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Penne con stracciatella e pomodorini ( + Tempi duri, per Zio Cleto)

Ripensa a tutte quelle cene di famiglia. A Natale, a Pasqua, al matrimonio di zia Martina, alla festa di disintossicazione di Christiane F, al battesimo di tua cugina Fabiana Inculamorti.
Pensa a quando tu stavi lì e mangiavi le polpette, in silenzio e poi zio Cleto prendeva la parola. E TUONAVA, con tono sicurissimo e completamente a cazzo (in fondo stavamo sbafandoci di spaghetti al sugo, nient’altro) I froci fanno schifo!

E tu volevi goderti la cena, ma a questo punto è difficile.

Le altre 76 persone a tavola, nonna compresa, continuano a guardare il piatto, Mara Venier alla tv oppure si domandano Ma perché non hanno ancora tolto la plastica dai cuscini del divano?
Si sta sudando freddo? C’è un silenzio imbarazzato?
Perché nessuno si caga Zio Cleto?

Musica d’atmosfera.

Non perché – come erroneamente potremmo pensare – siano tutti d’accordo con lui. Il silenzio non significa niente. Soltanto che, forse forse forse, non han voglia di discutere. Che alla fine non ne vale la pena. Che Zio Cleto è un coglione e viene pure spalleggiato da quel deficiente del cugino del cugino del cugino della moglie di tua sorella che è pure peggio. E speriamo che Nonno Palmiro stia zitto altrimenti qui ci sanguinano le orecchie a tutti quanti.

Nelle migliore delle ipotesi arriva il giovane ribelle di casa e comincia a litigarci. Ma Zio Cleto mica si sente intaccato dalle opinioni forti dell’adolescente di turno: è un ragazzino, che vuoi che abbia capito della vita?

Stacchetto musicale che sdrammatizza.

Bene.
Questo era più o meno l’episodio tipico che si ripeteva, mese dopo mese, nei miei raduni di famiglia.
So per certo che la mia storia è uguale alla tua, perché le teste di cazzo nascono in ogni dove e di solito sono quelle che sbraitano di più. Però i tempi sono cambiati e se un giorno Zio Cleto poteva vivere tranquillo nella sua bolla protettiva composta da froci perversi, donne puttane e negri puzzoni senza sentire mai nessuno rivelargli la Verità Assoluta – ossia quanto fosse una grande testa di cazzo –  per lui oggi è impossibile.
Perché Zio Cleto ha la tecnologia in mano. Zio Cleto, oggi, vive con il cellulare tra le dita ed ha scoperto che esistono pensieri multiformi e terrificanti, là fuori.

Oggi a Zio Cleto si risponde così.

Bello sapere che l’ottusità del subumano oggi viene oltraggiata da pensieri più coscienti e positivi (e propositivi). Il problema è che il subumano mica cambierà mai idea: ormai è fatta, il suo cervello è atrofizzato già dal 1986 e lo sai che non si esce vivi dagli anni ottanta.
No, il subumano naviga per il web e comincia ad insultare la gente, a sbraitare pure lì contro la (sua) libertà d’espressione che sente minacciatissima dal tuo essere critico verso quelli come lui.
Insomma, mica puoi dirgli che è un omofobo. Perché è un insulto. Però lui rivendica il diritto sacrosanto di andare in giro a dire che le checche non erano previste nel disegno divino e che dovrebbero essere messe a morte.

Qualcuno consegni un nobel per la logica a quell’uomo!

Io, Pizzakaiju, ho incontrato diversi individui del genere nelle ultime settimane.
Dove? In un gruppo di cucina, ovvio. Vogliamo forse farci mancare qualcosa?

Accade che giro un paio di video contro l’ottusità del cattolico medio (guardandomi bene dall’insultare Chiesa Cattolica o Papa, che le querele son dietro l’angolo). A casa mia, nel mio canale Igtv, senza rompere i coglioni a nessuno. Chi vuole, clicca e guarda.
Cosa c’entra con un gruppo di cucina? Nulla.
Però queste persone decidono di smettere di volere avere a che fare con me, nel campo della cucina, per MOTIVI RELIGIOSI.
Pizzakaiju tira fuori la carta del raziocinio e spiega loro che religione e mangiare non c’entrano niente e che questo integralismo non è accettabile.
Risultato prevedibile: mi si risponde che ho violato “le leggi di Instagram” e che loro non sono integraliste religiose, sono io ad essere volgare e scorretta.

Quando incontro certa gente, mi viene in mente sempre questa scena.

Bene.
Mi sembra giusto precisare anche qui che l’integralismo religioso è proprio estendere la propria fede su qualsiasi aspetto della vita altrui: far tacere gente sul web per le proprie opinioni sta solo qualche decina di passi sotto all’andare ad ammazzare gente in una redazione di un giornale perché han parlato male di Maometto o di cazzo ne so. Sono figli dello stesso atteggiamento, quel che è differente è la quantità di sangue versato.

Quindi io ho un invito molto semplice: non cliccate in giro a cazzo, se non siete in grado di accettare l’esistenza dell’altro.
Nel web c’è una quantità di informazioni che è chiaro che non siete in grado di accettare, quindi non uscite dalla vostra zona di comfort. Continuate a contornarvi di omofobi, sessisti e, più in generale, di stronzi. Va bene così.

Ed il messaggio è: sì, ho detto che gli omofobi e i sessisti sono stronzi. Se ti ritrovi in questa categoria, fatti delle domande.

Però se cliccate dove non dovevate, se vi trovate col cervello melmoso perché i vostri neuroni han dovuto ascoltare robe per cui non erano pronti, prendetevela con voi stessi.
L’internet non vi appartiene né vi somiglia e se non siete in grado di accettare il diverso, non accettatelo: ma almeno non andate in giro a sfracassare le palle agli altri per i vostri limiti evidenti.
Insomma: avete un mezzo meraviglioso tra le mani e finalmente potreste levellare da deficienti a deficienti che cercano di applicarsi. 
Non volete farlo? Bene. Lasciate che le (altre) persone mature dialoghino tra loro e voi continuate a portarvi dietro il rosario, la statuetta di padre pio e le vostre sicurezze medievali. Senza però aspettarvi che qualcuno vi comprenda o capisca. Non più.

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Ma come si permettono i Monty Python?

Ora mangiamo.
Sì, pure te che c’hai l’integralismo cattolico che scorre forte dentro te, perché io non rifiuto un piatto di pasta a nessuno.

Siccome avevo della stracciatella avanzata dalla ricetta di qualche giorno fa, ho fatto un’altra ricetta più semplice di questa perché non so cosa accada da te, ma da queste parti i pomodorini gialli sono una merce RARISSIMA. Quindi ci voleva un’alternativa con i datterini, che sono i miei pomodori preferiti.
Go, go, go!

Per preparare delle penne con pomodorini e stracciatella di bufala hai bisogno di:

  • 180 grammi di penne;
  • un po’ di basilico;
  • 400 grammi di datterini, da usare in due momenti diversi. Van bene anche altri tipi di pomodorini, nel caso avessi difficoltà a trovare questi;
  • 30 grammi d’olio;
  • uno spicchio d’aglio;
  • 200 grammi di stracciatella di bufala;
  • 2 acciughe sott’olio.

Metti l’acqua della pasta a bollire.

Lava 200 grammi di datterini e tagliali a metà. I datterini non hanno la testa cocciona, quindi non c’è bisogno di decapitarli. Se sono molto piccoli dividili solo in due parti, se sono più grandi in 4.
Se usi ciliegini o altri tipi di pomodorini, togligli la testa per i soliti motivi: è la parte più dura e spesso vi si annidano dei vermetti.

Versa 30 grammi d’olio, falli scaldare e fai soffriggere uno spicchio d’aglio tritato.

Aggiungi poi i pomodorini.

Appena si ammorbidiscono un po’ caccia dentro anche due acciughe sott’olio.

Questi pomodorini qui devono sparire del tutto, non formare un sugo. Abbiamo già parlato di questo procedimento in questa ricetta qui, ma riassumendo: rimarranno giusto le pelli e ci vorranno almeno venti minuti di cottura perché questo avvenga. 

Nel frattempo taglia a metà il resto dei pomodorini (o in 4, se sono grandi) e spezzetta un po’ di foglie di basilico.

Non dimenticarti mai dei pomodorini in padella, girali spesso ed usa una fiamma media.
Quando avranno questo aspetto vuol dire che siamo a buon punto:

È tempo di calare la pasta, che devi tirare fuori tre minuti prima del tempo indicato sulla confezione.
Tu continua la cottura dei pomodorini, girandoli sempre più spesso mano a mano che si sfaldano sempre più. Puoi anche abbassare un po’ la fiamma, se vedi che le pelli tendono ad attaccarsi sul fondo della padella.

Scola la pasta e cacciala in padella, insieme al resto dei pomodorini ed al basilico che hai messo da parte.

Concludi la cottura, girando di continuo.

Spegni la fiamma e lascia riposare il tutto per un minuto, lontano dal fornello rovente. Dobbiamo fare abbassare un po’ la temperatura.

Dopo un minuto caccia dentro 100 grammi di stracciatella e mescola bene, per fare amalgamare il tutto.

Prepara le porzioni e su ogni piatto caccia la stracciatella avanzata (50 grammi a testa) ed un po’ di foglie di basilico decorative.
Ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Ciao e buon appetito!

 

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Torta di carne (+ il politicamente corretto che trasforma la ciccionaggine in una cultura)

Non esistono parole cattive e parole buone. Esistono parole a cui noi assegniamo un connotato negativo o positivo, semmai.
Da questo pensiero molto saggio (che è sicuramente di Oscar Wilde o, al massimo, di Jim Morrison) parte la mia crociata verso l’utilizzo del termine Ciccioni.

Anche Skar è stato vittima dei politicamente corretti.

C’è ultimamente chi si è lamentato per il mio linguaggio: qualcuno mi ha bannato, altri si sono incazzati e mi hanno insultato. C’è anche chi ha capito molto bene cosa sto facendo e si è sentito spronato a mettersi a dieta, a riprendere lo sport, a riflettere un attimo sulle sue abitudini alimentari. E di questo son contenta.

Quindi è giunto il tempo di chiarire una cosa che non è un particolare, ma è il succo di questi miei ultimi post sportivoalimentari: io non sto bullizzando nessuno. Io non rido delle persone in sovrappeso, né li addito come freak da circo.

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Io non li so accendere manco con le dita.

Mai fatto, mai farò. So inoltre che dietro ad una persona in sovrappeso ci sono un sacco di questioni: molti se ne fregano e mangiano e basta, ma tanti magari mangiano per reazione.
L’ho già detto che io pesavo quasi cento chili, no?
Ricordo i miei pranzi dopo scuola: mia madre mi cucinava un paio di cordon bleu carichi d’olio e dopo io mangiavo PER SEMPRE. Il mio pranzo durava anche due ore consecutive. Poi facevo merenda. Poi lo spuntino. Poi la cena. Insomma, ruminavo che manco una vacca.

Gente che nuota nelle ossa grosse.

Queste abitudini me le sono portate dietro pure quando mi sono levata la zavorra della famiglia: per altri anni ho continuato a ingerire cagate di ogni tipo, ormai potendo incolpare giusto me stessa.
Poi ad una certa è scattato qualcosa ed il mio percorso è iniziato, per poi non concludersi più.

Quindi lo so come stai, caro ciccione, perché anche io sono come te. Solo che ho imparato a gestire il Kraken dentro me. Ogni tanto lo libero, gli do libero sfogo. Poi di nuovo via, negli abissi profondi, dove è giusto che il Kraken venga relegato.

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Io, in quei giorni.

So anche che la parola ciccioni non è carina.
Però viviamo nell’era del politicamente corretto e quello che sta passando è una certa delicatezza estrema, in cui la persona con problemi di peso (e quindi di alimentazione e quindi di salute) viene accudita amorevolmente. Troppo amorevolmente. Il suo sta trasformandosi in uno stile di vita, quasi in una cultura.

Ebbene: non lo è. Il ciccione non fa bene ad essere ciccione, per talmente tante ragioni che se vogliamo possiamo anche elencarle.
Così come l’alcolizzato non fa bene ad essere alcolizzato.
Così come il drogato non fa bene ad essere drogato.

Ognuno c’ha la propria dipendenza, signora mia.

Io però non condanno la ciccia in sé. Io condanno l’eccesso senza conoscenza.
Se tu sei ciccione ma sei cosciente del tuo percorso, per me fai benissimo. A te piace mangiare, ti fa cagare muoverti e soprattutto – cosa più importante – non te ne frega un cazzo. Ma un cazzo sul serio: ti guardi allo specchio e non ti fai schifo, non ti senti inadeguato e non ti interessa manco di andare a fare le passeggiate. Preferisci il fiatone al respirare l’aria sana dei parchetti colmi di cani cagamerda e bambini cagacazzi.
Hai la mia benedizione, in quel caso. Tanto di qualcosa dobbiamo morire, siamo tutti di passaggio e quindi ‘sti cazzi.

Tipo lui.

Ma io parlo agli altri. A quelli che la parola Ciccione non la vogliono sentire perché ci stanno male. Quelli che si guardano allo specchio e non ne possono più di vedersi così. Quelli che hanno problemi di salute ma non si decidono a smettere di mangiare la sugna a cucchiaiate. Quelli che DICONO di voler fare sport, ma poi fan prevalere la pigrizia. Quelli che ad ogni marzo vanno in paranoia, perché scatta la prova costume nella loro testa. Quelli che odiano l’estate, perché devono stare senza maglietta e non ce la fanno.

Quelle persone hanno bisogno di una spinta e forse un discorso generalizzato sui ciccioni può servire.
Parliamoci chiaro: mai ad una persona grassa, di persona, a tu per tu, darei del ciccione.

Una persona che se ne frega del politicamente corretto, sempre.

Farei gli stessi discorsi, ma con meno foga. Stare su internet ci permette di organizzare discorsi meno personali e più generali ed una persona intelligente può tranquillamente trovare un messaggio nel discorso alla Palla di lardo. Senza offendersi. Senza prenderla sul personale. Magari mettendosi a ridere.

Non è un sistema che funziona per tutti. Però sono contenta quando qualcuno mi contatta e mi dice Ma sai che c’hai ragione? Da ieri ho ripreso a fare nuoto e già mi sento più carico.

Quello che poi non deve passare è che essere ciccioni sia questione di cultura. Il ciccione non è un mussulmano, un cattolico, un testimone di geova, un rapper, un adepto delle Giovani Marmotte. Un ciccione è soltanto uno che in borsa porta il bicchiere della nutella ed un cucchiaio, nell’eventualità che. E l’eventualità certo che arriva. Arriva sempre.

Le sento da qui.

È diverso da me? No. Pure io mi ammazzerei di nutella. Ma mi chiudo la bocca, per tante ragioni.

Quest’idea del politicamente corretto ad ogni costo non può far passare idee malsane come se fossero sacrosante. Va bene che fanno comodo nuovi malati a cui vendere burro senza lattosio, pasta senza glutine, cioccolata senza cioccolata (e tanti, tanti medicinali), però noi che il cervello lo usiamo ancora (ogni tanto, almeno) non possiamo farci prendere così tanto per il culo.
La maggioranza delle intolleranze proviene da una cattiva alimentazione o, semplicemente, NON ESISTE (come quella al lievito).

Quindi renditi conto che il vero motivo per cui tu non puoi mangiare più latticini è che ti sei fatto venire il cagotto a furia di fruttoli e formaggini susanna, quindi smettila di drogarti e basta menate.

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Ascolta questo grande saggio.

Siccome stiamo parlando di ciccionaggine, ti sto per proporre una ricetta grassissima, veloce da preparare e buona.
Ma è così grassa che io mi sono arresa, te lo dico: ha vinto lei. Non sono riuscita a finirla TUTTA. Il boccone di Elvis è rimasto nel piatto, con mia profonda vergogna.

Vergogna.

Sto per parlarti di una torta di carne che ho rubato ad Annamaria tra forno e fornelli. Ho seguito la sua ricetta quasi nel dettaglio e dico quasi perché in realtà ho addirittura ABBASSATO delle dosi perché per me erano eccessive (e sai che di solito è il contrario… di solito con 20 grammi di macinato facciamo mangiare tutto l’esercito della salvezza).

Ho usato una tortiera a cerniera con diametro 24 cm.

Go, go, go!

Chiunque abbia creato questa gif ha reso grande l’internet.

Per preparare una torta di carne, per due persone convinte, abbiamo bisogno di:

  • 500 grammi di carne macinata di manzo;
  • 200 grammi di ricotta salata. Non stiamo parlando di quella fresca, in questo caso, ma di quella più secca. Puoi ovviamente usare il formaggio che ti pare;
  • 170 grammi di latte;
  • prezzemolo;
  • un po’ di olive nere. Circa 50 grammi;
  • origano, pepe, sale;
  • uno spicchio d’aglio;
  • 250 grammi di mollica di pane fresco;
  • 200 grammi di passata di pomodoro;
  • 200 grammi di mozzarella fior di latte;
  • 10 grammi d’olio per ungere la teglia ed altri 10 come condimento finale;
  • 3 uova.

Partiamo dalla mollica di pane.
Devi comprati una pagnottona e togliere la mollica con le mani.

Non dobbiamo ottenere del pangrattato, ma briciole di pane di grandezze diverse. Tipo così:

Quindi niente mixer: togli la mollica e rompi il pane con le mani. Punto.

Grattugia la ricotta:

Trita il prezzemolo e l’aglio con il mixer e bon, possiamo preparare l’impasto.
Caccia la carne in una ciotolona.

Aggiungi la mollica, il latte, la ricotta ed il trito di aglio e prezzemolo.

Ora tocca alle uova, al sale ed al pepe.

Ora impasta tutto.

Devi ottenere un impasto morbido.

È tempo di accendere il forno: 180 gradi, modalità statica.

Fodera la tortiera con della carta da forno e versa i 10 grammi d’olio. Distribuiscili bene sul fondo.

Distribuisci bene anche l’impasto, cercando però di formare una parte concava nella parte centrale: lì sopra ci metteremo dell’altro condimento.
In pratica è come se dovessi formare dei bordi, la parte centrale deve essere più schiacciata:

Versa i 200 grammi di passata di pomodoro nello spazio centrale che hai creato.
Poi snocciola le olive e mettile sopra al pomodoro:

Condisci con origano, altri dieci grammi d’olio, sale e pepe.

Sei pronta per infornare.

180 gradi per 30 minuti.
Durante questo tempo prendi la mozzarella e tagliala a dadini o a fette. L’importante è che usi un piatto e non un tagliere, perché pure la fior di latte, per quanto secca, del latte lo butterà fuori e sporchi tutto quanto.

Tira fuori la teglia, dopo i 30 minuti e sarà così.

Ricoprila di mozzarella:

Rimetti in forno per altri 5 minuti, giusto il tempo di fare sciogliere la mozzarella.

Lasciala raffreddare un po’ (una decina di minuti bastano).
Tagliala a fette e guarda la meraviglia:

Un’altra, perché sì:

Ciao e buon appetito!

Spettacolo finito, tutti a casa.
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Tagliatelle all’arancia (+ Ciao, come sto?)

Ci sono domande che proprio non devi farmi.
E no, non mi riferisco ai Quanti anni hai quanto pesi quante volte vai al cesso al giorno?.
No, tu la devi piantare di chiedermi Come stai?

Ecco.

Cento volte al giorno incontri sconosciuti di ogni genere e cento volte al giorno ti devi sorbire Ciao come stai, seguito da zero pause bensì da aneddotoni di cui nulla ti fotteva ma che ora ti devi sorbire.
Ciao come stai, il nuovo intercalare sociale, che ha preso il posto del chiacchiericcio sul tempo e dei miei Signora mia, ai tempi nostri…

Ma io non ci sto.

NO.

Chiedere ad una persona il proprio stato d’animo non è una roba che si può liquidare con leggerezza: lo sai, tu, per davvero, come stai? Io no. Per saperlo sul serio devo ragionare, raccontarmi (e raccontarti, di conseguenza) ciò che mi sta accadendo nell’ultimo periodo. E ciò che mi sta accadendo è senz’altro legato a qualcos’altro. Una catena di eventi lunghissima, che con tutta probabilità si ferma a quando ero nella pancia di mia madre e già riflettevo sul senso dell’esistenza.

E già mi allenavo, nella placenta.

Chiedere come stai a qualcun altro implica innanzitutto una voglia di connessione, di interazione. E pure un sottinteso desiderio di ascoltare.

Quindi se tu mi chiedi come sto e non ascolti la risposta (anzi, manco mi dai il tempo di proferir parola) io mi sento offesa perché in realtà non stai calcolando la mia individualità manco un po’. Nel caso remotissimo in cui tu volessi sentire davvero come sto, invece, lo prendo come un affronto: chi cazzo sei, tu, per farti i fatti miei? Cosa vuoi, di preciso? Ti devo svelare i miei segreti? I miei sogni? Le mie riflessioni? E perché, soprattutto?

Ma scusa un cazzo!

Forse la maggioranza delle persone è così abituata ad esistere che non si rende conto che i propri stati d’animo contano eccome e che – soprattutto – contano gli stati d’animo degli altri. Così concentrati come siamo sul nostro ego poniamo domande intime e personalissime all’altro senza nemmeno renderci conto di quel che stiamo facendo.

Secondo me è il massimo dell’offesa che si può recare: la totale indifferenza verso la sensibilità altrui.

Spero che da ora in poi ci penserai due volte, prima di salutare qualcuno in quella maniera detestabile.

Anche perché la prossima volta che lo fai, giuro, ti vengo a prendere a cucchiaiate.

Sermone finito, andiamo a preparare le tagliatelle.

Tagliatelle molto, molto strane perché le condiremo quasi esclusivamente con delle arance, smorzate giusto da una spolverata di formaggio. Un gusto particolare, ma a me è piaciuto parecchio.

Devi prima assaggiare per dirlo!

Go, go, go!

Per preparare delle tagliatelle all’arancia, per due persone, hai bisogno di:

  • tagliatelle per due persone, che puoi costruire con questa ricetta qui. Necessiti di 2 uova (a temperatura ambiente) e 200 grammi di farina 00. In realtà io ti consiglio di preparare quelle al cacao che ci stanno da Pazuzu. Trovi la ricetta qui;
  • il succo di un’arancia;
  • la polpa di due arance. Se sono piccole, 4. Ho pesato il tutto: senza buccia, le arance erano circa 400 grammi. Misura perfetta;
  • un goccio d’olio (tipo 5 grammi bastano e avanzano);
  • pepe bianco o pepe rosa (in grani);
  • 50 grammi di parmigiano reggiano;
  • 25 grammi di burro.

Inizia dalle tagliatelle. Forma la palla e lasciala riposare: come ben sai l’impasto ha bisogno dai 30 ai 60 minuti di riposo (a seconda di quanta fame hai). Una volta formata la palletta, dunque, pensiamo agli altri ingredienti.

Innanzitutto dobbiamo pelare le arance. Proprio senza buccia né parte bianca (che è amara). Quindi armati di coltello e fai. Te ne servono o 2 o 4, diciamo che devi raggiungere 400 grammi di polpa.

Le bucce non buttarle: le usiamo dopo.
Spremi ora un’altra arancia.

Prendi tutte le bucce (se hai pezzi troppo piccoli no, però, sennò dopo impazzisci) e mettile nella pentola in cui cuocerai le tagliatelle. Versa 2 cucchiai d’olio (che servono solo ad essere sicuri sicuri sicuri che la pasta non si attacchi su se stessa), chiudi col coperchio e porta ad ebollizione.

Torna dalla tua palla di pasta e forma le tagliatelle. A mano o con la macchina, sono scelte tue.

Ed ora il sugo.
Riduci a pezzi le arance che hai spellato.

In una padella versa 5 grammi d’olio e 25 grammi di burro. L’olio serve solo per non fare bruciare il burro, così non ci dobbiamo preoccupare più di tanto.

Appena il tutto si è sciolto caccia dentro le arance a pezzi. Versa pure il succo dell’arancia che hai spremuto.

Fai andare a fiamma medio bassa. Dopo qualche minuto, quando le arance saranno un po’ morbide, schiacciale con una schiumarola:

Continua ad andare a fiamma medio bassa. In tutto credo di aver fatto cuocere la crema per circa 15 minuti: si devono ben spappolare e non devono asciugarsi del tutto.
Eccole verso la fine della cottura:

Appena l’acqua della pasta bolle togli le bucce delle arance, sempre con l’aiuto della tua fedele schiumarola:

Aggiungi il sale grosso, chiudi e riporta ad ebollizione.

Nell’attesa minima gratta i 50 grammi di parmigiano.
E adesso via, di tagliatelle.

Devi immergerle nell’acqua e contare fino a 30. Poi le scoli (senza sbatterti più di tanto) e cacciale in padella. Falle saltare lì per altri 30 secondi, giusto il tempo di unirle bene alla crema di arancia.

Spegni la fiamma e cacciaci sopra il formaggio.

Mescola strabene il tutto e ci siamo.
Forma i piatti e su ogni porzione aggiungi abbondante pepe bianco.
Ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Se hai usato le tagliatelle al cacao, invece, sarà così:

Ciao e buon appetito!