Primi

Cuscus con piselli e uova (+ tanti bei videogiochi dimenticati persino da Pazuzu)

Negli ultimi due anni sono usciti videogiochi senz’altro stupendi, ma che io ancora non ho manco provato.
Non perché mi importi poco, anzi, so che quando Red Dead Redemption 2 entrerà in questa casa la vita di campagna virtuale sostituirà quella reale.

Risultati immagini per ragazzo di campagna
Cose che mi aspetto di vedere.

La questione è che ho constatato – con la ps4 più che mai – che quasi tutti i titoli sono pieni di difetti al momento dell’uscita e che è quindi meglio aspettare un po’ di tempo e ritrovarseli aggiustati a modino.
Questa non fretta è poi diventata quasi uno stile di vita e mentre tutti giocano non so bene a quale numero di Yakuza uscito da poco, io sto felicemente recuperando il Kiwami remasterizzato e sono contenta così.

In questa fase di rallentamento ho notato però che i giochi minori, ormai, sono stati quasi bannati dall’esistenza. Non sto parlando di indie: con quelli ci sfracassano i coglioni di continuo.

Quanta poesia in questa volpe del cazzo che, anche se deve rispondere solo al tasto X, se ne frega.

Sto parlando di quei titoli anche grossi, ma che non possono essere considerati dei veri e propri TRIPLA A. Insomma, titoli grossi ma che non sono della Bioware o della Ubisoft o semplicemente non hanno avuto abbastanza successo da avere dei capitoli successivi. Per la ps4 mi vengono in mente pochissimi esempi e tutti che non ho giocato: Exel, Nier Automata (sì, è della Square Enix, ma è un titolo nuovo), Conan e boh.

Per la generazione precedente, invece, ho decine di esempi e quindi ho deciso di stilare una lista (non una classifica) di 10 titoli che mi sono piaciuti davvero tantissimo e che magari, se hai tempo, puoi recuperare spendendo circa 5 rupie e mezzo.
Quasi tutti i giochi che ti proporrò hanno in comune una particolarità che oggi sembra quasi un’eresia: non c’è traccia di modalità online.

La reazione dell’utente medio di fronte ad una simile notizia.

Partiamo subito.

Deadly Premonition.

Titolo particolarmente sfigato: non solo ha una grafica terrificante, ma i primi 20 minuti di gioco metterebbero alla prova anche il più convinto. Si inizia come una specie di sparatutto in terza persona, totalmente robboso e rincoglionito.
Se però si ha la pazienza di superare quell’ostacolo, ci si ritrova davanti ad un super omaggione a Twin Peaks, con una storia stupendamente scritta, un personaggio principale indimenticabile e splendidi dialoghi (soprattutto i monologhi del protagonista, a cui piacciono i b-movie impossibili, come The Deadly Spawn). Meravigliose pure le musiche, che di solito non mi rimangono mai impresse ma che questa volta è impossibile ignorare.
Non ha l’online.
L’ho platinato, quindi mi è piaciuto per davvero.

Eat Lead: The Return of Matt Hazard.

Ci sono anche gli zombie.

Ne ho già parlato qui.
Sparatutto in terza persona, con grafica vecchia per gli standard dell’epoca ed un po’ rugginoso pure come gameplay. Terribili i cali di frame rate.
Però davvero divertente ed originalissimo.
Non ha l’online.
L’ho platinato.

Lollipop Chainsaw.

L’autore è Suda51, accompagnato però da James Gunn. Nonostante parli di una cheerleader con la motosega che si nutre di lecca lecca, è molto meno segaiolo degli standard di Suda.
È a livelli, ci sono un sacco di musichette carine ed è divertente. Davvero divertente.
Non ha l’online.
L’ho platinato.
Ah, di Suda consiglio anche Shadows of the Damned. Che è un po’ una vaccata, ma l’ho platinato e ci sarà pure un perché.

Binary Domain.

Sparatutto alla Gears of Wars, con i robottoni. I personaggi però fanno finta di parlarsi tra un combattimento e l’altro, quindi hai qualche risposta da dare. Risposte davvero banali, visto che i dialoghi sono stile Ma io ti sto sui coglioni? e tu puoi rispondere sì oppure no. Secondo te quale delle due risposte è migliore, per aumentare l’affiatamento della squadra?
Davvero, è tutto qui.
Ed è divertentissimo.
Non ricordo la presenza dell’online e no, questo non l’ho platinato.

Vanquish.

Lo confondo con Binary Domain anche se c’entrano poco, più che altro perché li ho giocati nello stesso periodo.
Uno sparatutto in terza persona in cui hai una tuta STRAFIGA, dei mostroni BELLISSIMI ed una velocità assurda (talmente tanto assurda che bisogna possedere otto occhi almeno ed un tempismo perfetto… Insomma, essere spider-man può aiutare).
Divertente davvero.
Niente online che io ricordi e niente platino per me.

Dragon’s Dogma: Dark Arisen.

Gioco di ruolo molto action della Capcom che però è finito un po’ nel dimenticatoio.
Ha una componente online parecchio utile: puoi portarti dietro i compagni degli altri giocatori, che ti aiutano a scoprire misteri o a sconfiggere creature che in altre avventure hanno già incontrato.
Ben costruito il mondo, intelligente il fatto che usare il viaggio veloce non è poi tanto comodo e quindi ti fai delle scarpinate bellissime, fantastiche le creature e vari i modi per ammazzarle.
Un bonus: puoi anche scegliere di usare bambini come eroi e questo mi è rimasto impresso.
L’ho platinato.

Bulletstorm.

Sparatutto in soggettiva supertamarro: diverso in ogni scenario, vario nelle modalità di gioco, creativo negli ammazzamenti. Anzi: più sei creativo e sadico e più ti ripagano in punti esperienza.
Puoi anche usare un mostro gigante robot come alleato e per me è già un epic win.
Lo hanno rimasterizzato anche per ps4 e son contenta, perché merita di non essere dimenticato.
Niente online, che io ricordi e niente platino per me.

Brutal Legend.

Gioco unico nel suo genere, nel senso che davvero non mi viene in mente nulla con cui paragonarlo.
Open world con protagonista Jack Black, si ammazzano i nemici suonando la chitarra (tra le altre cose). Storia assurda e divertente. Unica pecca: in parte è strategico. Non è difficile, ma a me gli strategici non piacciono quasi per niente.
Niente online, niente platino.

Enslaved.

Questo è uno dei grandissimi misteri presenti nel mondo dei videogiochi: non se l’è cagato nessuno.
Eppure ha una grafica splendida, due personaggi bellissimi a vedersi, una bella storia ed addirittura c’è Andy Serkis in persona. Non è forse particolarmente divertente da giocarsi (le fasi di combattimento sono tutte simili, a lungo andare) ma questo capita anche a giochi considerati BELLERRIMI dal mondo tutto, senza particolari ragioni.
Piaciuto tanto, avevo anche il poster in camera.
Anzi, ora vado e mi compro la maglietta.

Sleeping Dogs.

Un mix tra GTA e Yakuza, ma con più personalità di entrambi.
Uccisioni sanguinose e plateali, bella storia, si tirano tanti pugni.
Platinato e senza online.
Speravo in un secondo capitolo, ma non ha avuto alcun successo.

Ovviamente non sono i soli titoli che mi siano piaciuti tanto nella vecchia generazione, ma sono senz’altro i più sfigati: non hanno avuto seguiti, non sono stati cagati per niente ed è un peccato.

Adesso mangiamo il cuscus, è giunta l’ora.

Qui si venera Pazuzu, ma capisco il senso di sollievo.

Sono così ignorante che non sapevo manco come si scrivesse la parola cuscus e pensavo pure fosse un cibo messicano.
Sono così ignorante che l‘ho condito come una specie di riso alla cantonese, usando il wok e mangiandolo con le bacchette.
Insomma, il tipico esempio di multiculturalismo da serie tv di merda.

Un messicano, un bianco coglione ed una donna entrano in un bar e…

Mi è piaciuto parecchio e prossimamente lo preparerò con condimenti più adatti, per ora provalo anche tu così e vediamo se ti colpisce come ha colpito me.

Questa volta puoi cuocere il condimento anche in una padella normale: io ho usato il wok perché secondo me le uova strapazzate vengono meglio e comunque si prepara tutto con la metà del tempo.

Go, go, go!

Si prepara in pochi minuti, tra poco si mangia, dai.

Per preparare un cuscus con piselli e uova, per due persone, hai bisogno di:

  • 200 grammi di cuscus. Ho usato quello precotto, che ha bisogno di pochi minuti per cuocere. O questo o niente, nel Cilento;
  • 200 grammi d’acqua + 10 grammi d’olio + sale per cuocere il cuscus;
  • 2 cucchiai d’olio;
  • 300 grammi di piselli;
  • 4 uova:
  • sale e pepe.

Se usi i piselli surgelati, ricordati di tirarli fuori dal freezer la sera prima e cacciarli nel frigo, così si scongelano senza essere stressati. Il giorno dopo li potremo usare (quasi) come se avessimo comprato quelli freschi e saranno così:

Se non hai deciso la cosa per tempo, limitati a scongelarli cacciandoli sotto dell’acqua tiepida. Ci vorranno pochi minuti.

Versa 200 grammi d’acqua in una pentola e dentro versaci 10 grammi d’olio ed un po’ di sale:

Chiudi col coperchio e porta ad ebollizione.
Nel frattempo spacca le uova in una ciotola con sale e pepe e sbattile leggermente.

Appena l’acqua bolle versaci dentro il cuscus e sgranalo brevemente con una forchetta:

Chiudi col coperchio e fai riposare per il tempo indicato sulla confezione (nel mio caso erano 4 minuti).
Nel frattempo prepara il condimento.

Usando la fiamma più forte che hai, fai arrivare a temperatura fusione il tuo wok. Poi versa 2 cucchiai d’olio:

30 secondi dopo caccia dentro i piselli e salali un po’.

Falli andare a fiamma alta per un paio di minuti, il tempo di scaldarli. Gira sempre.
A quel punto puoi versare le uova.

Appena si cominciano a rapprendere ai lati, come nella foto qui sopra, muovi il tutto con una schiumarola fino a quando le uova saranno del tutto cotte. Puoi anche abbassare un po’ la fiamma se ti sembra che si attacchi un po’ sul fondo.

Quest’operazione avrà bisogno di tre minuti scarsi.

Puoi anche cuocere tutto in una padella normale: ci vorranno solo un paio di minuti in più.

Nel frattempo il cuscus è pronto? Togligli il coperchio e sgranalo un pochino, con la forchetta.

Appena il condimento è pronto, riversalo nel cuscus.
Accendi una fiamma bassa e fai andare tutto insieme, mescolando con una forchetta, giusto per un minuto o due. Il tempo di sgranare tutto per bene e fare conoscere al cuscus le uova ed i piselli.
Ecco cosa dovresti avere davanti:

Prepara le porzioni e siediti per mangiare: te lo sei meritato.

Ciao e buon appetito!

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Primi, Primi al forno

Macaroni and cheese (featuring Deapool Vs Matt Hazard)

Siccome si sa che io devo sempre stare sul pezzo sennò mi sento male, oggi metterò a confronto due giochi che non solo ho completato solo io, ma che sono pure vecchi.
Uno è Deadpool ed è uscito  nel 2013. Piaciuto più o meno a quasi tutti quelli che l’han provato, in generale si becca un fantastico sette dai siti di quelli che contano.
L’altro è Eat Lead: The Return of Matt Hazard ed è uscito nel 2009. L’abbiamo giocato in due ed i siti di quelli che contano gli affibbiano un triste 4. QUATTRO.

Lui ha vinto facile perché è già famoso.

Il parere del Kaiju – che vale 3 centesimi, ma almeno gioca per davvero i titoli di cui parla – è che Eat Lead e Deadpool siano (quasi) lo stesso gioco. Solo che Eat Lead è una figata totale ed è stato creato con la paghetta settimanale dei programmatori, Deadpool invece è multimilionario e TRISTE. Non che sia un brutto gioco in assoluto, ma diverte quasi niente, è troppo vecchio graficamente e tecnicamente, pieno di bug anche un po’ fastidiosi (non scusabili, perché il team è quello dei Transformers, quindi impaccati di soldi) e l’umorismo è HEY! SONO DEADPOOL! HO DETTO TETTE! RIDIAMO!

Quanto ridere.

Elenco breve dei difetti tecnici: la telecamera è tremenda, Deadpool si muove quasi in linea retta talmente è poco fluido, la grafica è misera (ma questo non importa molto, almeno non a me) e giocare è monotono dal minuto 1 al mese 6 in cui l’ho finito (perché ho dovuto costringermi a calci in culo a raccogliere il pad, ogni volta). Per non parlare delle orrende fasi platform che non capisco manco più perché inseriscono: se le distanze non sono calcolabili, se mi cambi la telecamera mentre salto, non potevi evitare? Il platform è forse il genere più complesso che esista, poiché deve essere supportato da una precisione dei comandi che la maggioranza dei giochi semplicemente non possiede. Sono fasi molto brevi, ma lo stesso rompono i coglioni.

Però si ride.

Oggettivamente, quanto fa ridere questo Deadpool? Pochissimo. Il vecchio Deadpool, quello degli albori, ha due battute ricorrenti: Tette e Tacos. È talmente tanto così che nelle ultime serie dei fumetti lui stesso si pone la domanda delle domande: Com’è possibile che la gente pensa che a me piaccia il cibo messicano al punto di avere la tourette?

Prenditela con i tuoi autori, caro Wade.

Quindi bisogna digerire battute su dimensioni dei cazzi, delle tette e via dicendo, compiendo così uno sgradevole viaggio nel tempo fino al 1994, circa.
Ah, ma DEAPOOL HA DELLE IDEE GENIALI!! Prende per il culo i giochi di ruolo giapponesi! È cosciente di essere un personaggio di un videogioco! QUANTO RIDERE.

Sì, certo. Solo che lo fa pure Eat Lead. Ed Eat Lead ha del genio per davvero, nonostante non troverai MAI questo punto di vista da nessuna parte. Anzi, ci sono recensori che consigliano di giocarci a fresbee, nel caso sventurato che qualcuno te lo regalasse.
Peccato che io non solo mi sia divertita da morire, ma l’ho addirittura PLATINATO.

Ecco qui il nostro eroe, Matt Hazard. È un gioco che non si è così tanto inculato nessuno che non ci sono gif animate sul web.

C’è di tutto: dagli zombie ai cowboy, passando per Wolfenstein e livelli costruiti mescolando 2d e 3d. Si perculano un po’ tutti i generi di videogiochi e di film senza abusare di citazioni super famose e trita maroni. Anche l’idea di creare un eroe finto celebre come Matt Hazard (con il suo background, cattivi storici e vecchi amici) è ottima.

Il gioco è DIFFICILE. Platinarlo è stato un mazzo tanto, certi boss e certe stanze me le sogno ancora, talmente mi hanno segnato. Persino quando ho abbassato la difficoltà a facile per raccogliere gli ultimi trofei, ho constatato che il cosiddetto facile equivale ad un normale se comparato a molti altri titoli dello stesso genere.

Ecco un cowboy.

Ogni stanza è stracolma di nemici (dai 18 ai 30, di media) e questi nemici sono diversi ed avrebbero bisogno di un’arma particolare per essere uccisi (muoiono lo stesso, ma con molti più colpi). Alcuni di loro sono invulnerabili agli attacchi corpo a corpo e, sempre se si gioca ad una difficoltà dignitosa, un solo proiettile causa la tua morte. Giocando alla massima difficoltà ho impiegato anche più di un’ora a superare una stanza (e no, normalmente non sono una pippa in questo genere di giochi).
I recensori che ne sanno, però, dicono che Eat Lead è talmente facile da essere imbarazzante, che manca di intelligenza artificiale. Insomma: che fa cagare.

Dove Deadpool ha un mini livello in 2d del menga (ormai idea stravecchia), Eat Lead ha scenari dove 2d e 3d vengono mescolati, con nemici che si alternano e devono essere ammazzati con metodi diversi. Dove Deadpool in sei secondi deride il non doppiaggio dei jrpg, Eat Lead ha un intero boss nipponico (forse il mio preferito).

Esempi belli.

Infine Matt Hazard è consapevole di essere in un videogioco, esattamente come Deadpool sa di vivere in un fumetto.
Davvero, sono lo stesso cazzo di gioco.

Oh, questo non significa mica che Eat Lead non abbia difetti, eh. ANZI.
Il gameplay se funzionasse sarebbe anche valido (hanno pure costruito un sistema di copertura molto utile), peccato che Hazard passi il suo tempo a non riconoscere la copertura, a circumnavigarla quando desideri alzarti o a perdere tempo prezioso improvvisando balletti senza andare un po’ da nessuna parte. A volte si dimentica di sparare, altre decide che deve assolutamente sporgersi e farsi crivellare. E  la copertura è cruciale, perché è lì che si passeranno decine di ore. Bei problemoni, quindi.

Ah, si usano pure armi cretine, perché non ci facciamo mancare niente.

L’ultimo livello, infine, è talmente pieno di nemici che il gioco va al rallentatore. Di solito non mi lamento MAI dei problemi creati dal frame rate, ma in questo caso è IMPOSSIBILE. Sono morta decine e decine di volte solo per l’impossibilità fisica di compiere qualsiasi azione. Molto frustrante.

Eppure, nonostante questi difetti, i pregi nella storia, nel personaggio e nel gioco in sé sono talmente tanti che la mia reazione è stata STICAZZI.
Un po’ lo stesso stupore provato per Deadly Premonition: vecchio tecnicamente, con una grafica che maperfavore, eppure è uno dei pochi titoli davvero memorabili.

Di cui non parlerò oggi, perché abbiamo un po’ tutti fame e quindi basta.

Hai ragione, andiamo a mangiare.

Hai presente quando nei film preparano – rigorosamente al microonde – i macaroni and cheese?
Ecco, oggi ci mangiamo quelli. Se vai in giro per i siti americani o inglesi, ti presenteranno questa pasta come una roba di alta cucina. E invece sai cos’è? Una pasta con una besciamella stracarica di formaggi, ripassata in forno. Punto.
Facilissima e manco tanto lunga da preparare, l’unica difficoltà sarà aspettare quella ventina di minuti per farla raffreddare un po’, così diventa più buona. 
Lo confesso, io non ce l’ho fatta e me la sono mangiata ustionandomi l’esofago.

Ho più o meno provato le stesse sensazioni di questo tizio.

Essendo una pasta col formaggio, senza particolari regole, dentro ci puoi metter quello che vuoi. Io ho usato un misto di parmigiano, mozzarella e cheddar, ma tu puoi cambiare i formaggi come ti pare. L’importante è che usi 200 grammi di formaggio vario per la quantità di pasta che ti sto dando io: non è un piatto dietetico, quindi rassegnati.

Ultima precisazione per la mozzarella, poi partiamo: devi usare quella merdosa. Quella che forse un tempo fu mozzarella – o almeno così ci narrano gli antichi – ma oggi è un grande monolite bianco inodore e quasi insapore.
Questo:

Questo perché non deve cacciare acqua di nessun genere. Se non vuoi darmi retta fai pure, ma se poi ti vengono dei maccheroni e formaggio indecenti non puoi prendertela con me.
Go, go, go!

Per preparare dei macaroni and cheese, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di pasta corta. Io ho usato delle specie di conchiglie;
  • 75 grammi di parmigiano;
  • 100 grammi di mozzarella + 25 di cheddar (ma anche tutta mozzarella o tutto cheddar, oppure mozzarella e gorgonzola oppure boh, fontina… scegli quello che vuoi).
  • noce moscata, pepe, sale;
  • la besciamella, che devi preparare con 500 grammi di latte parzialmente scremato a temperatura ambiente, 50 grammi di burro e 40 grammi di farina.
A Quentin il piatto è piaciuto tantissimo e lo consiglia a tutti i suoi amici.

Metti l’acqua sul fuoco. Quando bolle ricordati di salarla.
Mentre attendiamo le bolle, grattugiamo i formaggi.

In un piattino a parte preleva 25 grammi di parmigiano e 25 grammi di mozzarella. Useremo questo formaggio per gratinare quando ripasseremo il tutto al forno.

Prepariamo la besciamella. Fermo restando che trovi tutto il procedimento dettagliato qui, ripassiamo le basi.

Pesa prima di tutto gli ingredienti: metti 500 grammi di latte in una brocca, 40 grammi di farina in un piattino.
Caccia i 50 grammi di burro nel pentolino che hai scelto di usare (un pentolino abbastanza capiente da poter contenere tutto il latte) e fallo sciogliere a fiamma bassa.

Unisci la farina e mescola tutto benissimo con un cucchiaio di legno.

Appena farina e burro hanno formato la loro pappetta, versa il latte. Aggiungi sale, pepe ed un po’ di noce moscata.

Adesso armati di frusta (elettrica o a mano) e mescola il tutto, muovendo soprattutto il fondo per evitare che l’intruglio farina-burro rimanga là sotto. 
Puoi usare una fiamma medio bassa per velocizzare un po’ tutta l’operazione della besciamella, ma non fare andare mai il tutto a cannone: non dobbiamo fare bollire il latte, né formare grumi. Vai avanti con calma, piano piano vedrai che il tutto si addenserà.

Mentre ti occupi della besciamella, fai cuocere la pasta e tirala fuori 4 minuti prima del tempo indicato sulla confezione. Se la pasta arrivasse in anticipo non c’è da preoccuparsi: lasciala riposare nello scolapasta.

Questa volta ci dobbiamo fermare qualche minuto prima del solito: dobbiamo infatti creare una besciamella morbida, non densissima, poiché dentro ci dobbiamo cacciare i formaggi.
Quindi quando la besciamella è quasi pronta abbassa la fiamma al minimo e cacciaci dentro i formaggi (tranne i 50 grammi che dobbiamo usare per la gratinatura).
Mettili dentro un po’ per volta. Tipo così e mescoli:

Poi aggiungi il resto e mescoli di nuovo. I formaggi si ingloberanno alla besciamella in maniera perfetta.

Accendi il forno a 200 gradi.

Versa pure la pasta dentro alla besciamella e mescola.

Riversa il tutto nella teglia che hai deciso di usare.
Cospargi con i 50 grammi di formaggio tenuti da parte:

Inforna. 200 gradi per circa 10 minuti: è tutto pronto, deve solo gratinarsi bene.
Ecco qui l’aspetto che devi ottenere:

Il mio consiglio è quello di fare aspettare i macaroni and cheese in forno, per almeno 20 minuti. Anzi, ancora meglio sarebbe prepararli il pomeriggio e poi riscaldarli per la sera.

Comunque sia, fai i piatti e ti ritroverai un grande blob di formaggi e pasta:

Siccome c’ho fame e mi piace il food porn, ecco uno scatto ravvicinato:

Ciao e buon appetito!

riso

Riso con salmone affumicato (e i dolori di chi vuole diventare Van Damme)

Ho cominciato ad allenarmi circa tre anni fa per un solo motivo: la noia.

Giornate che non finivano mai.

Trascorrevo le mie giornate davanti alla televisione, chiusa in casa perché vivevo in un posto di merda ed ero quasi sempre da sola.
Per combattere le piaghe da decubito ho pensato che forse forse forse la ginnastica potesse essere una buona idea.
Dopo poco tempo ho iniziato a capire che avevo una seconda ragione per allenarmi sempre di più. E questa ragione era l’aumento della quantità di cibo che potevo divorare.

Piano piano questa cosa mi è un po’ sfuggita di mano ed i miei pasti sono diventati sempre più complessi.

Il mio pranzo medio.

Durante questi tre anni il mio corpo è cambiato di brutto ma è cambiato pure un po’ tutto quello che ho intorno: vivo in campagna, il mio tempo ora è più prezioso e non ho manco più le stesse priorità.
Per quanto mi piaccia spanzarmi di pizze fritte senza ingrassare (perché il mio allenamento è sempre più intenso ed ormai ho bisogno di più cibo di Godzilla) ciò che vedo quando mi guardo allo specchio sono solo i difetti rimasti.
E sto davanti allo specchio almeno 4 ore al giorno, causa allenamento.

La ciccia qui e là rimasta, le pieghe che vedo solo io ma che occupano tutto il mio spazio visivo.

Vedersi così.

L’avevo detto, nel 2017: io mi farò la tartaruga mangiando Mars e Twix.
Così è stato. Ma non basta più. Ora voglio eliminare tutto.
Però voglio mangiare anche i Mars ed i Twix.
Quindi che si fa?

Oltre a tirare calci, intendo?

Si fa che si sta male.
Sono costretta a mangiare più di prima perché gli allenamenti sono sempre più pesanti ma, a differenza di prima, ogni boccone ingerito mi fa sentire in colpa. A volte mi sembra di visualizzare il burro che viaggia nelle vene al posto del sangue e vengo presa dallo sconforto, pensando di aver vanificato l’intera giornata di palestra. Anzi, che dico l’intera giornata: l’intero MESE di palestra.

Passo dal contare le calorie del sedano a sbattermene i coglioni perché, la madonna, tutti mangiano come dei porci e c’han sempre il culo sul divano, possibile che io no?

E scatta la panzata.

Ormai vivo in una psicopatia tra il voler mangiare sano ed il voler divorare un’intera confezione di magnum.
Il mondo intero è convinto che il cibo spazzatura ed il super fisico non possano andare d’accordo, ma è chiaro che io vivo in una via di mezzo che dimostra che si può stare bene senza nemmeno cagare i nutrienti. Mangi tutto, mangi tanto, ti muovi anche di più ed i risultati ci sono: addominali di fuori e soddisfazione dello stomaco.

Così.

Negli ultimi mesi però, sarà che mi sono circondata di persone su internet dedite solo ed esclusivamente al fisico, la vivo in maniera orribile.
Nei giorni in cui conto le calorie, voglio morire.
Nei giorni in cui non le conto, voglio morire.
Quando mangio il giusto, mi sento debole e non riesco manco a dare i pugni al sacco.

Ogni giorno faccio tutto questo ed anche molto, molto di più.

Come risolvere tutto questo?
Non ne ho la più pallida idea.
Confido che con l’arrivo della primavera mi venga di nuovo voglia di frutta e passi anche la fame. Per ora, spesso, non riesco manco a finire l’allenamento talmente mi sento debole. Allenamento che dura 3 ore al giorno minimo, certo, ma non è mai stato un problema fino ad ora.
Se anche tu hai dei problemi simili ai miei, fammi sapere come li gestisci. Io, in pratica, non li gestisco affatto. Mi piace troppo mangiare per ridurmi a tofu e proteine sintetiche.
A quelli che mi dicono che TUTTO è cibo spazzatura, pure la pasta al sugo, risponderei con dei sani calci in faccia:

Vestendomi elegante, per l’occasione.

Aggiungiamoci che quando girello per i blog di cucina di tipe dedite alla palestra, vedo ciccione che si nutrono di nefandezze salutiste che spacciano per gustosissime, ma che manco se mi pagassero ingerirei. Diciamo che preferisco ingozzarmi di sugna con i miei più che validi risultati, che diventare dedita al cibo di merda ed essere lo stesso una reincarnazione di Pizza the Hutt.

SPACEBALL: LA GIF

La ricetta di oggi arriva da uno di quei pasti finto salutisti alla maniera del Kaiju: per una settimana mi han ripetuto che dovrei mangiare principalmente riso bollito e pollo, ma solo l’idea di faticare tanto e di non ottenere ricompense adeguate mi sembra pura follia.

Scommetto che se per pranzo Splinter presentasse loro una bella insalata, invece di una pizza pepperoni, lo prenderebbero a calci.

Quindi ti propongo un riso con salmone affumicato. Non è dietetico, ma immagino sia meglio dei miei soliti pasti pronti alla monnezza con cui sfamo il mio corpo (che non è un tempio, assomiglia più ad una discarica).

Go, go, go!

Per preparare un riso con salmone affumicato, per due persone, hai bisogno di:

  • 200 grammi di riso. Quello che vuoi;
  • 200 grammi di salmone affumicato;
  • 25 grammi di burro;
  • un cipollotto;
  • prezzemolo.

Metti a bollire l’acqua per il riso.
Nel frattempo trita un po’ di prezzemolo ed il cipollotto.

In una padella fai sciogliere i 25 grammi di burro e poi cacciaci dentro il cipollotto.

Fai andare a fiamma bassa, girando spesso, poiché il burro brucia fin troppo facilmente.

Dopo qualche minuto aggiungiamo un po’ di salmone, giusto per insaporire il grasso di fondo. Quanto? Non l’ho pesato, ma te lo faccio vedere:

La parte di destra.

Taglia a pezzetti il salmone e caccialo in padella.

Fai andare a fiamma bassa bassa, girando spesso, fino a quando il salmone avrà cambiato colore.

Ora puoi spegnere, in attesa del riso. Riaccendi la fiamma prima dell’arrivo del riso, perché la padella deve essere calda.

Metti da parte 30 grammi di salmone: lo useremo per decorare i piatti.

Scola il riso giusto un minuto prima del tempo indicato sulla confezione (se dice 15-18, fermati a 14 e sei sicura) e caccialo in padella.
Qui unisci il rimanente salmone (ma non i 30 grammi che hai messo da parte) ed abbondante prezzemolo. Fai saltare il tutto, a fiamma medio alta, girando di continuo. Basta un minuto, giusto il tempo per fare assorbire al riso tutto il fondo di cottura.

Prepara i piatti e su ogni porzione metti un po’ di prezzemolo ed il salmone che hai messo da parte.
Ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Ciao e buon appetito!

Primi

Pasta con crema di pecorino toscano e pomodoro (e l’infinita ricerca della Spada del Sole).

Intanto iniziamo col dire che la maggioranza di coloro che parlano di anni ’80 è nata dopo di me. Io sono del 1982 e di quel decennio non ricordo un cazzo. Tutte le mie scarse rimembranze sono basate dalle foto che mi scattavano all’epoca, in cui ero occupata a fare robe importantissime.

Robe come questa.

Quindi se incontri un trentenne che ti dice che ha passato la sua infanzia in sala giochi, l’unica cosa che devi pensare è che probabilmente era un drogato. Poiché all’epoca le sale giochi non erano mica quelle di adesso: erano dei baretti malfamati, con una luce del cazzo, un biliardo, un biliardino ed un paio di arcade messi lì perché boh.
Negli anni ’80 si era fortunati quando il bar dei vecchietti aveva il flipper ed un videogioco. UNO. Basta.

Ho speso una fortuna con questo titolo qui. Mi ha rubato così tanti soldi che probabilmente è per colpa sua che non ho mai voluto prendere la patente.

I ragazzini non andavano tutti in giro con la BMX: di solito si usava la bicicletta scassata di nonno. Se eri fortunato ti compravano la mountain bike. Io venivo presa per il culo perché usavo la bici da corsa di mio padre, così, per distinguermi.

Sarebbe stato il mio eroe di allora.

Tante cose non andavano di moda, direi quasi tutte.
Anche se su internet sono tutti grandi lettori, videogiocatori dal 1806 e divoratori di film, la dura realtà è che prima dell’avvento di Facebook raramente ho incontrato individui che facessero anche solo UNA di quelle cose lì. Sfigata io? Forse. Bugiardi loro? Molto più probabile.
I miei compagni di classe passavano il tempo a fare il gioco della bottiglia, ad andare in discoteca e – i più fighi – ad ascoltare l’hip-hop.
Io invece facevo questo:

Quando ho comprato il NES conoscevo giusto un paio di altre persone con cui scambiare i giochi. Peccato che queste persone fossero femmine e non solo non avevano alcun interesse a giocare al mio Bionic Commando, ma in cambio mi prestavano roba discutibile.

Ricordo ancora Pamela e la sua passione per il beach volley.

Un’altra cosa che non andava di moda ma che a me faceva uscire scema erano i libri gioco. All’epoca non è che andavi in libreria e trovavi tutta la serie: no, in libreria manco sapevano che cazz’erano. Ti dovevi girare le bancarelle dell’usato, sperando di trovare UN titolo. E no, il numero uno col cazzo. Il numero uno di Lupo Solitario, dove finalmente potevi conquistare la Spada del Sole, è una roba che ho potuto leggere solo anni ed anni più tardi, in digitale.

Libri pieni di bellissime illustrazioni, come questa.

All’epoca ne pubblicavano di ogni tipo, anche se Lupo Solitario e Oberon erano senz’altro i miei preferiti. Oberon ce l’avevo pure QUASI completa, anche perché erano tipo 5 numeri. Mi mancava il quarto.
Ma ricordo vagamente libri gioco su Indiana Jones, su Asimov, su Guerre Stellari.
Ah, sì, negli anni novanta (perché degli ottanta non ricordo manco il vasino ad inizio post) si chiamava GUERRE STELLARI e nessuno ti prendeva a sassate se non ti piaceva.

A me piacevano solo gli Ewoks. Anzi, a me piaceva solo Il Ritorno degli Ewoks.

Se non fosse stato per questo video di Quei Due Sul Server, non avrei mai guardato Black Mirror: Bandersnatch. Un po’ perché la serie mi ha fatto cagare dal primo all’ultimo episodio, un po’ perché detesto Netflix per ragioni troppo lunghe da spiegare e mi cascano le palle ogni volta che c’è un eventone NUOVISSIMO ED ORIGINALISSIMO che solo MAMMA Netflix poteva inventarsi.
Aggiungiamoci che non mi piace fare le cose mentre le fanno tutti, perché si diventa più che altro coinvolti nella moda del momento e trovo che si è troppo influenzati dal rumore di fondo per concentrarsi sul divertimento.
Però Quei due sul server, nel video, dicevano che niente di nuovo, certo, ma che alla fine era un’avventura grafica, un po’ come quelle della Quantic Dream.

La scelta più importante di tutto il gioco.

Anche se non è che io esca scema per i loro giochi: li completo, ma non riesco mai a compiere una seconda run. Perché mi rompo veramente i coglioni a riguardare la stessa scena e scegliere di mangiare la minestra, al posto della pizza.
L’unica avventura grafica che ho giocato più volte è stata quella della di Walking Dead della Telltale. Però lì siamo proprio a livelli così alti nella narrazione che viene spontaneo: la sensazione di aver potuto avere un’avventura completamente differente è talmente tangibile che uno ci riprova. E ne vale la pena: le scelte valgono per davvero, non come in Until Dawn che alla fine l’unica cosa che cambia è che vedi la stessa scena, solo senza il personaggio che hai fatto crepare.

Mica si trovano scelte come queste, che ti possono mettere in crisi.

L’episodio interattivo di Black Mirror è un esperimento non proprio riuscitissimo. Se è vero che la prima giocata te la fai anche abbastanza stimolato, ad un certo punto incappi in questo percorso praticamente guidato in cui molte non sono manco scelte. Son più che altro punti fermi della storia che se ignori ti portano alla morte o al fallimento. Per i creatori sia morte che fallimento sono dei finali, cosa che non dovrebbe proprio essere: se in Lupo Solitario ti facevi vedere dal corvo sbagliato, arrivavano gli orchi e ti massacravano. Mica era un finale: era un Game Over.

E si ricomincia da capo.

Ho passato il pomeriggio a cercare di raggiungere storie molto diverse, in questo Bandersnatch. Tuttavia, semplicemente, non esistono. La storia è una, con piccole ramificazioni ed un paio di game over da raggiungere.
Ho mancato il finale giusto, quello bello bello e definitivo, ma solo perché mi ero sfracassata davvero le palle di guardare le stesse scene, all’infinito.

Un peccato che non si siano impegnati un po’ di più, creando davvero un episodio interattivo con più risvolti narrativi.

Sì, ma non ti sbattere, tanto rimane tutto più o meno uguale.

Insomma, da appassionata di avventure grafiche (ma non di punta e clicca, eh) non posso che sperare che questo esperimento venga ripetuto. Il mio sogno è quello di avere l’intera serie di Lupo Solitario in versione video interattivo: è tutto lì, basta che qualcuno si sbatta a filmarlo. Lavoro immenso, eh, mica dico di no, ma questo è il momento del fantasy: se c’è un momento storico in cui questa roba potrebbe avere successo, è proprio ora.

E adesso prepariamo da mangiare, che c’ho fame.

No, dai, in 30 minuti giuro che la pappa è pronta.

Ho preparato la crema di formaggio circa 456 volte nell’ultimo mese ma alla fine era sempre per ricette che non hanno avuto l’approvazione di Pizzakaiju.
Finalmente ho trovato l’abbinamento giusto e te la propongo.

Go, go, go!

Per preparare una pasta con crema di pecorino toscano e pomodoro, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di pasta;
  • 100 grammi di pecorino toscano. Puoi usare il formaggio che preferisci, anche un pecorino romano o un parmigiano;
  • 200 grammi di latte;
  • 10 grammi di farina + un dito d’acqua;
  • 400 grammi di pomodori grandi;
  • 20 grammi d’olio.

Metti a bollire l’acqua della pasta.

Taglia a pezzi grandi i pomodori.
Grattugia il pecorino toscano.

In una padella piccola versa 20 grammi d’olio e poi cacciaci dentro i pomodori.

Fai andare a fiamma medio alta per circa 5 minuti: non devi formare un sugo, ma solo far ammorbidire il tutto. 
Ecco cosa devi ottenere:

In un’altra padella (una abbastanza grande da poterci poi far saltare la pasta) versa i 200 grammi di latte e falli scaldare, a fiamma bassa.

Appena il latte è abbastanza caldo (ma non deve bollire, mai) cacciaci dentro il pecorino grattugiato.
Fallo sciogliere bene, mescolando ed usando sempre una fiamma bassa.

Nel frattempo sciogli 10 grammi di farina in un dito d’acqua.
Appena il pecorino è tutto sciolto ed amalgamato col latte, versa l’acqua e farina:

Gira il tutto fino a quando si sarà addensato bene. Ci vorranno un paio di minuti.
A questo punto spegni ed attendi la pasta, che devi tirare fuori giusto un minuto prima del tempo indicato sulla confezione.
Falla saltare brevemente in padella, non usando una fiamma altissima: deve solo amalgamarsi bene con la crema, che si addenserà ulteriormente. 

Adesso prepariamo i piatti.
Prima la pasta e poi sopra una bella cucchiaiata di pomodoro:

Mescola un po’ il pomodoro con la crema e mangia: te lo sei meritato.

Ciao e buon appetito!

Primi

Fusilli con le zucchine (e la sindrome di Carosone)

Scommetto che anche tu, ogni mattina, ti mangi una ciambella, bevi il tuo caffè americano e poi prendi il taxi per andare a lavorare.

Il tipico tassì italiano.

Ovviamente, quando riesci a fare colazione a casa e non al diner, ti strafoghi di waffle, con sciroppo d’acero e bacon croccante.

Ecccerto.

Per non parlare di tutti quegli afroamericani che affollano le nostre strade ed urlano MOTHERFUCKER!!! e si fanno il bagno rompendo gli idranti (di cui siamo PIENI per le strade e son tutti rossi, chiaro) e delle villette con lo steccato bianco e la mazza da baseball che senz’altro tieni di fianco al letto, che non si sa mai, potrebbero entrare ladri o alieni e bisogna essere pronti.

Fatti avanti, Alieno Motherfucker.

Infine tutti noi serbiamo un estremo orgoglio per quell’orologio da taschino che papà (o nonno, o zio, ma di solito è papà) ha tenuto nel culo per tutta la guerra del vietnam. Vietnam, mi raccomando, che non sappiamo manco dov’è ma senz’altro ha segnato tutte le nostre vite.

Discorso che sentiamo tutti, almeno una volta nella vita.

Posso continuare, ma mi sa che forse è chiaro il punto: belli i film e i telefilm americani, anzi, bellissimi. Però è inutile star qui a blaterare su quanto cazzo ci rappresentano.
Manco gli italoamericani ci somigliano, se non in una versione razzista e stereotipata che nella vita non ho mai incontrato (anche se, a dirla tutta, io la tovaglia a scacchi rossa e bianca ce l’ho).

Ormai il nostro immaginario è americano da tanto di quel tempo che quasi ci vergogniamo delle robe nostrane. Fanno tutte schifo, sono provinciali. E lo pensiamo davvero, affermandolo con un atteggiamento che definire snob non rende l’idea.

Non apro neppure il topic Cibo Americano che secondo loro cuciniamo in Italia, sennò ci incazziamo anche.

Non è vero che il cinema italiano fa tutto schifo: non era vero in passato, non è vero manco oggi. Certo, bisogna scavare, cercare, sperimentare e vomitare anche, a volte. Ma quando si coglie bene si è contenti, perché finalmente possiamo assistere ad un po’ della nostra vita quotidiana. Fatta di caffè (espressi) e cornetti presi al bar, di battute vergognose che però capita a tutti di fare perché siamo italiani, di pizza, di spaghetti senza meatball e case che somigliano almeno un po’ a quelle in cui viviamo.

Due persone che ci rappresentano per davvero, nonostante lo scarto multi generazionale.

Che poi potevo capire lo snobismo fino ad una quindicina di anni fa, quando ci arrivavano film europei ben selezionati: gli irlandesi sforneranno anche loro decine di film l’anno, giustamente ne importavamo circa 1 ogni tre lustri perché quell’uno era l’unico degno di essere guardato.
Ma oggi, con l’internet e il più facile accesso ai lavori stranieri di ogni dove, non ce ne siamo accorti che il cinema europeo fa cagare esattamente come il nostro?

Ma tutti a negare l’evidenza, tutti a improvvisarsi critici di alto livello.

Anche lì storie di redenzioni, di famiglie. Se sei irlandese o sei prete o sei pugile e comunque sei un ubriacone, se sei inglese vivi in posti di merda e ti vesti con le bretelle (rosse o nere), se sei spagnolo il film fa così cagare che dopo sette Rosita e Matalo! hai già spento e bestemmi pensando che se ti guardavi L’Ispettore Coliandro mi sa che era meglio.

Ecco.

Coliandro è intriso di immaginario americano: mangia pizza surgelata e vede solo roba di e con Clint Eastwood, parla per citazioni e quando tira fuori la pistola si sente in un film poliziesco.
Però non vive a New York ma a Bologna, non va a fare la spesa in un supermercato con confezioni tutte uguali ma compra tutto dal pakistano. E i soldi contano: se può non pagare, non paga, se può risparmiare, risparmia. Mica come quelli che si comprano vino (di merda) e formaggi (di merda) per giocare ai democratici nei salotti buoni statunitensi.

Da noi i barboni che predicano la fine del mondo sono pochi, in compenso abbiamo gente che lava i vetri della macchina e ti vende i fazzoletti. E se ti girano i coglioni può capitare di rispondere così.

A volte le storie de L’Ispettore Coliandro sono un po’ chiuse male, a volte sono perfette e ne vorresti ancora. Ho guardato tutte le stagioni con piacere, riavvicinandomi così ad un fare le cose all’italiana che ormai mi era un po’ ignoto ed oscuro (anche se è un po’ risaputo, ormai, il mio amore per Don Camillo e Peppone).
Grazie a questa serie tv ho iniziato ad affrontare nuovi lavori di casa nostra ed alcuni mi hanno stupito. A volte, pure con film dichiaratamente una mezza chiavica, ho trovato piccoli particolari che mi hanno fatto pensare e pensare e pensare e mi sono rimasti appiccicati addosso.
Poiché l’ipocrisia, il buonismo, la visione del mondo tutta mi è molto più vicina di quella di un lavoro americano, pure di uno bello bello in modo assurdo.

Carosone lo cantava già negli anni ’50.

È che là ci sono loro, non ci sono io.
Io assomiglio di più ad un Lo Cascio che si atteggia tanto a detentore assoluto della morale, però poi si rifiuta di compiere le azioni moralmente più corrette quando è coinvolto in prima persona. Anche se io sono convinta di non essere così, se non altro capisco il suo punto di vista: nelle opere italiane mi raccontano delle vite che conosco già, che riesco a comprendere in maniera più profonda. E, soprattutto, quei film lì ed io usiamo lo stesso linguaggio, poiché abbiamo le stesse radici, circa.

Reazioni tricolori. Ah, il film si intitola I Nostri Ragazzi.

Insomma, sarebbe bello se riuscissimo a pensare a supereroi italiani, a poliziotti italiani, a horror italiani, a gialli italiani, a drammi italiani. Anche per ritrovare una specie di identità: se di cliché dobbiamo vivere, tanto vale che ci appartengano.

Adesso andiamo a mangiare una bella pasta con le zucchine, che oggi i macaroni and cheese proprio non mi vanno.

Parlo sempre troppo.

Incredibile che in quasi un anno e mezzo di blog non abbia mai inserito questa ricetta: non solo è strafacile da preparare, è pure strabuona.
Quindi rimediamo subito, pure se forse non hai bisogno di me. Ma non si sa mai: le basi sono importanti e ripassarle non fa mai male.
Go, go, go!

Ora rimediamo.

Per preparare dei fusilli con le zucchine, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di fusilli. Ovvio che puoi usare la pasta che vuoi, ma quella corta è più adatta;
  • un cipollotto. In alternativa va benissimo un porro o una cipolla rossa. Ma pure quella bianca, però in quel caso mezza è più che sufficiente;
  • 500 grammi di zucchine;
  • 60 grammi di pecorino (o parmigiano);
  • 20 grammi d’olio, sale.

Metti l’acqua della pasta a bollire.
Comincia col tagliare a pezzetti il cipollotto (ricordati che si usa pure la parte verde, non fare la sprecona).
Grattugia anche 60 grammi di pecorino, a polvere.

Lava le zucchine e tagliale a pezzi piuttosto grandi: le vogliamo croccanti, più piccole sono e meno terranno la cottura.

In una padella versa i 20 grammi d’olio.
Cacciaci anche il cipollotto.

Fai andare a fiamma medio bassa, girando spesso, per circa 5 minuti.
A quel punto puoi aggiungere le zucchine: avranno bisogno di meno di dieci minuti per essere pronte, quindi se vuoi puoi già calare la pasta.

Fai cuocere le zucchine a fiamma alta, girando spesso. Quando saranno abbronzate e ammorbidite sono pronte. Solo a fine cottura aggiungi il sale. Perché? Perché se lo metti subito cacciano fuori l’acqua e rischiano di ammollarsi e a me le verdure cotte in quella maniera non piacciono. Se a te sì, libera di trovare il tuo personalissimo metodo per cuocerle.

Sono più che pronte.

Tira fuori i fusilli giusto un minuto prima del tempo indicato sulla confezione e falli saltare in padella per amalgamare tutto il condimento.

Prepara i piatti e spolvera il tutto con il pecorino.
Ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Cibo degli dei.

Ciao e buon appetito!

frittata

Frittata con zucca e cipolle (e perché Bruce Campbell non è il mio Re).

Si fa un po’ di confusione quando si parla di B-movie. Un B-movie non è per forza un film fatto di merda, senza idee e recitato male. Il B-movie è sostanzialmente un lavoro creato con pochi soldi e pochi mezzi, di genere. Sarà senz’altro colmo di difetti, ma non è un prodotto che VUOLE essere una nefandezza inguardabile. È che si fa quel che si può.
Di che genere? Horror, poliziesco, fantascienza, magari western.

Robot Monster Horror GIF
Tipo Robot Monster, forse una delle robe più brutte che abbia visto.

Se stai girando una roba low budget però con idee di arte in testa, non rientri nel canone. Al massimo stai girellando nel reparto Indie.

Credo sia questo il problema di fondo: quando si guarda un horror dove è presente tanto sangue o idee cretine, subito uno crede di avere davanti un B-movie. Così non è: Drag Me To Hell ha tutto quello che serve per essere considerato un B-movie, peccato sia costato 30 milioni di dollari. TRENTA MILIONI. Lo spirito B-movie, tuttavia, scorre forte in lui: vomito, cose schifide, effetti speciali volutamente dozzinali. Ma finisce lì. È un figlio di papà che gioca a fare il comunista nei centri sociali, ecco cos’è.

Se non hai mai visto Basket Case, è giunto il tempo.

Altro esempio: Kill Bill. Ha tutto quello che serve per rientrare nella categoria: è splatter, coglie a piene mani dal cinema orientale super trash e di basso costo ed è di genere (quale non è dato sapere, tipo TUTTI). Chiaramente però è costato qualche fantastiliardo, quindi che ne parliamo a fare.

Ora che abbiamo chiarito le basi, voglio dirtelo proprio nella maniera più sincera possibile: Bruce Campbell non è il Re dei B-movie.

Se lo dice da solo.

Anzi, se andiamo a spulciare la sua intera filmografia le pellicole (se mi passi il termine, perché mi sono rotta il cazzo di scrivere film) a basso costo cui ha partecipato non sono tantissime. L’elenco è piuttosto breve: le robe prima di The Evil Dead (compreso), il primo Maniac Cop, Intruder, qualche lavoretto misconosciuto come Mindwarp (ed altri 3-4 titoli introvabili), quella meraviglia di Bubba Ho-Tep e basta. Tutto il resto supera il budget di un milione di dollari (alcuni film anche di poco, a dire il vero), quindi non ci interessa.

Anche il Godzilla del 1954 è un low budget.

No, non sono pochissimi titoli, dai. Però, oggettivamente, se vuoi recuperare l’intera filmografia di Campbell non è che tu abbia tutti ‘sti problemi. In una settimana ce la fai e sono anche (quasi) tutti reperibili.

Già Evil Dead II non è un low budget: è costato più di tre milioni di dollari e già ci stiamo allontanando dalla povertà.

Allora ti chiedo: perché sarebbe il Re? Perché Bruce Campbell stesso si è creato questo personaggio pop in cui interpreta se stesso, mitizzando una figura che di fatto a stento esiste, con qualche cameo o addirittura con film super egocentrici (mi viene in mente My Name is Bruce)?

Questo è TerrorVision.

Allora chi sarebbe da incoronare, mi chiedi?
A parte che basterebbe guardarsi qualche film di genere italiano degli anni ’70-’80 e scegliere una faccia qualsiasi: gli attori son sempre gli stessi. Non mitizzati, in molti dimenticati dal mondo, ma sono sempre loro. Un esempio a caso: George Eastman. Alcune sue interpretazioni sono talmente rimosse dal mondo che su IMDb contano ben 13 voti. TREDICI. Di molti lavori non è presente manco il budget e già ci fa capire quanto fossero film importanti (dimenticati pure da IMDb).

Non so quanto sia costato, ma Antropophagus è senz’altro un film sottocosto.

Però tutto questo scrivere non è che serva a sfanculare Bruce Campbell che, anzi, mi sta pure simpatico. Perché mai dovrei iniziare la lapidazione? No, non sto scatenando dell’odio che non serbo. Tutto questo serve ad indicare due cose. Innanzitutto che un B-Movie è uno sforzo orchestrato da un fottio di persone creative e già incoronare qualcuno mi sembra fuorviante. E poi per segnalare l’attore che preferisco, più che altro perché a furia di incontrarlo mi ci sono affezionata. Lo trovo ovunque e quasi sempre in parti minuscole (tipo che il suo ruolo più importante è stato in Xena dove, guarda caso, c’era pure Bruce): Ted Raimi.

Il nostro eroe. E questo è Intruder. Sì, qui c’è anche Bruce, lo so.

È presente anche in Evil Dead II, solo che non te ne sei accorta: è la mamma demonio. Io mi esalto sempre un po’ di più guardando quel mostro che tutto il minutaggio in cui Bruce gigioneggia. Perché lui, per me, fa proprio lo sporco lavoro: viene, fa quel che deve, nessuno se lo caga.
Non dico che tu debba smettere di stimare Campbell perché fa film di merda belli, però manco pensare che sia l’unico esistente in tutto l’universo cinematografico. Lui è quello che ha avuto fortuna ed un po’ anche per questo mi sembra quasi assurdo indicarlo come portavoce di un modo di fare film che non gli appartiene più.

The Deadly Spawn è forse uno dei miei b-movie preferiti.

Detto questo, magari quando guardi qualcosa che ti sembra B-movie, vai a vedere quanto è costato: imparerai anche ad apprezzarli di più, perché i soldi che girano sono per davvero ridicoli e quindi ci vuole del genio per realizzare certe idee visivamente.

In sintesi.

Ora che ti ho fatto incazzare toccando il tuo mito personale, andiamo a mangiarci una frittata.

Di frittate ho parlato lungamente, spiegando il sistema con cottura lenta e quello con cottura veloce. Ormai non ne uso più soltanto una e le alterno, a seconda di quanto liquido tirano fuori gli ingredienti e della quantità di roba usata.
Oggi ne prepariamo una con zucca e cipolle, vedi tu quale metodo di preparazione vuoi usare. Io ti do delle linee guida, prive di tempi precisi perché il tutto varia molto a seconda del fornello, della padella, del volere di Pazuzu.
L’unica cosa veramente importante, per preparare una frittata, è l’uso di un’ottima padella. Te ne serve una antiaderente, se è in pietra ancora meglio.

Go, go, go!

Tutti ai posti di manovra!

Per preparare una frittata con zucca e cipolle, per due persone, hai bisogno di:

  • 6 uova. Più fresche sono, migliore sarà il risultato finale;
  • un cucchiaio d’olio;
  • sale, pepe, rosmarino secco;
  • 300 grammi di zucca;
  • 50 grammi di parmigiano od altro formaggio che hai in casa (pecorini vari o al massimo caciotte semisecche);
  • 300 grammi di cipolle.

Inizia tagliando la zucca a dadini abbastanza piccoli.
Versa un cucchiaio d’olio nella padella, fai scaldare a fiamma alta e poi cacciaci dentro la zucca.

Aggiungi del rosmarino secco e mentre la zucca inizia a cuocere, taglia le cipolle.
Segreto per non piangere: mettiti dell’acqua in bocca. Se bagnare la lama del coltello non serve ad una ceppa, questo è un metodo che funziona per davvero. Prova e poi mi dici.

Devi tagliare le cipolle a pezzoni.
Appena hai finito, caccia pure loro nella padella.

Aggiungi sale, pepe e magari dell’altro rosmarino.
Il tutto avrà bisogno almeno di 5 minuti per cuocere, a fiamma alta. Ogni tanto mescola, intanto prepara il resto.

Spacca le uova una per una in un bicchiere (sempre per non ritrovarti con pezzi di guscio da levare perché non sai calibrare la forza dei tuoi bracci) e poi riversale in una ciotola grande. Aggiungi sale, pepe e sbatti il tutto leggermente.
Grattugia 50 grammi di parmigiano ed uniscili alle uova.

Sbatti di nuovo, giusto il tempo di amalgamare tutto bene.

Nel frattempo gira cipolle e zucche, che non vogliamo roba bruciata.
Come dovranno essere? Le cipolle ammorbidite e colorate, la zucca leggermente abbronzata.

Adesso prendi tutto quello che ti serve per l’operazione frittata: un piatto grande per posarla, un coperchio per girarla o comunque per tappare se occorre, un cucchiaione ed una spatolina.

Versa il composto nella padella.
Con l’aiuto del cucchiaione cerca di distribuire il composto di uova ovunque, cercando di formare una (futura) frittata omogenea.

Con la spatolina muovi i bordi per essere sicura che non si attacchino ed inclina la padella per spostare liquido se vedi che si concentra tutto in un punto (cuocendosi così più in fretta, magari, in un altro punto).
Puoi usare indifferentemente una fiamma alta o bassa: con quella alta devi starci più dietro, muovendo la spatolina sotto la frittata per essere sicura che nulla si attacchi. Con la fiamma bassa non devi fare niente: ci cacci sopra il coperchio ed attendi di morire di tedio.

Se vedi che, usando la fiamma alta, la frittata continua ad essere troppo liquida in un tempo che non ti sembra ragionevole (magari senti già dell’odore di qualche cosina mezza bruciacchiata), abbassa la fiamma e cacciaci sopra il coperchio.
La frittata si può girare quando sopra non c’è più liquido evidente, altrimenti si spacca tutto. O, ancor più semplicemente, non è più una frittata ma una specie di pappone di uova strapazzate.
Prima di girarla, però, assicurati che tutta la frittata sia staccata dal fondo della padella. In ogni punto. Per farlo muovi la padella a scatti: se si muove, ok. Se non si muove ti tocca cercare di staccare il tutto con la spatolina (ma se hai usato una padella antiaderente non dovresti avere alcun problema).

Gira la frittata, dunque. Chiudi la padella con un coperchio, gira il tutto con un movimento veloce ed a questo punto la frittata è sul coperchio: falla scivolare nella padella.

Adesso fai cuocere, a fiamma alta, per circa 5 minuti. Ormai la frittata è cotta, deve solo ultimare la parte inferiore.
Se usi la fiamma alta, controlla sempre che non si attacchi, muovendo la padella a scatti. Con la bassa sarai invecchiata di circa 15 anni, durante la prima operazione, ma di sicuro nulla si attaccherà.

Dopo 5 minuti la frittata dovrebbe essere pronta (parlo sempre con quelli che usano il metodo incendiario: se sei di quelli che usano il metodo lento, altro che 5).

Se vuoi puoi girarla un’altra volta per capire se è pronta, ma non credo ce ne sia bisogno.

Taglia la frittata a spicchi e prepara le porzioni. Magari aspetta 5 minuti prima di mangiarla, altrimenti ti ustioni la lingua e poi non sa di niente.
Ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Ciao e buon appetito.

riso, wok

Riso ananas e pinoli (and Satan bless us, every one).

Non sono tra coloro che credono che serie tv e cinema appartengano allo stesso universo. Anzi, a dirla tutta a me le serie tv hanno stancato da diversi anni.

Si sa.

E non è che lo dico perché sono tra quei babbuini che han visto solo Lost e La Signora in Giallo: no, io ci ho passato centinaia e centinaia di ore, tipo drogata.
Poi però, passato l’entusiasmo del MA GIRANO IN ALTA DEFINIZIONEEE!! e quello del NON SONO PIU’ COME I CHIPS, HANNO UNA STORIAAAA mi sono resa conto che è tutta una grande soap opera. A volte anche ottima soap (come Six Feet Under), ma sempre soap è. Prendi dei personaggi, li metti in un contesto x, fai finta di avere scritto una trama lunga e complessissima che però annacqui mostrandoci che lui stava con Francesca ma Francesca amava Davide, in un loop infinito di rapporti interpersonali del tutto simili tra loro.

Sì, ho appena citato Ambra.

Dal mio punto di vista, quindi, non c’è molta differenza tra le puntate di Beautiful che mi faceva vedere mia nonna e quelle di Mr. Robot.

Mi sembra che le serie tv siano per un pubblico con l’attenzione spenta. Non c’è niente di male: anche a me capita di essere rincoglionita ed è in quei momenti che ci inserisco la serie che mi fa meno cagare in quel periodo (tipo The Walking Dead).

Lo so, lo so, sono io il problema, mica tu.

Poi ci sono delle eccezioni, in media mezza volta l’anno.
Siamo solo a gennaio e già abbiamo giocato il jolly 2019, sembrerebbe. Perché per ben tre giorni ho accantonato i film per mangiarmi – drogandomi sin dal primo episodio – Chilling Adventures of Sabrina.

All’ultima puntata ero così.

Non vedevo la vecchia serie né ho mai letto il fumetto (di cui manco sapevo l’esistenza). Anzi, ti consiglio di non leggerlo: l’ho aperto ed in 7 vignette ti spoilerano tutta la storia della prima stagione, anticipandoti parte della seconda. Quindi se per te la sorpresa è importante quanto lo è per me, lascia stare il fumetto.

Spiegherò il buono della serie senza anticipazioni.
Innanzitutto quello che funziona – e si vede da subito – è il cast. Tutte facce giuste nel personaggio perfetto. In più ogni personaggio non è bianco o nero, cattivo o buono. Il manicheismo da pessima scrittura seriale è sostituito da contraddizioni intelligenti, motivo principale per cui i suddetti personaggi sembrano possedere una consistenza tangibile.

Robe normalissime.

A me non piace quando la storia è guidata da un filo che divide la parte del bene da quella del male: non trovo sia possibile ottenere per davvero questa divisione, quindi sbuffo al minimo accenno di luogo comune comportamentale. E spengo.
Sabrina e le persone che le sono vicine sono del tutto avulse da questa restrizione. Sabrina stessa compie una serie di azioni ed è affascinata da tutto un pensare che sarebbe limitante vincolare. Fa quel che si sente di fare ed agisce in maniera spiazzante pur di ottenere il bene per coloro che ama. Peccato che il bene per uno non sia necessariamente traducibile con bene per tutti (come Spock ci ha sempre insegnato).

Massì, lo sappiamo.

Sabrina, nel suo spero lunghissimo percorso alla ricerca della libertà di scelta e dell’acquisizione di potere, riesce a stupire con certi suoi piani elaborati che lasciano presagire nulla di buono.
Non è la sola: la cattivissima di turno, francamente, sembra guidata dal buon senso quasi più di Sabrina stessa. La zia Zelda, pur disegnata come fredda e distaccata, è incapace di reggere moltissime pressioni emotive, mentre l’altra zia – a prima vista più fragile e gentile – ha una sicurezza granitica quando e se occorre.

L’abbiamo capito, giuro.

Lasciamo per un attimo in pace i personaggi e concentriamoci sul resto: la messinscena e le citazioni. La serie è ovviamente super derivativa, raccogliendo qui e là elementi di quasi cent’anni tra cinema e tv. Però non si abbassa a spiegare allo spettatore il riferimento cinefilo (o lo cogli o non lo cogli e chissà quante me ne sono sfuggiti): lo inserisce nello scenario, senza strizzare l’occhio a nessuno.
Riuscitissime le atmosfere, molto horror. Oserei dire più horror di quelle che dovrebbero esserci nei film di genere degli ultimi anni. Se dovessi scegliere un paragone, direi che la serie si pone tra quelle cosette che avrebbero potuto girare a fine anni ’80 inizio ’90 del genere fantastico, per ragazzi. Una via di mezzo tra le storie dei Piccoli Brividi (o Goosebumps, ora che siamo colti) e I racconti della Cripta, ma con uno spirito più cinematografico possibile.

Ho letto questo racconto cento volte.

Il tutto è pensato per un pubblico adolescente (ma anche adulto, visto che io sono più vecchia di Morla, la Tartaruga Millenaria) più scafato, meno pronto a scusare storie tagliate a metà o con morali dubbie che dovrebbero insegnarti la vita.

L’unica cosa che stona parecchio è parte della regia: non tanto le inquadrature o la composizione dell’immagine, quanto il fatto che spesso tutto risulti sfocato. Intere scene hanno focalizzato un solo particolare (di solito centrale) ed il resto è appannato. Non ho capito la scelta, fa oggettivamente schifo.

Mi devo fermare qui, perché per continuare dovrei raccontarti degli episodi o delle scene e no: tu devi guardarti Chilling Adventures of Sabrina senza che qualche Kaiju stronzo ti distrugga il senso di stupore indispensabile per qualsiasi visione.
Quindi basta e passiamo alla pappa.

E pure Pazuzu.

Se pensi di poter preparare la ricetta che ti sto per proporre usando una padella normale, te lo scordi.

Io ti ho avvisato, se poi devi buttare via tutto non venire qui a lamentarti.

Wok e padella non sono sinonimi: ne ho già parlato lungamente qui. Così come c’è un abisso tra un wok bruciato da te (lunga operazione di cui trovi qui le istruzioni) ed uno già antiaderente. Nel wok punkabbestia tutto viene da dio, in quello antiaderente non riesco ad ottenere gli stessi risultati. Ma saranno le mie incapacità, certo.

Mi inchino a chi riesce a cucinare qualsiasi roba con qualsiasi mezzo e sempre in maniera impeccabile.

Di sicuro questo riso (e tutti gli altri risi che ho proposto) non possono essere preparati con una padella, antiaderente o meno. A quel punto fai prima ad ordinare tutto al cinese, direttamente, perché tanto ti verrebbe di merda.
Detto questo, possiamo partire con la ricetta del riso ananas e pinoli.
Prima di raggiungere il risultato che ti sto per dare, avevo provato una versione senza uova e salsa di soia: aveva un sapore quasi vuoto, mancava proprio qualcosa.
Così invece mi ha soddisfatto parecchio. L’ho mangiato anche il giorno dopo, freddo, ed era pure meglio.

Avvertenza: se tu hai il riscaldamento, tutto ok. Se non ce l’hai, proprio come me, pure la potenza del wok verrà meno: gli ingredienti erano veramente gelidi pure senza stare nel frigorifero, quindi perdeva di temperatura di continuo. Insomma, a te verrà sicuramente meglio che a me, vedrai.

Go, go, go!

Tutti con la bocca piena, così non litighiamo perché penso che I Soprano siano lammerda.

Per preparare un riso con ananas e pinoli, per due persone, hai bisogno di:

  • 200 grammi di riso basmati. Ho provato altri tipi di riso e secondo me sono troppo pieni di amido, tendono a spappolarsi;
  • 3 cucchiai d’olio;
  • 2 uova;
  • 30 grammi di salsa di soia. Se riesci a trovare quella chiara, meglio: renderà il riso più bello esteticamente, per quel che serve;
  • 400 grammi di ananas;
  • 40-50 grammi di pinoli (di solito una bustina è da 40 ed è più che sufficiente, ma se ti ritrovi delle bustine con degli avanzi è giunto il momento di usarli);
  • sale, un cipollotto.

Siccome il riso deve essere freddo, ti tocca lessarlo diverse ore prima. Nell’acqua non mettere sale, cacciaci invece due cucchiai d’olio che lo aiuteranno a non appiccicarsi. Cuocilo al dente, omettendo tre minuti del tempo indicato sulla confezione, e scolalo bene. Distribuiscilo uniformemente su un piatto, lascialo raffreddare e poi caccialo in frigo. Lo toglieremo dal frigo giusto un minuto prima di accendere il wok.
Questa operazione non è sacrificabile: ho provato a cucinare il riso tiepido o fatto raffreddare sotto l’acqua corrente, ma il risultato non è stato per niente lo stesso. Tende ad appiccicarsi e spappolarsi.
Quindi tu mettiti in pari, ci vediamo qui tra qualche ora.

Ma infatti, 4-5 ore passano in un secondo.

Rieccoci.
Prepariamo tutti gli altri ingredienti.
Metti i pinoli in un pentolino e falli scaldare con fiamma media, girando spesso. Dobbiamo colorarli un po’, senza bruciarli, per dargli un odore ed un gusto più decisi. Ci vorranno circa 5 minuti.

Pronti.

Taglia un cipollotto a pezzotti non troppo piccoli, si brucia facilmente.
Spacca due uova in una ciotola, versa dentro 30 grammi di salsa di soia e sbatti il tutto brevemente. Non dobbiamo preparare un dolce, è sufficiente che gli ingredienti siano ben mescolati.

Infine taglia l’ananas a pezzetti abbastanza piccoli:

Tira fuori il riso dal frigo. Salalo un po’ e poi staccalo bene dal piatto con una schiumarola, così ti sarà più facile cacciarlo nel wok quando sarà il momento.

Metti il wok sul fuoco, fiamma alta.
Fagli prendere temperatura: appena vedi del fumo che sale, è pronto. Sì, deve proprio fumare, hai capito bene.
Ora cacciaci dentro 3 cucchiai d’olio.
Attendi 30 secondi e butta dentro il cipollotto.

Altri 30 secondi ed è la volta dell’ananas:

L’ananas ha bisogno di circa 5 minuti: rilascerà un sacco di liquido e questo liquido deve un po’ evaporare. E poi deve essere caldo: se fa freddo in casa o se era in frigo, bisogna dargli un po’ di tempo.
Dopo circa 5 minuti ci sarà forse ancora un po’ d’acqua, ma non molta. Puoi quindi versare le uova.

Se il wok è a temperatura, vedrai le uova gonfiarsi ai lati e quello è il segnale per cacciarci dentro il riso.
Se come me non sei riuscita a mantenere la temperatura costante, attendi che si rapprenda un pochino nei bordi, poi versa riso e pinoli.

Comunque è un’altra operazione, quella delle uova, che necessita circa 30 secondi.

Adesso devi stargli dietro. Ci sarà bisogno di circa tre minuti, ma il tempo dipende molto dalla quantità di liquido da assorbire. Devi girare di continuo il tutto con una schiumarola e in questo passaggio aggiusta pure di sale. 

Il riso sarà pronto quando sarà asciutto, senza liquido da nessuna parte. I chicchi dovrebbero anche essere tutti separati, senza formare pappe strane:

Spegni la fiamma e prepara le porzioni.
Ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Ciao e buon appetito!

vellutate e zuppe

Vellutata di finocchi (e la psicopatia di Nathan Drake).

Quando giochi a una roba tipo Wolfenstein lo scopo è chiaro: è normale che prendi e spari a qualsiasi cosa si muova. Stai lì, in copertura, e ti ripeti raffiche brevi e precise, raffiche brevi e precise!

Poi i cattivi sono i nazisti e tutti odiano i nazisti, no?

Idem per quanto riguarda titoli alla Bulletstorm: l’imperativo è CASINO! ed in quel caso più l’arma crea bordello e più hai centrato il punto.
Ci sono poi titoli ibridi, che devono darti una scusa per ammazzare qualcuno. Per esempio l’ultima trilogia di Tomb Raider: non è che Lara ci tenga a massacrare tutte quelle persone, ma è costretta. Non capisce perché, ma ovunque vada cercano di farla fuori, non è che può circolare senza pistole, archi e tante bestemmie.
Si fa male di continuo, si domanda perché capitino tutte a lei e niente, ogni tanto ci scappa il morto. Anzi, qualche decina di morti.

Cara Lara, ti assicuro che Sandrina forse ha più sfiga di te.

Così il Principe di Persia si ritrova casa invasa e quindi usa la sciabola per sgozzare i cattivi e quelli di Double Dragon devono per forza lanciare bidoni in giro perchè si devono difendere dalla tipa sadomaso con la frusta.

La dura vita della strada.

Pure Super Mario non è che sia orgoglioso di lanciare gusci di tartarughe in giro, ma quelli poi gli tirano le stelline ninja sui baffi. Bisogna pur difendersi.
Per non parlare di Link, che ha il giardino invaso da mostri che boh.

Poi va a casa e si sfoga spaccando i vasi.

Tutto molto chiaro, tutto molto preciso, tutto molto contestualizzato.
Ma c’è un’eccezione. O, almeno, c’è per come vivo io il personaggio.
E quell’eccezione ha un nome ed un cognome: Nathan Drake. 

Sembra innocuo, in realtà è un pluriomicida.

Te lo dico subito: non è che io ricordi benissimo le trame dei primi 3 Uncharted. Li ho giocati, mi sono piaciuti, tuttavia subito dopo i titoli di coda sono stati cancellati dalla memoria. Rimane lo stupore per la grafica, le vertigini per lo scalare posti assurdi e l’affetto per i personaggi. Basta.
Però il 4 l’ho giocato all’uscita e mi ha colpito di più e quindi posso parlare con un minimo di cognizione di causa.
E la mia conclusione è che Nathan Drake non ha scusanti.

Risultati immagini per uncharted 4 crash
Pure in ‘sta gif sgranata si intuisce la grafica della madonna.

Sì, è vero che ha tanti nemici nel mondo e che non si sa bene come questi nemici hanno arruolato eserciti interi da sacrificare, tipo carne da cannone. Ed è senz’altro vero che in alcune situazioni o spara o muore, quindi ok.
Però in altre è abbastanza evidente il meccanismo entro in una stanza, riempio di buchi chiunque respiri e passo oltre. Ma mica passo oltre col fiatone e l’ansia, come nel caso di Lara Croft.
No: Drake SI DIVERTE. Come se sterminare un esercito di persone fosse una roba più che normale, più che logica, tanto sono pixel, mica gente vera.

La leggerezza con cui Drake passa dallo scherzare su stronzate al cecchinare pirati e banditi è destabilizzante. Questa dicotomia comportamentale mi ha sempre fatto pensare a lui come al più feroce e pericoloso sociopatico dei videogiochi.
Altro che GTA o Carmageddon.

Siete turisti della violenza.

Ora che ti ho rovinato per sempre il tuo personaggio preferito, possiamo passare al cibo.
Persino nella profonda teronia è arrivato il freddo e mangerei solo zuppe calde.
Ho quindi preparato una vellutata di finocchi finalmente decente (sarà almeno il mio quarto tentativo) e te la passo. Proprio semplicissima, che mi sa che era l’unico modo per valorizzare il finocchio.

Go, go, go!

Tra poco si mangia.

Per preparare una vellutata di finocchi, per due persone, hai bisogno di:

  • 750 grammi di finocchi, peso calcolato dopo la pulizia. Comprane circa il doppio, del finocchio purtroppo si scarta parecchio (anche se tecnicamente si potrebbe frullare tutto);
  • 350 grammi di patate, peso calcolato dopo la pulizia;
  • 5 grammi di semi di finocchio + qualche altro seme per decorare;
  • un filo d’olio da mettere su ogni porzione;
  • 100 grammi di latte.

Il tutorial per pulire i finocchi lo trovi qui, ma ripetiamo l’essenziale.
Innanzitutto leva la barba verde e tienila da parte.

Poi devi tagliare quelle cose somiglianti a delle dita, il culo e togliere il primo strato esterno.
Useremo solo la parte centrale, che è anche la più saporita. Riduci i finocchi a pezzetti abbastanza piccoli e mettili nella pentola che hai deciso di usare.

Pela le patate, lavale bene, riduci a dadini pure loro e cacciale nella pentola.
Aggiungi al tutto anche i 5 grammi di semi di finocchio.

Riempi la pentola d’acqua ma tieniti leggermente sotto al volume della verdura. Di un dito o giù di lì.

Accendi la fiamma alta, aggiungi un po’ di sale, chiudi col coperchio ed attendi le bolle.
Appena bolle togli il coperchio, metti una fiamma medio bassa (va bene il sobbollore, non serve che vada a cannone) e fai cuocere il tutto per 20 minuti.

Esaurito questo tempo patate e finocchi dovrebbero essere abbastanza morbidi da tritarli col mixer ad immersione. Quindi tritali e versa i 100 grammi di latte (a temperatura ambiente).

Mescola bene, assaggia ed aggiusta di sale.
Prepara le porzioni e decora ogni ciotola con della barba di finocchio, qualche seme di finocchio ed un filo d’olio.
Ecco cosa dovresti avere davanti:

Ciao e buon appetito!

garbage pail kids, Primi

Pasta pepperoni (e cronache 2018 di un divoratore di film).

Per renderti tanto contenta anche io stilerò l’elenco dei dieci film migliori del  2018.

Vedo che hai reagito bene.

Sì, lo so che non è un’idea originale, che tutti han stilato la loro classifica, che giusto mia nonna no ma solo perché ancora non ha un blog.
Però c’è una differenza: qui non troverai classifiche, ma solo i 10 titoli che ho visto durante l’anno e che mi sono rimasti impressi. Non devono essere i migliori del 2018, né capolavori. Ho omesso titoli che lì per lì mi sono piaciuti di più o che sono oggettivamente migliori perché il criterio è proprio un altro. Il film doveva avere quel qualcosa che ha fatto la differenza per me e solo per me.

Non ho inserito Pantera Nera, The Endless e A Star Is Born perché ne ho già parlato lungamente. E non sono in ordine di gradimento.

Inserirò invece un’eccezione sgradevole – cioè un film bruttissimo che però mi ha fatto piacere guardare- ed un titolo tra quelli che avevo già visto in passato e che mi ha fatto particolarmente piacere riguardare.

Partiamo.

  • The Texas Chainsaw Massacre 2 di Tobe Hooper, 1986

Bello, bellissimo, stupendo il primo capitolo.
Ma questo è molto più malato, molto più assurdo ed anche molto più cretino.
Dennis Hopper ha la parte della sua vita (insieme a quella in Blue Velvet), è pieno di sangue, di trovate assurde e di motoseghe.
Tobe Hooper si è confermato il mio regista horror preferito e vedrò questa robetta qui fino allo sfinimento.
Se anche a te piacciono i film per malati mentali devi recuperarlo.

  • The Beguiled di Don Siegel, 1971

Ho visto il film della Coppola (non si può parlare di remake, dato che la storia è tratta da un romanzo) e mi ha fatto schifo.
Ma è grazie a questa disavventura che scopro la versione di Don Siegel, con Clint Eastwood come protagonista.
Atmosfera malsana, alienazione, isolamento, psicopatia provocata (forse) dalla guerra.
Orrore nelle piccole inquadrature sfuggite, di cui non posso parlare altrimenti ti rovino l’effetto.
Forse un po’ lento, ma per me non è un difetto.

  • Psycho II di Richard Franklin, 1983

Di nuovo: bello, bellissimo il primo capitolo. E grazie al cazzo: Hitchcock mica si batte.
E proprio per questo credo che ben pochi abbiano avuto il coraggio di affrontare il seguito.
Invece, contro ogni pronostico, mi è piaciuto di brutto. Non c’entra niente col primo: non c’è orrore sottile, anzi, è molto più un horror b movie (di cui vivo, in fin dei conti).
Però han costruito una storia che riporta il tutto al punto di partenza, dando molto spazio alla psicologia di Norman Bates. E poi si mangiano tanti panini, che non guasta.

  • The Room di Tommy Wiseau, 2003

Considerato il peggior film mai girato e onnipresente nell’internet, eppure io non lo conoscevo. L’ho scoperto grazie a The Artist di e con James Franco.
Sì, è vero, è brutto: orrendo sotto ogni aspetto. Le luci, la recitazione, le scene girate a caso, quelle inserite per errore, le scene di sesso che si ripetono uguali a se stesse, i dialoghi che boh. Se dovessi paragonarlo a qualcosa, sceglierei un brutto video di Antonello Venditti degli anni novanta.
Eppure dà un effetto talmente straniante da rimanere impresso.
L’idea di non dover per forza spiegare i rapporti tra i personaggi, creando dialoghi che sembrano partire da dialoghi precedenti, è ottima. Certo, non è stato capace a realizzarla, però è buona.
Lisa è un personaggio fuori dal mondo, psicopatico, soprattutto perché non è stato capace a darle una vera motivazione di fondo. E poi ci sono tutte quelle scene meravigliose cacciate dentro senza ragione, come quella della corsa nel parco o la partita a pallone vestiti con lo smoking.
Insomma, è proprio la totale incapacità di Wiseau a rendere il suo lavoro interessante.
Secondo me è da vedere. In compagnia, perché sennò ci si potrebbe annoiare un po’.

  • La Guerre du Feu di Jean-Jacques Annaud, 1981

Ammetto di avere sbuffato quando, prima di iniziare la visione, ho scoperto che si trattava di un film praticamente senza dialoghi e sugli uomini primitivi.
Poi al primo combattimento tra ominidi han catturato la mia attenzione: che bella violenza, che roba strana.
Pieno di sequenze parecchio potenti concettualmente e pure divertente.
Da vedere, seguito da Caveman con Ringo Starr (una roba così brutta che va vista almeno una volta nella vita).

  • Avengers: Infinity War di Anthony e Joe Russo, 2018

Premessa: non mi definirei per nulla appassionata dei film Marvel. Anzi: mi han fatto quasi tutti cagare. Però sono una spettatrice quasi religiosa: ho visto tutti i titoli, pure quelli che non mi interessavano. Perché uno un po’ ci si casca: leggi i fumetti (che sono meravigliosi) e la voglia di ritrovare i personaggi in carne ed ossa c’è di brutto.
Quest’anno mi è piaciuto Pantera Nera e persino il secondo capitolo di Ant-Man e un po’ pure Spider-Man. Anche Deadpool 2, che non è Marvel ma ‘sticazzi.

Infinity War è però tutto su un altro livello. I fumetti di Starlin sono tra i più belli mai scritti e li consiglio perché sono fumetti che ci rendono tutti migliori (e ogni personaggio è a 360 gradi, per non parlare dell’inventiva dell’autore, che è spettacolare). Ho apprezzato molto il fatto che nel film si siano discostati dalla trama originale, senza però spezzare la parte più importante (o quasi, purtroppo hanno omesso Warlock, per ora): Thanos.

Potentissimo, annientante: Thanos è proprio come nel fumetto. Non un cattivo tagliato con l’accetta, anche perché Thanos non è cattivo. Ha solo una visione del multiverso quasi più illuminata di quella dei piccoli Vendicatori che vanno in giro a tirare pugni. Galactus è cattivo? Silver Surfer è buono? Con certi personaggi non si possono trarre conclusioni affrettate: la potenza e la lontananza dalla nostra natura umana non possono farci comprendere in pieno cosa li muove.
Ed in questo il fotogramma che ho inserito racchiude l’essenza dell’opera Marvel tutta: l’umanità e la perseveranza di Capitan America contrapposta all’immensità di Thanos.

  • The Ramen Girl di Robert Allan Ackerman, 2008

Sì, è una totale boiata: e allora?
Sono fan in maniera totale di tutte quelle storie dove qualcuno deve diventare il più grande qualcosa del Giappone. Il più grande calciatore, la più grande pallavolista (perché, esiste qualcosa di più importante della pallavolo?), il più grande giocatore di basket. E, perché no, la più grande cucinatrice di Ramen dell’occidente.

Mi ha divertito un sacco.

  • Creep 2 di Patrick Brice, 2017

Non è solo un seguito, bensì un completamento del personaggio che ormai è quasi una persona vera. Mark Duplass è bravissimo.
Per me è un serial killer che può entrare nell’olimpo dei serial killer cinematografici. Insieme a Norman Bates e a Buffalo Bill, per capirci.
Mockumentary o giù di lì, però senza gli strafalcioni di stile che di solito si inseriscono per renderli più cinematografici (o per distrazione?).

  • Tomb Raider di Roar Uthaug, 2018

Allora è legale produrre un film su un videogioco senza massacrarlo!
Dopo anni in cui si sono impegnati di brutto a rovinare tutto il rovinabile (da Super Mario a Resident Evil), finalmente un’eccezione.
Tratto dal primo titolo della nuova trilogia, è talmente fedele che intere sequenze vengono riprese in maniera identica (tipo queste).
La Vikander è perfetta nella parte e si è pure super fisicata e questo già me la rende simpatica (altro che Wonder Woman e le sue braccine del cazzo: i supereroi devono avere i muscoli, chi dice il contrario mi sa che non ha ben capito che dietro i muscoli c’è anche la volontà di simboleggiare l’inarrivabile).

Divertente anche il fatto che più si va avanti col minutaggio e più Lara Croft compie imprese spettacolari. Un po’ come se ci fosse una specie di level up graduale.

  • Ready Player One di Steven Spielberg, 2018

Non c’è molto da dire. Effetti speciali spettacolari, storia carina e commovente, così zeppo di citazioni che può fare contento chiunque.
Soprattutto chi attendeva dal 1982 il ritorno di Steven Spielberg e finalmente è avvenuto.

  • Eccezione sgradevole: The Exorcist II di John Boorman, 1977

Osceno.
Un film dai lunghissimi sguardi vuoti, costellato da cagnaggine e con una storia zeppa di locuste di cui si capisce poco. L’importante, pare, era far crollare la casa del primo capitolo, poi boh.
Imbarazzanti le scene che riprendono il film di Friedkin: con attori diversi, battute mai pronunciate, trucchi orrendi.
E vogliamo parlare della scena in cui Regan balla il tip-tap? No, non credo.
Però faceva così schifo che mi è rimasto impresso e mi han fatto convertire a Pazuzu. C’è chi venera Cthulhu, chi Amon. Ormai la mia anima è per Pazuzu e basta.

  • Il rewatch migliore, come direbbero i giovani: Unbreakable di M. Night Shyamalan, 2000

Quando, nel lontanissimo 2000, ho osato dire che per me era il film definitivo sui supereroi mi hanno smutandato. E mi hanno smutandato per quasi 18 anni, fino a quando internet ha deciso che siamo tutti fan di una trilogia ancora non scritta e che nessuno desiderava.
L’ho trovato splendido come la prima volta e non lo riguardavo da almeno una decina di anni.  Il finale forse è un po’ sfigato e tirato via (parlo della missione da supereroe), ma glielo si perdona.

Spero di averti dato qualche spunto di visione, ci rivediamo il prossimo anno. La prossima volta metterò le mie serie tv preferite del 2018. Ma so che non te ne frega niente perché hai fame e c’hai pure ragione.

Gente che si arrende e scongela la pizzaccia.

Oggi ti propongo una porcata americana: la pasta col salamino piccante (o pepperoni). Facile, buona, un ritorno in gloria del cibo alla Garbage Pail Kids. L’unica sfiga è che dovremo usare il microonde perché altrimenti il formaggio non filerebbe a sufficienza. Ma tanto sappiamo che ciò che non ti uccide ti prepara all’imminente Fallout. 

Go, go, go!

Per preparare una pasta pepperoni, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di pasta;
  • 100 grammi di salamino piccante (pepperoni, per gli amici) tagliato sottilissimo ;
  • uno spicchio d’aglio;
  • peperoncino;
  • un cucchiaio d’olio;
  • 100 grammi di scamorza affumicata, a fettine sottilissime;
  • 300 grammi di passata di pomodoro.

Metti l’acqua della pasta a bollire.

Riduci a pezzetti 50 grammi di salamino piccante.

Versa in una padella un cucchiaio d’olio, insieme a del peperoncino e ad uno spicchio d’aglio scamiciato e tagliato a metà. Se è periodo di aglio buono puoi tranquillamente tritarlo o schiacciarlo con lo spremi aglio. Ma a gennaio, noi, lo togliamo durante la preparazione perché fa troppo schifo.

Fai soffriggere il tutto per un paio di minuti, girando spesso per non fare bruciare niente. Appena l’aglio è colorato levalo con una pinza.
Aggiungi ora 300 grammi di passata di pomodoro ed il salamino che hai sminuzzato.

Mescola il tutto, aspetta che inizi a sobbollire e poi abbassa la fiamma al minimo, così puoi dedicarti agli altri ingredienti.
Fai andare il sugo fino all’arrivo della pasta.

Taglia a pezzetti la scamorza, lasciando però intere 2 fettine.

Ora devi decidere come gestire il salamino rimasto. 
La pasta verrà passata al microonde, alla fine, quindi volendo puoi aggiungere le fettine di salamino sopra la pasta e farle sudare direttamente in quel passaggio.
Oppure puoi usare una padella antiaderente. In quel caso ecco come devi fare: fai scaldare la piastra-padella (con una fiamma medio bassa) e poi ci appoggi sopra il salamino.
Come diventerà trasparente toglilo: se lo fai cuocere troppo diventerà croccante e non è quello che ci serve. Bisogna starci parecchio attenti, il metodo del microonde è chiaramente più comodo.

Tutto il salamino nella parte a destra è pronto per essere prelevato.

Tira fuori la pasta tre minuti prima del tempo indicato sulla confezione, ma non gettare l’acqua di cottura che non si sa mai.
Concludi la preparazione in padella, con fiamma alta e bagnando con l’acqua se il tutto dovesse risultare asciutto.

Prepariamo ora i piatti.
Prima la pasta:

Cospargi con i pezzettini di scamorza. Metti poi la fettina di scamorza che hai lasciato intatta e concludi con le fettine di salame. Fettine che puoi mettere dove vuoi.

Tipo così o abbondare.

Metti il piatto nel microonde, potenza massima.
Fallo rimanere lì finché il formaggio sarà bello sciolto.

Ed è finita. La tua porcata americana è pronta per essere pappata:

Ciao e buon appetito!

vellutate e zuppe

Crema di patate e carote (+ uomini pesce, ghoul e gattini lovecraftiani)

Innanzitutto vediamo di metterci d’accordo sulla differenza tra l’inserire elementi lovecraftiani in un qualcosa ed essere lovecraftiano in senso più profondo.

Avvisata.

Se mia nonna si fa una fotografia con un polpo in mano – polpo che userà per cucinare un’insalata di mare, quindi nessun animale è stato torturato e maltrattato al fine del divertimento più becero – si può dire che la foto abbia degli elementi lovecraftiani?

Beh, in fin dei conti sì. È zeppo di racconti, film, videogiochi spacciati per lovecraftiani e che poi, se vai a vedere, c’han di Lovecraft giusto un paio di uomini pesce messi a caso. Bene che vada, eh. Basta pensare alla prima stagione di True Detective: tutti a urlare LOVECRAFT! solo perché per sbaglio qualcuno nomina Yellow King (che non è un’invenzione di Lovecraft, ma vaglielo a spiegare).

Quindi sì: mia nonna ha contribuito a rendere grande il mondo scattando l’ennesimo selfie dedicato a H.P.

Grazie, grazie.

Si può dire che la stessa foto sia lovecraftiana in senso più profondo?
Credo che possiamo trovarci d’accordo, per una cazzo di volta senza dibattiti inutili, nel rispondere che no, proprio no, dai no.

Innanzitutto in quella foto mia nonna dovrebbe tenere in mano non un polpo, ma un oggetto casuale. Uno specchio? Un diario? Un pennello? Un bicchiere? Un cubo nero? Non ha importanza. Poi mia nonna di certo non dovrebbe sorridere: la giusta espressione è una faccia piatta indecifrabile, di quelle che precedono l’orrore. Quella di colui che si sta addentrando in qualcosa, ma ancora non sa cosa, sa solo che forse forse forse sarebbe meglio evitare. Lo sguardo di mia nonna, poi, non dovrebbe essere rivolto verso l’obiettivo, ma verso un punto indefinito. Tipo quando si guarda un punto oltre l’orizzonte, distantissimo.
Una foto, insomma, che rappresenta nulla, se non il preludio di qualcos’altro tutto da scoprire.

Se Lovecraft avesse un profilo facebook condividerebbe selfie del genere e tanti gattini.

A me non piace la letteratura, ma di Lovecraft ho letto tutto. Persino le poesie. Mi piace questo senso di morboso mistero che pervade ogni sua riga. Mi piace il fatto che dopo qualche pagina in fin dei conti si sia già rotto le palle di scrivere il racconto che sto leggendo, perché non è che abbia una vera storia da raccontare. Lui è intrigato da quello che viene prima, quello che potrebbe essere, i passi che si fanno verso un qualcosa.
Mostrare la creatura è sempre il passo meno significativo: il vero terrore è ciò che non ha un volto ed una forma. Anzi, il vero terrore è il fatto che il terrore non si possa comunicare. Per questo – almeno per quel che ho sempre decodificato io – inventa nomi assurdi, quasi impossibili da pronunciare.

È indubbio che quasi tutto il cinema di mistero-horror ed anche moltissimi videogiochi si basino sull’opera di Lovecraft, pure quando non lo riconosci. Lovecraft ha inventato praticamente tutto, agli altri è stato lasciato il privilegio di saccheggiarlo, modificarlo, anche migliorarlo.

Forse Lovecraft non ha inventato i Ghoul ma è senz’altro grazie a lui se oggi abbiamo Ghoul non solo mostruosi, ma addirittura amichevoli.

Però siamo sempre lì: mettere degli uomini pesce od avere una teca piena di teste parlanti non basta.
Quelli che sono andati più vicini al rappresentare le atmosfere dello scrittore sono stati Yuzna e Stuart Gordon. Peccato però che si lascino sempre travolgere dalla perversione sessuale, particolare che Lovecraft non ricordo abbia inserito mai da nessuna parte. In questo senso mi sembrano più vicini a Clive Barker.
E comunque si perdono sempre per strada. Dagon e Dreams in the Witch House partono benissimo, per poi allontanarsi dai racconti in maniera inspiegabile.
Stessa cosa per From Beyond: splendido film in toto, ma che abbandona Lovecraft in maniera plateale (un sacco di sangue, un sacco di sesso). In realtà il sesso per Lovecraft è una forma di deformazione dell’animo umano, quindi non è che Yuzna fa una deviazione colpevole, ma non ricordo che lo scrittore sia mai stato esplicito nel mostrarlo.

Donne? Ci sono donne nei racconti di Lovecraft che non siano streghe o zingare?

Persino The Call of Cthulhu e The Whisperer in the Darkness – piuttosto fedeli ai due racconti di riferimento – pur mantenendo quasi intatte le storie di Lovecraft sono carenti nell’atmosfera. Forse è a causa della natura stessa del cinema che composto di immagini fin troppo nitide è semplicemente interdetto nell’accostarsi al mistero – impossibile anche solo da descrivere a parole – su cui si era fissato Lovecraft? Forse.

Tutto questo per arrivare a consigliare un film che mi ha stupito molto nell’ultimo periodo e che mi è rimasto appiccicato addosso, quindi è un peccato che si perda per strada.
Considerando spoiler qualsiasi cosa, dovrei limitarmi a dire che il film in questione si chiama The Endless e che è riuscito finalmente dove tutti gli altri hanno fallito.

La locandina.

Scriverò due righe cercando di non fornire grosse anticipazioni, ma il mio consiglio è di passare direttamente alla ricetta e di tornare qui dopo la visione.

Finalmente, dunque, qualcuno è riuscito a trasformare in immagini il senso di terrore di Lovecraft, inteso come attesa (o sospensione del tempo) che l’orrore si riveli (o venga rivelato).
Lo spaesamento dei protagonisti all’interno di uno scenario inspiegabile è ciò che ogni protagonista di quasi tutti i racconti di Lovecraft prova. Più il mistero si tinge di oscurità e più i personaggi sono attirati dal buio.

Indovina chi ha inventato le teste parlanti di Futurama?

L’autore non cerca di renderci facile la visione, consegnandoci un bignamino pieno di spiegazioni su ogni fotogramma. Lo scenario si incupisce ad ogni passo, per ogni tassello scoperto si aprono nuove domande ed alla fine non se ne uscirà più consapevoli. Anzi, non siamo neppure sicuri di essere usciti davvero dal mistero. E comunque ha forse importanza la salvezza in sé? Una volta che siamo consapevoli dell’esistenza di un Qualcosa tanto terribile quanto affascinante, che va oltre la comprensione umana, di certo il nostro sguardo non sarà più lo stesso. La nostra mente avrà subito una mutazione, quasi un passo evolutivo.
I meno fortunati rimangono intrappolati al di là dello specchio o all’interno della mente, ma anche coloro che riescono ad invecchiare senza subire la follia difficilmente riusciranno a togliersi di dosso l’orrore.

Roba che uno non riesce più manco a mangiare in pace.

Lovecraft ci dice che le cose non sono semplici come appaiono. Che l’antichità ci osserva. Che noi non siamo al vertice della catena alimentare. Che noi non siamo niente.
E The Endless, in qualche maniera e cogliendo un po’ qua ed un po’ là nell’intero immaginare di Lovecraft, cerca di costruire atmosfere, storie e misteri improntati non al mostrare, ma al dimostrare che la nostra è una micragnosa esistenza. Com’è che si dice? Ah, sì: che ci sono più cose in cielo e in terra di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia.

Citazione di Jim Morrison.

Insomma, sai cosa guardarti nel fine settimana.
Ed ora passiamo al cibo: oggi prepariamo una zuppa calda. Senza pistacchi tritati, senza speck croccato, senza tuorli d’uovo sbriciolati. Solo patate e carote e cipolle, con un po’ di sale e senza spezie ed addirittura senza olio.
Ti voglio male? Sono a dieta?
No. È che a volte mi va una roba semplice, che sappia solo di verdure. Le carote sono le mie preferite (con la zucca, dai) e le patate servono per dare una consistenza più papposa.
Quindi Go, go, go! e vedrai che non te ne penti, se te la mangi.

La reazione mangiando questa pappa qui.

Per preparare una crema di patate e carote, per due persone, hai bisogno di:

  • 600 grammi di patate;
  • 600 grammi di carote;
  • una cipolla rossa;
  • sale;
  • acqua.

Pela le patate e le carote. Sciacqua entrambe sotto l’acqua, tagliale a pezzi e poi mettile in una pentola di cui possiedi il coperchio. Taglia anche la cipolla e metti dentro pure lei.
Aggiungi l’acqua: non deve coprire il tutto, tieniti almeno un centimetro sotto il volume complessivo.

Accendi una fiamma alta e chiudi col coperchio. Attendi le bolle e poi abbassa la fiamma: deve sobbollire, non andare a cannone.  Aggiungi anche un po’ di sale.
Fai andare per una quarantina di minuti, il tempo per fare lessare il tutto. Se credi di avere messo troppa acqua a metà cottura togli il coperchio per farla evaporare. La verdura è pronta quando riesci a trapassarla con una forchetta senza fatica.

Trita il tutto con un mixer ad immersione. Devi raggiungere una consistenza molto densa. Questa:

Assaggia ed aggiusta di sale. Se dovessi avere raggiunto un risultato più liquido puoi o mangiartelo così (che tanto sarà buono uguale) oppure rimettere sulla fiamma per fare restringere il tutto.
Senza coperchio, ovviamente.

Prepara le porzioni ed ecco qui la tua cena che, ti assicuro, non sarà triste e ti riempirà pure la panza in maniera spropositata.

Ciao e buon appetito!