare tanti crocifissi ed il padre nostro mai imparato a memoria.

Go, go, go!

Bella, eh? Ma no, non è quello che verrà fuori.

Per preparare la Minestrina delle Suore, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di pasta corta. Io ho usato un misto di cavatelli e tubetti, ma puoi usare un po’ quello che ti pare. Anche degli spaghetti spezzati;
  • circa 200 grammi di prosciutto cotto a dadini;
  • 250 grammi di piselli;
  • mezza cipolla bianca;
  • pepe, sale;
  • 50 grammi di parmigiano + una spolverata sui piatti;
  • un cucchiaio d’olio + un filo d’olio da mettere su ogni porzione.

Innanzitutto scongela i piselli. Puoi senz’altro usarli surgelati, ma ci si mette francamente di più. Se hai tempo, la sera prima pesa la quantità che ti serve, mettila in una ciotola e lasciala riposare nel frigorifero. Se invece ti sei decisa all’ultimo secondo, passa i piselli sotto l’acqua appena appena tiepida fino a quando non sono più ghiacciati.

Metti una pentola d’acqua non salata a bollire.

Mentre attendi le bolle, prepariamo tutti gli ingredienti.
Trita la cipolla.
Gratta il parmigiano.
Riduci a dadini il prosciutto cotto.

Bolle l’acqua? Iniziamo.
In una pentola versa un cucchiaio d’olio e fai soffriggere la cipolla fino a quando sarà colorata.

Aggiungi il prosciutto cotto e, usando una fiamma media, fallo rosolare bene per 3-4 minuti.

Getta dentro anche i piselli e fai insaporire il tutto per due minuti. Vai anche di sale e di pepe.

Ora ricopri il tutto con l’acqua bollente, chiudi col coperchio ed attendi le bolle. Quanta acqua? Dipende dal risultato che vuoi ottenere: io preferisco un brodo molto ristretto, quindi copro con manco un dito sopra al volume degli ingredienti.

Appena l’acqua bolle, puoi aggiungere la pasta.

Durante la preparazione ogni tanto mescola e se per caso l’acqua non fosse sufficiente, aggiungine un po’. Assaggia anche l’acqua e se mancasse di sale aggiungine, ma ricordati che alla fine ci sarà pure il parmigiano che insaporirà.

Ferma la cottura due minuti prima del tempo indicato sulla confezione e, a fiamma spenta, getta dentro il parmigiano.
Mescola tutto e lascia riposare un minuto, senza coperchio.

Vai a metterti la tonaca e prepara le porzioni.

Su ogni piatto metti un filo d’olio, una macinata di pepe e del parmigiano. Poco, tanto è già dentro.

Ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Siediti e mangia la minestrina delle suore e non farti rubare le macchinine dal mini bullo.

Il piatto di plastica oggi non lo uso per la minestra, ma per il formaggio sì.

Ciao e buon appetito!

Secondi

Cotolette di maiale warewarewa.

Preparati, che oggi si frigge.

Allenarsi prima della quotidiana dose d’olio nelle vene.

Friggiamo dell’arista di maiale, però con una particolarità: usiamo il panko.
Te lo dico subito. se non trovi il panko e pensi di poterlo sostituire con il pangrattato normale è pure possibile, ma il risultato non è spettacolare. Ti ritroverai con l’olio al posto del sangue, la bocca piena di unto e pure il gusto della cotoletta non è che sarà poi tutta ‘sta roba.
Il pangrattato normale non è abbastanza croccante e soprattutto assorbe tutto l’olio che può.
Il panko, invece, è il cibo degli dei.

Gente che non trova il panko e rosica.

Il panko è, sostanzialmente, il pangrattato che usano in Giappone. Ed è, ancora in maniera più sostanziale, pane bianco tritato in maniera grossolana e fatto seccare.
È difficile trovarlo e pure su internet cosa seimiliardi di yen + spedizione, quindi non ti preoccupare che sperimenterò fino a quando riuscirò a creare un sistema per fabbricarlo con le nostre manine di merda.

Per ora te lo mostro in una foto terribile, perché il pacco mi è arrivato bagnato fradicio, quindi non avevo più la confezione:

Foto nebulose.

La ricetta è facilissima e si prepara in meno di venti minuti.
L’ho rubata a Luca Pappagallo, come spesso accade per le cose strane e mondiali.
E siccome è roba giapponese, ecco che subito la Kaiju Division si riunisce per assegnare un nome: Cotolette Warewarewa. Che non so cosa significhi, ma lo dicono spesso nei film di Godzilla, quindi deve essere una cosa importantissima.

Go, go, go!

E dammi un attimo!

Per preparare delle cotolette di maiale Warewarewa, per due persone, hai bisogno di:

  • 350 grammi di fettine sottili di arista di maiale;
  • farina;
  • 3 uova;
  • sale, pepe bianco e se vuoi aglio secco;
  • olio per friggere. Parecchio, perché è a immersione (quindi orientati verso un litro). Come sempre, ti consiglio di non usare dell’olio di semi, ma del mediocre olio di oliva: è meno pesante e più buono;
  • panko.

Ovviamente non posso darti quantità di farina e di panko. Ne serve quel che serve.
Ti posso invece mostrare le fettine di maiale:

Ciao.

4 bastano per mangiare tranquilli. Il doppio per sfondarsi male. Ne vale la pena, ma pensaci bene, che il fritto non perdona.

In un piatto versa della farina ed aggiungi un po’ di pepe bianco e dell’aglio secco. Tutto in quantità che ti pare, deve piacere a te.
Mescola il tutto.

Spacca le uova in un piatto, aggiungi del sale e sbatti il tutto.

Metti il panko in un altro piattone.
Prepara due piatti foderandoli con della carta assorbente e ci siamo.

La ricetta è velocissima, quindi puoi già iniziare a versare l’olio nella padella che usi per friggere ed accendere una fiamma medio bassa.

Prendi una fettina e passala nella farina, cercando di fare attecchire la farina su ogni punto.

Passa poi la fettina nell’uovo, da entrambi i lati.

Infine passala nel piatto col panko, facendo bene aderire il pangrattato su ogni punto.

Ripeti l’operazione per tutte le fettine.

Appena l’olio è caldo iniziamo a friggere: per assicurarti che è caldo, caccia dentro un pezzetto di panko. Se frigge, partiamo.

Cuoci una fettina di maiale alla volta: altrimenti l’olio perde temperatura e viene tutto malissimo.

Il primo minuto non toccare la cotoletta, dagli il tempo di sigillarsi. Usa una fiamma non altissima, non è necessaria: sempre una medio bassa, che a cannone l’unica cosa che ottieni è olio e cotolette bruciate.
Negli altri due minuti girala diverse volte, facendola dorare ben bene.
Ci vorranno circa 3-4 minuti dal momento in cui l’olio inizierà a friggere in maniera decisa.

Togli la cotoletta e falla riposare sul piatto con la carta assorbente.
Ripeti l’operazione con tutte le cotolette. Se vedi che inserendo la seconda cotoletta l’olio non frigge subito in maniera decisa non ti allarmare: tutto ok, limitati a prolungare di qualche secondo la cottura.
A fine preparazione saranno così:

Siediti, cospargi di sale che sicuramente mancherà e goditi tutto il warewarewa del mondo.

Ciao e buon appetito!

 

Dopo la palestra, Piatti tradizionali, Primi

Pasta e patate con le croste di parmigiano.

Era un po’ che collezionavo croste di parmigiano senza sapere bene perché.
Di solito, in preda alla fame durante il cucinamento, me le mangio pure se sanno di muffa. Perché in quel momento qualsiasi cosa è buona, persino la suola di ciabatta bollita.

Ma questa volta ho resistito stoicamente, perché avevo in mente di cacciarle in una zuppa, anche se non sapevo né quale né quando.

Una zuppa di angeli e madonne? Certo, è un’idea, ma nel Cilento mica si trovano queste cose fighette.

Poi sono inciampata in un post di Scatti Golosi dove tutti erano Azzurri di Pasta e Patate e mi han fatto venire voglia. Perché io non l’ho mai mangiata, a casa mia non si usava e non ho mai imparato. Ho rimediato e adesso ti dono la ricetta.

E pure con Pizzakaiju.

Oh, questa è la versione base, non quella azzeccosa napoletana.
E sì, ovvio, sicuramente a casa tua è più buona, la tua trisavola ci metteva dentro le ciglia di cerbiatto glassato che donavano al piatto quella marcia in più che faceva leccare i baffi anche ai più piccini di casa.

L’ingrediente segreto di Freddy, invece, è una tonsilla di teenager cotta al vapore. Pensa.

Go, go, go!

Per preparare la pasta e patate, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di ditali rigati;
  • 450 grammi di patate, peso considerato dopo la pulizia;
  • una cipolla dorata (o mezza, se è grande);
  • sale, pepe, qualche foglia di basilico;
  • 3 pomodorini. 6 se sono piccoli;
  • un cucchiaio d’olio;
  • croste di parmigiano. Quelle che hai, non esiste un troppo;
  • 50 grammi di parmigiano grattugiato.

Metti una pentola d’acqua a bollire. Senza sale, senza niente. Appena fa le bolle, partiamo.
Mentre attendi trita la cipolla, così ci portiamo avanti.

In una pentola dove potrai cucinare tutta la zuppa (quindi capiente e con il coperchio) versa un cucchiaio d’olio ed aggiungi la cipolla. Falla stufare a fiamma bassissima mentre prepari tutti gli altri ingredienti.

Ogni tanto mescola, però.

Pela le patate, lavale bene e tagliale a tocchetti non troppo grandi e più o meno tutti uguali.
Gratta il parmigiano.
Lava i pomodorini e riducili a pezzi grandi.
Spezzetta anche le croste di parmigiano.

Appena la cipolla è colorata e morbida, caccia dentro patate, croste di parmigiano e pomodorini.

Ricopri tutto con l’acqua calda che hai preparato. E metti del sale.
Con l’acqua non esagerare, tieniti giusto un dito sopra il volume delle patate.

Aspetta il bollore, poi abbassa la fiamma (è sufficiente il sobbollore, non deve andare a cannone) e metti il semicoperto (semicoperto: coperchio un pochino rialzato grazie ad un mestolo di legno)
Ci dovrebbero volere circa 20 minuti, ma ogni tanto controlla, dipende dalle patate.
Dobbiamo raggiungere una cottura non ancora completa: devi poter infilzare le patate con la forchetta, senza però che ti si riducano in poltiglia.

Così.

A questo punto assaggia il brodo ed aggiusta di sale, tenendo però conto che metteremo il parmigiano che ha una sua sapidità.
Ora caccia qui dentro la pasta e mescola bene.

Se l’acqua è molto evaporata, aggiungine altra (sempre bollente), senza però esagerare a meno che tu la voglia super brodosa alla fine. A me piacciono le zuppe parecchio ristrette, non troppo liquide. Non ci sarà tempo di fare evaporare l’acqua in eccesso perché sennò più che pasta mangeresti Didò, quindi piuttosto tieniti più stretta ed aggiungine mano a mano se vedi che non è sufficiente.

Fai cuocere la pasta fino a tre minuti prima del tempo indicato sulla confezione, senza coperchio e girando ogni tanto. 

A fiamma spenta versa il parmigiano grattugiato.

Mescola il tutto molto bene, poi chiudi col coperchio.
Lascia riposare 5 minuti.

Apri ed eccoci:

Prepara i piatti e cospargi ogni scodella con del pepe e decora con qualche foglia di basilico spezzettata con le mani.

Davanti a te dovresti avere questa robetta qui, brodo più o brodo meno:

Ciao e buon appetito!