Sandwich per la sesta colazione (con marmellata di limoni e feta)

Hai presente quando nei blog di cucina, in maniera che pare proprio del tutto spontanea e disinteressata, ti consigliano delle marche di prodotti fondamentali per mantenere intatto il tessuto dell’universo?
Tipo quando cucinano della pasta al forno con della mozzarella che manco i cani ma è marcata gnagnognagnno che è sinonimo di qualità (♫di qualità, di qualità♫) oppure quando decidono che Ok il pesto fatto in casa, ma vuoi mettere quello di Giovanni Rana?

Del tutto spontaneo, sarai d’accordo.

Ecco.
A me piacerebbe tanto fare le pugnette alla Colussi o alla Motta, ma  non mi cagano.
Quindi mi tocca farle gratis, perché quando uno mangia qualcosa di buono – talmente buono che si fa il passaporto per emigrare perché in cucina non è più possibile rimanere senza prendere centoventi chili in un pomeriggio – deve per forza farlo sapere al resto del multiverso.
Perché grassi, sì, ma tutti insieme appassionatamente.

Grazie, troppo buona.

Ad agosto dell’anno scorso avevo comprato una marmellata di limoni (sì, si dice confettura, ora vai a cagare il cazzo da un’altra parte) della Rigoni per accompagnarla a della feta fritta.
Poi la feta fritta l’ho mangiata, ma con un’altra marmellata. E quel barattolo è rimasto nella dispensa per quasi un anno.
Fino a quando, due giorni fa, ho deciso che era giunto il momento di aprirla.
Sei minuti e mezzo dopo il barattolo era vuoto e la scorta di formaggi era tutta nel mio stomaco.
E nessuna attività fisica mi ha potuto salvare da tutto quel mangiare.

Bambina e capre che cercano di smaltire la marmellata accompagnata dalla feta, ma no. C’è un cazzo da ridere, ma penso sia per l’overdose da zuccheri.

Oltre al divorarla a cucchiaini, l’ho cacciata in ben due panini. Uno con della robiola scaduta da qualche giorno ed uno con la feta.
Risultato ottimo in entrambi i casi, anche se è chiaro che la feta vince a mani basse (e ci mancherebbe pure).

Quindi una ricetta che non è una ricetta, bensì un ricordo di quel giorno da Hobbit in cui ho inventato il concetto di quarta, quinta e soprattutto sesta colazione, con grande ammirazione di tutta Hobbiville.

Principiante.

Go, go, go!

Per preparare un panino per la sesta colazione hai bisogno di:

  • 2 fette di pane, tipo panbauletto;
  • 30 grammi di marmellata di limone della Rigoni;
  • 50 grammi di robiola (possibilmente scaduta da tre giorni) oppure 50 grammi di feta. In realtà puoi usare il formaggio che ti pare, l’importante è che non abbia un sapore molto delicato, perché la marmellata è molto potente.

Intanto ti presento la droga:

Ciao, sono la droga.

Per il resto c’è poco da dire.
Se hai scelto la feta ti ricordo che devi aprirla e poi sciacquarla sotto l’acqua corrente (fredda) per togliere il liquido di go go governo.
Poi spalmi 30 grammi di marmellata su una fetta di pane e metti 50 grammi di formaggio sull’altra. Nel caso della robiola la spalmi sul panino (come il fantasma formaggino, ahahahah lol XD), nel caso della feta devi sbriciolarla in maniera grossolana con le mani.

Robiola scaduta.

Chiudi il panino e parti con il consueto minuto di raccoglimento:

E niente, siediti e mangia.
Ti ricordo che ogni giorno, su Instagram, trasmetto il pranzo con Pizzakaiju. Partecipare non è una cattivissima idea: mangio un sacco di roba, sicuramente troverai qualcosa che piace anche a te.

Ciao e buon appetito!

 

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Riso nero con ricotta di bufala (+ la scienza dietro ad una stupida pasta aglio, olio e peperoncino)

Nelle lunghe giornate del Kaiju molte sono le avventure e le quest improbabili che capitano, random.
In molti ormai conoscono l’impresa ardita del cucinamento del pennuto allammerda, dai più conosciuto come il mistico Pollo al caffè.
Questa volta ci sono anche i documenti, documenti che i bardi di tutto il Ferelden si portano dietro, di balera in osteria, per meglio supportare le loro ballate colme di tristezza e pena:

E basta, diciamolo: se vi piace sparare stronzate, non è un blog di cucina che dovete portare avanti. No. Apritene uno di astrofisica, di ingegneria nucleare, di meccanica quantistica. Qualsiasi cosa che per i comuni mortali sia lontanissimo dalla comprensione. Così non vi sgamiamo, non ci arriviamo neppure ad intuire che le vostre sono boiate.
Ma con la cucina cascate male e caschiamo male pure noi.
Perché tutti cuciniamo, tutti prima o poi passiamo nel tuo blog e tutti – tutti – grazie a te, prima o poi, mangiamo una chiavica.

Mi ha tolto le parole di bocca.

Mettiamo da parte un attimo le nostre divergenze. Facciamo finta che io non ti abbia preso per il culo perché scrivi cremina, zietto e tutte quelle robe là che trovo insopportabili.
Parliamo solo delle ricette, di come dovrebbero essere scritte, del perché siamo qui.

Motivazione: siamo qui per passare agli altri delle pappe buone.
Già se metti un piatto che fa schifo agli ippopotami lerci, mi sa che non ci siamo. Se ingoio il tuo pollo al caffè e vorrei tirartelo in faccia, non ci siamo proprio.
Cosa ti spinge ad aggiornare il blog, proponendo roba immonda? Hai le papille gustative difettose?

Possibili reazioni dopo aver cercato di ingerire cibo monnezza.

Oltre al gusto personale, però – che magari quella roba è buonissima, ma fa schifo solo a me e so che non dovrei dire schifo perché in Africa muoiono di fame – ci sono dati più oggettivi.
Cara mia blogger casuale che passi di qui, non ce l’hai una bilancia, in casa? Perché continui ad indicare robe come 4 zucchine medie, fingendo di ignorare che ogni zucchina ha una sua dimensione particolare e speciale ed unica?

E, ancora, come fai a cucinare una pasta per 5 persone con tre zucchine?

Roba che sconvolge e fa perdere le sopracciglia.

Queste domande e le disavventure vissute a causa dei tuoi disgustosi piatti mi hanno fatto aprire questo blog ed io ho imparato dove molte di voi hanno sbagliato.
Le dosi devono essere giuste e realistiche. Bisogna pesare tutto.
Bisogna inserire solo cibo degno di essere tramandato.
E, soprattutto, bisogna spiegarlo come se davanti a noi ci fosse qualcuno che non ha mai cucinato un piatto di pasta in vita sua.

Tu non stai passando una ricetta a tua mamma o a tua nonna che, si spera, san già cucinare. Tu stai parlando con dei senza faccia che si aggirano per la rete che, per quanto ne sai, non hanno mai visto un pacco di penne rigate.
Quindi devi spiegare quello che hai fatto con parole semplici e chiare, senza tralasciare niente poiché l’ovvio non esiste.

Guarda, questo non sa manco come si mangiano, gli spaghetti.

Era una cosa ovvia allacciare le scarpe, quando non ne eri capace?
Era ovvio imparare a tagliare la carne col coltello, dopo anni in cui era mamma a fartela trovare già pronta per essere masticata?
E la difficoltà di imparare l’alfabeto, le tabelline e soprattutto le maiuscole da scrivere in corsivo? Te le ricordi quelle difficoltà?

Ecco. Quando scrivi devi pensare che chi passa da te non sa manco accendere il fornello.

Devi immaginarci molto, molto ignoranti.

Facciamo un esempio facilefacilefacile: gli spaghetti aglio, olio e peperoncino.
Non è che tu possa scrivere Scalda l’olio, fai soffriggere l’aglio e metti gli spaghetti.

Scusa, ma quanto olio? Cosa significa soffriggere?
Io non la so cucinare. La sapessi cucinare, di certo non sarei sul tuo blog. Sarei già a tavola, a sbracarmi.

Con l’eleganza che mi contraddistingue.

Quindi basta con questo pressapochismo quando scrivi procedimenti e dosi. Tra l’altro la maggior parte dei blog di cucina sceglie (per volontà sua o della piattaforma cui si appoggia) di non esser supportata da immagini, quindi devi usare queste cazzo di robe che vedi scritte qui e stai leggendo, che si chiamano PAROLE.

Ora, per essere coerentissimi, ti propongo una ricetta che avevo dimenticato di avere segnato, che pensavo di avere già trascritto e di cui… non ricordo ESATTAMENTE le dosi.
Ebbene sì.
Anche Pizzakaiju sbaglia.

Dura da accettare senza subire una crisi epilettica o giù di lì.

In realtà la ricetta è super facile, quindi non si può sbagliare.
A me piace un fottio il riso bollito ed ultimamente lo sto preparando un po’ con ogni condimento possibile. In questo caso ho scelto il riso nero e l’ho condito con della ricotta di bufala. 
Non ricordo le dosi PRECISE della bufala, ma adesso abbozziamo insieme.

Go, go, go!

Tutti in cucina!

Per preparare del riso nero con ricotta di bufala, per due persone, hai bisogno di:

  • 200 grammi di riso nero. Sconsiglio l’uso di un altro riso, poiché questo rimane parecchio al dente e non si rischia di creare una pappa di riso e ricotta. Vogliamo masticare, finché Pazuzu ci concede di avere dei denti in bocca. Forse un riso integrale, anche non nero, può andare. Ma non ho provato, quindi boh;
  • 200 grammi di ricotta;
  • basilico, pepe.

Intanto ti presento la ricotta.

Chiaro che se non trovi quella di bufala puoi usare quella di mucca o di capra o di mammuth. Però, se vuoi bene ai kaiju di tutto il mondo, non comprerai mai quella del banco frigo, industriale e finta, ma quella fresca.

Metti a bollire l’acqua del riso e poi fallo bollire.
Il lavoro è pressoché nullo.

Metti la ricotta in padella. Accendi una fiamma SUPER BASSA e bagna con pochissima acqua. Non l’acqua della cottura del riso perché è NERA e poi diventa tutto NERO. 
Che chi se ne frega, ma poi è brutto e non puoi fare la foto su Instagram.
Lascia la ricotta molto densa, ci penserà il riso ad ammorbidirla col calore.

Puoi fare la stessa cosa in una ciotola, io non l’ho fatto perché avevo la ricotta troppo fredda da frigo e dovevo per forza scaldarla un po’. 

Scola il riso, a fiamma spenta unisci tutto. Se occorre accendi la fiamma e metti un pochino d’acqua (sempre non di cottura). 

Nelle scodelle cospargi di pepe, se ti va, e decora con del basilico.
Ecco qui cosa dovresti avere davanti:

Ciao e buon appetito!

E morirò con un barattolo di burro d’arachidi in mano (+ io vi odio voi salutisti)

Verrà il giorno in cui il meraviglioso mondo dei siti di cucina si renderà conto che le uova provengono da un culo di gallina e niente, scatteranno il panico e l’apocalisse.

La reazione di una blogger quando ha scoperto che le uova vengono cagate.

Veramente non ho capito che problemi abbiano e soprattutto cosa vogliano da me, queste persone. Ormai cercare di interagire in quel mondo lì postando una ricetta qualsiasi è diventato un incubo. Ci sono voluti anni, tuttavia sono riuscita ad abituarmi ai vari Azzurri di Cucina che ne sanno una più di Pazuzu ma non ti svelano i segreti perché boh: inutile che domandi la marca di passata di pomodoro preferita, loro non sanno manco che è, la passata di pomodoro. No, tutti – tutti – usano i pomodori che coltivano in giardino, mica si abbassano a comprare quella roba insapore del supermercato.

Ho sempre voglia di prenderli a pugni, quando fanno così.

Se questi soggetti ormai li conosco bene, ancora invece non ho capito cosa spinga l’essere umano a scassare l’anima col cosiddetto Junk Food.
Ogni giorno inserisco il mio pranzo spazzatura sui social ed ogni giorno mi arrivano decine e decine di commenti in cui mi mettono in guardia per la mia salute, perché di sicuro mi verrà il cancro (ma non è che vogliono portare sfiga?). Si guardano bene dal farne una motivazione di dieta. No, loro fanno i salutisti.

Salutisti il cui solo esercizio fisico potrebbe essere questo. FORSE.

Come se caffè the birra vino l’automobile una vita di merda le sigarette la pipa pisciare nei bar mangiare nei ristoranti comprare qualsiasi cosa di confezionato avere una famiglia terribile un lavoro orrendo esistere non fossero tutti elementi indiscutibilmente dannosi.
No, il danno arriva dalla confezione di merendine mangiate da Pizzakaiju.
E forse è così, per carità. Ma il punto è: ma a loro, precisamente, cosa importa?

Non mi risulta di andare casa per casa a sciogliere Mars nelle gole dei salutisti, facendoglieli ingurgitare con l’imbuto. No. Mi limito a mangiarmeli, a mettere le mie fotine, a farmi i fatti miei.
Cosa spinge questa gente a fingere di essere salutista e ad evangelizzare questa nuova religione? Chi ha fondato questa religione, poi? Da cosa nasce questo terrore per il cibo e questo desiderio di torturare chi non vuole entrare nel loro culto?

Sailor Moon GIF

L’atteggiamento costruttivo del salutista medio.

Che poi, nonostante tutto l’egocentrismo che mi contraddistingue, non credo proprio che le multinazionali stiano lì a guardare i miei profili social tutto il giorno e dicano Oh, vediamo se a Pizzakaiju piacerebbe un sandwich con dentro della banana alla liquirizia e carne di canguro fritta? Dai, dai, dai, produciamone a quintali, distribuiamoli nei supermercati di tutta Italia e vediamo se ne compra UNA confezione.
No. La realtà è che io me ne vado al supermercato, quella monnezza è già lì ed io la compro. E la compro non perché è buona, ma perché mi diverte. Mi diverte il cibo alla fallout, gli slogan scritti sui cartoni, le confezioni colorate.
E poi POSSO mangiarli, tanto non ingrasso.

Io.

Fino a qualche anno fa se mangiavo sei gelati in un anno era tanto: non facevo palestra, se dovevo sgarrare di certo non pensavo alle porcherie da scaffale. Andavo in pasticceria o in pizzeria o in polleria a mangiare robe grasse, unte e VERAMENTE buone. Ora però mi trovo in un momento in cui posso permettermi di ingerire la peggio merda, tanto la brucio tutta. E quindi sperimento, provo marche assurde, prodotti che io veramente non capisco come facciano ad esistere.

Quindi quella roba è lì proprio per tutti gli individui che – mi ci scommetto la collezione di magliette – con una mano acquistano sofficini findus e con l’altra commentano su Facebook GUARDA CHE TI FA MALE EH. Oppure con quell’altra espressione standard. Ti fai una foto con la pizza Cameo (che dimmi te se quella possa essere considerata una pizza) e loro commentano GUARDA CHE SE TE LA MANGI IN PIZZERIA È PIU’ BUONA.

Quando leggo quei commenti.

E tu lì, a commentare e poi cancellare la risposta delle risposte: Grazie al cazzo.

Detto questo, oggi niente ricetta vera e propria perché nei miei pranzi ho sperimentato tantissimo col burro d’arachidi ed è giusto che tu sappia che il limite del suo utilizzo, semplicemente, non esiste.
Il burro d’arachidi sta bene su tutto: salmone affumicato, cioccolata, miele, banane, pere, carne, pesce, maionese, salsa piccante. TUTTO.
Non ho ancora provato ogni abbinamento possibile, ma è proprio per questa ragione che oggi sono qui a scriverti di non avere paura e di cacciarlo autonomamente dove desideri. Non sbaglierai mai.

Che fame mi sta venendo…

Fermo restando che sto parlando sempre del burro d’arachidi fatto in casa, che non è né dolce né salato e si adatta a tutte le tue esigenze. Prima o poi dovrò provare a condirci una pasta, poiché sono sicura che anche così non deluderà.

Quindi Go, go, go! per l’ultima, minuscola vetrina a base di burro d’arachidi.

Per preparare qualsiasi cosa con il burro d’arachidi, magari in un panino, hai bisogno di:

  • 2 fette di pane;
  • 30 grammi di burro d’arachidi. Più o meno è la dose standard che utilizzo per qualsiasi sandwich. Né troppa, né troppo poca;
  • quello che ti pare. TUTTO. Pure i bastoncini di merluzzo, se lo desideri.

In questo caso ho costruito dei panini superfinti con hamburger confezionato e surgelato. Sì, Junk food.

Che devi fare?
Semplice. Tagli il pane a metà e metti il condimento che hai scelto.

Ricopri col burro d’arachidi.

Chiudi ed ammiri la bellezza.

Dalla foto non si vede, ma qui dentro c’era anche della salsa messicana. Ed indovina che han fatto la salsa messicana ed il burro d’arachidi insieme? Han creato un pranzo assurdamente meraviglioso, che ricordo ancora con gioia.

Perché, cari stronzi salutisti, io mangio con la gioia. O almeno ci provo.

Ora hai il potere, non sprecarlo.

Ciao e buona merenda!