Gli gnudi, sottospecie di gnocchi di ricotta brutti e buoni.

Hai presente quelle foto di cibo che solo guardandole ti vien fame pure se ti sei appena scofanato sei pizze e quattro parmigiane di melanzane?

per non parlare di quello che ti sei sbranato a colazione, il pasto più importante della giornata.

Quelle immagini di formaggi filanti, di fritture dorate, di creme dense, di carni al sangue e via dicendo?
Insomma, il caro, vecchio, ormai anche un po’ abusato food porn?
Ecco. DIMENTICATELO. Perché noi oggi creiamo la bruttezza.

La tua faccia durante la preparazione 

Ci saranno momenti in cui potrai anche essere assalita dalla demoralizzazione, perché tutto sembrerà distruggersi davanti ai tuoi occhi.
Ma tu non perdere la speranza, non spegnere i fornelli, non chiamare la pizzeria. Continua. Abbi fiducia nel tuo Kaiju: mangerai bene.

Non fare come lui.

Stiamo per imparare a fare gli gnudi. Sono dei parenti alla lontana degli gnocchi, solo che l’impasto non è di quelli che si lavorano con le mani, con cui creare le palline precisine. No: si butta l’impasto nell’acqua direttamente a cucchiainate, anche un po’ con scazzo, con l’aria da bulli.

Quindi accompagnate fuori quelle signore e quei signori suscettibili agli impiattamenti osceni e non studiati, potrebbero sentirsi male.

Mi raccomando, fatele uscire con gentilezza.

Ho preso questo tutorial da Stefano Barbato: molto chiaro, molto preciso, non ho cambiato nulla.

Go, go, go! 

Per preparare degli gnudi, per due persone, hai bisogno di:

  • 300 grammi di ricotta di mucca;
  • 300 grammi di spinaci;
  • 10 grammi d’olio;
  • 75 grammi di farina 00;
  • sale, pepe e noce moscata;
  • 1 uovo;
  • 20 grammi di parmigiano + una spolverata da mettere sui piatti;
  • 50 grammi di burro. Quando si usano quantità così grandi io ti consiglio sempre di farlo in casa. Trovi il procedimento qui;
  • qualche foglia di salvia.

Partiamo dalla ricotta. Non so che ricotta compri tu, ma di certo io non sto parlando di quelle nefandezze confezionate che con la ricotta nulla c’entrano se non per il nome riportato sulla scatola.
Compra la ricotta fresca. Che però un pochino dobbiamo maltrattare, perché dobbiamo levarle il liquido.
Non ci vuole molto: ti basta metterla dentro ad un colino, appoggiare il colino su una tazza e farla star lì per un paio d’ore, a temperatura ambiente. Dovrebbe bastare. Se proprio ti ritrovi ad accompagnarti con delle ricotte acquose, puoi anche pensare di lasciarla invecchiare 24 ore in frigo. Ma è quasi sicuramente eccessivo.

Un po’ di riscaldamento prima di fare sul serio.

Fatto questo, si va.

Lava benissimo gli spinaci e togli tutti i gambi. Si usano solo le foglie.

Tagliali poi in maniera molto grossolana (non ti sbattere, tanto spariranno).

Versa 10 grammi d’olio in una padella e poi cacciaci dentro gli spinaci.

Metti un po’ di sale (così butteranno fuori la loro acqua) e fai cuocere a fiamma media per una decina di minuti, girando ogni tanto, fino a quando saranno rammolliti.
Ecco cosa devi ottenere:

Mettili in una ciotola e falli leggermente raffreddare.
In questo tempo tira fuori tutti gli ingredienti e grattugia il parmigiano.
Puoi anche iniziare a mettere l’acqua a bollire, perché non ci vorrà molto tempo.

Gli spinaci si sono un po’ raffreddati? Non devono essere GELIDI, ma non caldi. Altrimenti cuoci l’uovo, per esempio. Quindi quando sono della temperatura giusta, proseguiamo.
Aggiungi 20 grammi di parmigiano e mescola bene.
Butta dentro anche la ricotta.

Mescola sempre tutto strabene, poi aggiungi l’uovo.

Di nuovo giù di cucchiaio, poi è la volta del sale (poca roba, c’è già il formaggio e gli spinaci sono salati), di una spolverata di pepe e di un po’ di noce moscata. Quanta? Quanta ti piace, dipende dal tuo palato.

Infine è la volta della farina. 75 grammi.
Adesso mescola per un po’ di tempo. Tipo 3 minuti. Non ti fermare quando la farina è inglobata: dobbiamo scatenare le forze del glutine e per farlo dobbiamo maltrattarlo un po’.  Quindi continua ad impastare, con un cucchiaio di legno, per tre minuti.
Otterrai un impasto non lavorabile con le mani, molto ma molto morbido.

Assaggia. Se ti sembra salato il giusto, ok. Se ti sembra sciapo, puoi decidere di aggiungere un po’ di parmigiano (per me era a posto così).

Ecco il mio impasto:

Siamo pronti per cuocerli, quindi prepariamo il condimento.
In un padellone (lo stesso in cui hai cotto gli spinaci va bene, non c’è bisogno di sporcare tutta la cucina) metti 50 grammi di burro. Appena si scioglie caccia dentro pure le foglie di salvia spezzettate. Poi spegni, riaccendi quando stai per scolare gli gnudi.

Ma come si lavora quel blob ricottoso? Molto semplice.
Procurati due cucchiaini.

Con un cucchiaino prelevi dell’impasto:

Se vuoi puoi sforzarti di provare a creare una forma, con l’altro cucchiaino.
Se ti pesa il culo come pesava a me, limitati a spingere l’impasto nell’acqua, usando l’altro cucchiaino:

Saranno bruttissimi ed un po’ si scioglieranno. Non fare bollire l’acqua in maniera super violenta, abbassa la fiamma. 
E non piangere quando vedrai questo:

La realtà sarà molto meno terribile di quel che sembra.
Gli gnudi verranno a galla e da quel momento falli cuocere ancora mezzo minuto. Poi tirali fuori con una schiumarola e mettili nella padella col burro (che devi riaccendere, con fiamma bassa).

Falli andare in padella per altri 30 secondi, poi prepara i piatti.

Su ogni porzione metti una spolverata di parmigiano e poi mangia.
Buoni, vero? Non te l’aspettavi, vero?
Manco io.
Ti faccio vedere la consistenza di uno gnocco:

Ciao e buon appetito!

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Risotto cacio e pepe

Mi sembra di intuire che le cosa non sia chiarissima, quindi la scrivo e basta e chi vuole andare a fanculo (o mandarmici, anche) che vada. Stai pronto perché sto per lanciare la bomba atomica: a me le persone non piacciono.

Ma per niente proprio, anzi, mi scatenano la viulenza esagerata.

E no, non è una roba che prima o poi cambierà o che scaturisce da chissà quale delusione: è sempre stato così e – a questo punto posso affermarlo con sicurezza – sarà sempre così.
Da quando esisto non ho mai compreso come ci si potesse rapportare con un branco di imbecilli. Tutti a ripetere frasi a caso, tutti a coltivare nulla a parte pregiudizi e preconcetti, tutti privi di passatempi, curiosità, sinapsi attive.
I miei compagni delle elementari erano dei perfetti dementi e col tempo, per quanto posso vedere dalle loro profonde conversazioni su facebook e dintorni, sono solo cresciuti in altezza o in larghezza. Per il resto, stessa storia, stesso posto e stesso bar.

Inframezzo musicale.

Per tutta la vita sono state due le cose che mi hanno ripetuto, in maniera quasi ossessiva. Anzi, tre.
Che sono un genio o super intelligente o super minchia qualcosa.
Che mi sento Dio.
Sempre gli stessi lì sopra, una volta scoperto che il mio nome di battesimo è Alice, subito pronti a rispondere Alice, nel paese delle meraviglie? 
E giù tutti a ridere.

Robe da tenersi la pancia, proprio.

Per un po’ ci ho creduto pure io, alla roba del genio. Col passare del tempo, però, il mio punto di vista è cambiato radicalmente: non sono io ad essere intelligente, sono loro a non usare un neurone manco per sbaglio.
Così l’ego si è ridimensionato e pure tanto. Non credo di essere migliore di nessuno, soltanto so di essere una persona mediocre che però cerca di utilizzare la materia cerebrale al meglio delle possibilità. Per quel che vale.

No, giuro, ci provo fortissimo.

Ho smesso anche di domandarmi il motivo dell’inutilità altrui. Ebbene sì, lo penso: gli altri sono inutili.
Ormai non mi interessa più.
Sono semplicemente rassegnata a dovermi rapportare con loro, sperando di doverlo fare il meno possibile.

Quando nella rete (perché nella realtà è sempre meno plausibile, dato che vivo isolata in piena campagna) incontro qualche individuo che mi pare meritevole, la mia massima interazione è guardarlo da lontano. Seguo quello che fa, se occorre lascio un commento di approvazione. Ma per il resto, silenzio. Non so dire se la ragione sia una certa stanchezza generica nei rapporti umani (a.k.a. non mi interessano più) o se sia perché non credo di poter regalare niente. Si tratta di una persona intelligente, quindi avrà senz’altro miliardi di input da seguire. Non c’è bisogno di me.

Però la domanda sorge spontanea: perché usare così tanto i social se detesti la gggggente? Perché condividere così tanto delle mie giornate su Instagram (e prima su Facebook e da sempre un po’ ovunque) se poi quasi ogni interazione mi fa girare il cazzo?

Interazioni che di solito sono contraddistinte da domande coglione su robe EVIDENTI.

Voglio dire: c’era bisogno di chiedere?

Risposta: per la pappa.
C’era un tempo in cui scrivevo i fatti miei, inventavo storie o sentivo la necessità di condividere i miei pensieri su temi politico-sociali. Adesso fottesega e non ne ho mezza di leggere gli stimolantissimi commenti che le teste di merda sentono il bisogno di lasciare. Non sono un divulgatore, non c’è motivo di parlare di temi interessanti solo per evidenziare il proprio punto di vista. A volte, nei video, parlo giusto di alimentazione. Ma perché sempre di pappa di tratta.

Una cosa so fare. Mangiare.

Autoritratto.

Pensavo anche di saper cucinare, ma quello in effetti lo sto imparando solo da quando ho aperto il blog.
Mi piacerebbe che altri potessero smettere di mangiare merda seguendo le mie ricette, scritte pensando ad un bambino di dieci anni che per la prima volta vuole provare a preparare un piatto di pasta. Senza averlo mai visto fare. Tipo che non sa manco mettere l’acqua a bollire.

Quindi accetto un po’ di socialità per pubblicizzare questo mio spazio, in cui fottesega della tradizione o delle regole culinarie di alto livello. Qui si mangia, al meglio delle nostre possibilità, imparando ad ogni post.

Basta mangiare cose a caso.

Tutto questo per sfogarmi, perché ricevere commenti, direct e via dicendo mi stressa molto e risponderei Vaffanculo a tutti. Probabilmente anche a te.
Tuttavia è a te che voglio consegnare l’ennesima ricetta di oggi e mi rendo conto che c’è una certa dicotomia tra intenzione e carattere personale.
Ma è così ed era ora di scriverlo in maniera non fraintendibile.

E di tutto il resto, pure.

Passiamo al risotto di oggi. Perché, cristodioelamadonna, da quando ho cambiato la cucina – ed ormai sono passati almeno due mesi – non sono più riuscita a cucinarne uno decente. Anzi, ti dirò di più: per circa 2 settimane ho sempre mangiato pasta scotta, perché regolarsi con i nuovi fuochi non è stato facile.
Ieri, finalmente, sono riuscita a creare un risotto cacio e pepe non solo mangiabile, ma proprio MONDIALE.
Quindi scatta subito la ricetta.
Go, go, go!

Tutti ai posti di combattimento!

Per preparare un risotto cacio e pepe, per due persone, hai bisogno di:

  • 200 grammi di riso carnaroli;
  • 100 grammi di pecorino romano;
  • 10 grammi di pepe nero in grani + una spolverata ulteriore da mettere sui piatti;
  • un litro e mezzo di brodo vegetale. Se usi il dado (e non vedo perché no), 3 dadi per un litro e mezzo d’acqua;
  • 25 grammi di burro.

È un risotto proprio base, quindi ripasseremo le regole da capo, quasi si trattasse di un tutorial (nonostante non ci sia presenza di cipolla né di vino).

Comincia preparando il brodo vegetale e grattando a polvere 100 grammi di pecorino romano.
Metti poi i 10 grammi di pepe nero in un mixerino (se possiedi un trita spezie, anche meglio) per tritarlo in maniera molto grossolana.

Se hai giocato a Lupo Solitario dal primo volume e possiedi sia la Spada del Sole che Mortaio e Pestello (a patto che tu sia specializzato in Alchimia) l’operazione ti verrà più semplice: con Mortaio e Pestello otterrai un risultato senz’altro migliore.
Comunque, ecco cosa devi raggiungere:

Il brodo è pronto? Ottimo.
Tienilo in caldo (deve sempre bollire), spostandolo nella fiamma più piccola che hai. Chiuso col coperchio, altrimenti evapora. 

Iniziamo a tostare il riso.
La tostatura, per essere reale e non un termine usato a cazzo, deve essere fatta senza grassi. Senza burro e – soprattutto – senza olio. Quando tosti il pane mica li usi, no? Quindi manco per il riso.

Metti la pentola in una fiamma che non vada a cannone: non è un’operazione violenta. Fiamma bassa, fornello non potentissimo.
Dopo circa un minuto la pentola dovrebbe essere sufficientemente calda, quindi versa dentro riso e pepe.

Fai andare il tutto per tre minuti, girando di continuo e sempre a fiamma più bassa possibile. Sentirai soprattutto gli odori cambiare: sia quello del pepe che quello del riso. È possibile che il riso si scurisca leggermente, ma attenzione a non farlo bruciare.
Esauriti i tre minuti, ricopri il riso col brodo e partiamo con la preparazione del risotto vero e proprio.

Inizia coprendolo in maniera abbondante (brodo che superi di un dito il riso) ed ogni tanto gira. Mano a mano che il brodo verrà assorbito, aggiungine altro, con mestolate sempre più piccole con l’avanzare della cottura.
Il brodo deve sempre bollire, ma non in maniera superviolenta.

I tempi indicati sulla confezione del riso, di solito, sono sbagliati e chi dice il contrario è un millantatore. L’unico modo per sapere se il risotto è pronto è quello dell’esperienza: assaggia ogni tanto. Il riso non deve essere al dente e non basta che sia morbido. Lo vedrai gonfiarsi e cambiare forma ed anche al primo rigonfiamento non sarà ancora arrivato: dovrai lasciargli il tempo di rilasciare l’amido che servirà a formare la cremosità.

Il riso che compro io (il Curtiriso) dichiara 15 minuti di cottura, ma quasi sempre io raggiungo quasi il doppio.

A fine cottura il risotto non dovrà essere super secco, poiché un po’ di brodo serve anche a fiamma spenta. Però, francamente, la consistenza va a gusto (e fanculo all’onda). A me piace un risotto più compatto, meno brodoso.

Ecco come compare alla fine:

Spegni la fiamma.
Caccia dentro 25 grammi di burro e tutto il pecorino.

Gira con un cucchiaio di legno in maniera energica. Burro e formaggio devono completamente sciogliersi.
Lascia poi riposare il riso per almeno tre minuti. Io non metto mai il coperchio durante questa fase, così il vapore se ne va a fanculo, formando un riso più compatto.

A questo punto prepara le porzioni e su ogni piatto spolvera con del pepe nero macinato al momento: non serve per pepare, ha proprio un altro gusto rispetto a quello che ha bollito nel riso.
Ecco cosa dovresti avere davanti:

Ciao e buon appetito!

Tagliatelle all’ansia (+ giochiamo a Hitler Comanda Colore?)

Attenzione a prendere per il culo i complottisti perché domani potresti essere tu il terrapiattista di turno.

Dimenticavo i saluti!

Ne ho già parlato: i complotti non solo esistono, ma hanno causato grandi danni e tante, tante morti. Ma se è facile riconoscerli dopo anni (o secoli), un po’ meno lo è quando ci sei dentro. Soprattutto per il principio su cui si basano: se una cospirazione è fatta con tutti i crismi (e i cristi e i pazuzu) non può essere sgamata. Sennò che cospirazione del menga sarebbe?

L’ho già detto: in un paese come il nostro, in cui l’esistenza della Mafia era considerata un complotto fino a quando poi i primi boss sono stati processati, è difficile pensare che questa mentalità anticomplottista abbia potuto imporsi quasi come una religione.
Perché è quello che è, cari allegri commensali del Kaiju. Una persona che rifiuta a priori un pensiero non ufficializzato dai mezzi di comunicazione è identica ad una persona che vede misteri in ogni angolo. Entrambe completamente inaffidabili, entrambe con una visione della realtà così parziale da non poter essere neppure considerata una visione.

Tipico documento complottista, di solito presentato da Mentana e Bruno Vespa mentre fanno le scoregge con le ascelle.

Lo smantellamento della possibilità di un pensiero non uniformato è iniziato qualche anno fa, dopo l’11 di settembre (l’unico 11 settembre esistente, inutile che qualcuno urla CILECILE! oppure l’11 settembre è il mio compleanno! Esiste solo quell’altro e smettetela di agitarvi). Ad un certo punto, in televisione, hanno iniziato a ridere sulle teorie di complotto che giravano attorno alle torri gemelle. Non è che le smontassero, che in fin dei conti avevano anche delle ottime domande, quelle teorie. Domande a cui nessuno ha mai risposto. No, era più un ahahah ma avete sentito che deficienti?

E se avesse ragione?

Pian piano siamo arrivati ad oggi, in cui tutti i complotti sono paragonabili al terrapiattismo, alle scie chimiche ed ai vaccini.
Solo che.
Esempio.
Inserire nel proprio corpo il vaccino contro il latte scaduto perché mi hanno detto che è giusto, è stupido ESATTAMENTE come il comportamento opposto, quello del rifiuto a priori.

Quello che dovremmo coltivare è un pensiero critico, un giudizio più ponderato possibile che ci aiuti a comprendere la realtà: si analizzano gli eventi e si cerca di capire cosa c’è dietro e se c’è dietro qualcosa. A volte ci si fida, a volte no. Nessuno conosce comunque la verità, ma negare la possibilità di avere una teoria differente non è distante dal reprimere direttamente un pensiero non maggioritario. E sapete chi è che reprimeva direttamente un pensiero non maggioritario? HITLER!

Sapete chi era vegetariano?? HITLER!

Il fatto è che prima o poi tutti siamo dei complottisti. Magari una mattina ti svegli e le tue sinapsi sono particolarmente attive e compiono un salto, un salto non permesso dal sentire comune. Subito arrivano gli insulti, le derisioni e parole gettate a caso per screditarti (Antisemita è quella che va per la maggiore).

Siamo sicuri di volere vivere in un mondo del genere?

Sai a chi piacevano i bambini??? AD HITLER! 

Mentre ci pensi, ti propongo un piatto di tagliatelle che chiamerò Tagliatelle all’ansia. 
Avevo già provato a cucinarle un’altra volta, ma mi era venuto un piatto col formaggio raggrumato, uno schifo che tra un po’ chiamavo la pizzeria se solo non abitassi in culonia e manco questo, qui, ci è permesso.
In realtà era il tutorial ad essere una chiavica: l’ultima volta ho usato quello di Max Mariola e mi sono trovata strabene.

E sai a chi piacevano le tagliatelle???? AD HITLER!!

Ho avuto le mani sudate per tutta la preparazione, ma alla fine è stato facile e quindi posso provare ad insegnarlo anche a te.

Quasi dimenticavo: tagliatelle all’ansia per i Kaiju, ma Fettuccine all’Alfredo per tutto il resto del multiverso.

Go, go, go!

Oggi non sarà facile.

Per preparare delle tagliatelle all’ansia, per due persone, hai bisogno di:

  • tagliatelle per 2, che ti puoi creare con la solita ricetta che trovi qui. Hai bisogno di 2 uova a temperatura ambiente e 200 grammi di farina 00;
  • 40+20 grammi di burro. Li ho segnati separati perché li useremo in 2 momenti diversi;
  • pepe nero;
  • un paio di pezzi di buccia di limone. Con le foto capirai quanto te ne serve, ma poca roba;
  • 250 grammi di parmigiano grattugiato. Sì, la quantità è giusta. So che fa venire l’infarto solo a pensarci, ma ci vuole tutto.

Innanzitutto prepara la pasta, ricordandoti che la palletta deve riposare almeno 30 minuti prima di mutare in tagliatella. Un’ora è anche meglio. A temperatura ambiente.

Fai un po’ di riscaldamento per i muscoli delle spalle, delle braccia e dei polsi, poi grattugia 250 grammi di parmigiano in polvere.
Lava il limone e preleva due pezzetti di buccia, con un pelapatate.

Metti l’acqua della pasta a bollire, ricordandoti di cacciare dentro i canonici 2 cucchiai d’olio che aiuteranno la pasta a non attaccarsi.
Durante l’attesa, trasforma il tuo impasto in tagliatella.

Ok, ora niente panico e cerchiamo di capirci.
Dobbiamo formare una crema di formaggio, senza usare la fiamma. Quindi qui se riscaldiamo troppo o troppo poco la padella è un casino.

Innanzitutto aspettiamo che l’acqua bolle.
Dopo di che in una padella (io ho usato una roba a forma di wok, mi è sembrato più pratico) metti 40 grammi di burro insieme ad un po’ d’acqua (della pasta). Poca roba, tipo meno di mezzo mestolo.

L’acqua c’è, ma non si vede.

Accendi una fiamma bassa e fai sciogliere il burro. Metti dentro anche le bucce di limone.

Appena il burro è sciolto quasi del tutto (facendo attenzione che non inizi a bollire, nel caso tira su la padella per allontanarla dal fuoco ed abbassare la temperatura) spegni la fiamma e cala la pasta.
La pasta ha bisogno di 50-60 secondi di tempo per essere pronta. Ovviamente se stai usando la mia ed ancor più ovviamente se ti fa schifo la pasta scotta.
Se sei un infedele ed hai comprato la pasta, ti consiglio di far sciogliere il burro un minuto prima dell’arrivo della pasta in padella: la padella dovrà essere calda, ma non bollente.

Comunque, tira fuori le tagliatelle dall’acqua e riversale nella padella col burro sciolto. Non scolarle. Cacciale proprio dentro, con pinze e forchettoni, portandoti dietro anche un po’ d’acqua. E l’acqua della pasta lasciala con il fornello acceso, che la useremo di brutto.

Ora mescola bene la pasta con il burro. Poi aggiungi un po’ di formaggio. Non tutto, facciamo poco alla volta. E non azzardarti ad accendere il fornello sotto questa cazzo di padella.

Con la pinza giri e mescoli e giri e se vedi che si sta formando una roba secca, bagni con l’acqua della pasta. 
Gira ancora e gira ancora.
Aggiungi gli altri 20 grammi di burro.

Gira ancora, sempre con le pinze, e fai sciogliere il burro.
Aggiungi il formaggio, bagni con l’acqua, gira.

Questa operazione del gira ed aggiungi devi farla fino a quando hai formaggio a disposizione.

Dovresti avere davanti a te una crema di formaggio liscia. CREMA. Tipo panna densa, ma non troppo.

Solo alla fine aggiungi del pepe.

Ora asciugati le mani sudatissime e prepara i piatti: le tue tagliatelle all’ansia sono superpronte!

Spolverizza con un po’ di pepe ed ecco qui cosa dovresti avere davanti:

Ciao e buon appetito!