Risotto cacio e pepe

Mi sembra di intuire che le cosa non sia chiarissima, quindi la scrivo e basta e chi vuole andare a fanculo (o mandarmici, anche) che vada. Stai pronto perché sto per lanciare la bomba atomica: a me le persone non piacciono.

Ma per niente proprio, anzi, mi scatenano la viulenza esagerata.

E no, non è una roba che prima o poi cambierà o che scaturisce da chissà quale delusione: è sempre stato così e – a questo punto posso affermarlo con sicurezza – sarà sempre così.
Da quando esisto non ho mai compreso come ci si potesse rapportare con un branco di imbecilli. Tutti a ripetere frasi a caso, tutti a coltivare nulla a parte pregiudizi e preconcetti, tutti privi di passatempi, curiosità, sinapsi attive.
I miei compagni delle elementari erano dei perfetti dementi e col tempo, per quanto posso vedere dalle loro profonde conversazioni su facebook e dintorni, sono solo cresciuti in altezza o in larghezza. Per il resto, stessa storia, stesso posto e stesso bar.

Inframezzo musicale.

Per tutta la vita sono state due le cose che mi hanno ripetuto, in maniera quasi ossessiva. Anzi, tre.
Che sono un genio o super intelligente o super minchia qualcosa.
Che mi sento Dio.
Sempre gli stessi lì sopra, una volta scoperto che il mio nome di battesimo è Alice, subito pronti a rispondere Alice, nel paese delle meraviglie? 
E giù tutti a ridere.

Robe da tenersi la pancia, proprio.

Per un po’ ci ho creduto pure io, alla roba del genio. Col passare del tempo, però, il mio punto di vista è cambiato radicalmente: non sono io ad essere intelligente, sono loro a non usare un neurone manco per sbaglio.
Così l’ego si è ridimensionato e pure tanto. Non credo di essere migliore di nessuno, soltanto so di essere una persona mediocre che però cerca di utilizzare la materia cerebrale al meglio delle possibilità. Per quel che vale.

No, giuro, ci provo fortissimo.

Ho smesso anche di domandarmi il motivo dell’inutilità altrui. Ebbene sì, lo penso: gli altri sono inutili.
Ormai non mi interessa più.
Sono semplicemente rassegnata a dovermi rapportare con loro, sperando di doverlo fare il meno possibile.

Quando nella rete (perché nella realtà è sempre meno plausibile, dato che vivo isolata in piena campagna) incontro qualche individuo che mi pare meritevole, la mia massima interazione è guardarlo da lontano. Seguo quello che fa, se occorre lascio un commento di approvazione. Ma per il resto, silenzio. Non so dire se la ragione sia una certa stanchezza generica nei rapporti umani (a.k.a. non mi interessano più) o se sia perché non credo di poter regalare niente. Si tratta di una persona intelligente, quindi avrà senz’altro miliardi di input da seguire. Non c’è bisogno di me.

Però la domanda sorge spontanea: perché usare così tanto i social se detesti la gggggente? Perché condividere così tanto delle mie giornate su Instagram (e prima su Facebook e da sempre un po’ ovunque) se poi quasi ogni interazione mi fa girare il cazzo?

Interazioni che di solito sono contraddistinte da domande coglione su robe EVIDENTI.

Voglio dire: c’era bisogno di chiedere?

Risposta: per la pappa.
C’era un tempo in cui scrivevo i fatti miei, inventavo storie o sentivo la necessità di condividere i miei pensieri su temi politico-sociali. Adesso fottesega e non ne ho mezza di leggere gli stimolantissimi commenti che le teste di merda sentono il bisogno di lasciare. Non sono un divulgatore, non c’è motivo di parlare di temi interessanti solo per evidenziare il proprio punto di vista. A volte, nei video, parlo giusto di alimentazione. Ma perché sempre di pappa di tratta.

Una cosa so fare. Mangiare.

Autoritratto.

Pensavo anche di saper cucinare, ma quello in effetti lo sto imparando solo da quando ho aperto il blog.
Mi piacerebbe che altri potessero smettere di mangiare merda seguendo le mie ricette, scritte pensando ad un bambino di dieci anni che per la prima volta vuole provare a preparare un piatto di pasta. Senza averlo mai visto fare. Tipo che non sa manco mettere l’acqua a bollire.

Quindi accetto un po’ di socialità per pubblicizzare questo mio spazio, in cui fottesega della tradizione o delle regole culinarie di alto livello. Qui si mangia, al meglio delle nostre possibilità, imparando ad ogni post.

Basta mangiare cose a caso.

Tutto questo per sfogarmi, perché ricevere commenti, direct e via dicendo mi stressa molto e risponderei Vaffanculo a tutti. Probabilmente anche a te.
Tuttavia è a te che voglio consegnare l’ennesima ricetta di oggi e mi rendo conto che c’è una certa dicotomia tra intenzione e carattere personale.
Ma è così ed era ora di scriverlo in maniera non fraintendibile.

E di tutto il resto, pure.

Passiamo al risotto di oggi. Perché, cristodioelamadonna, da quando ho cambiato la cucina – ed ormai sono passati almeno due mesi – non sono più riuscita a cucinarne uno decente. Anzi, ti dirò di più: per circa 2 settimane ho sempre mangiato pasta scotta, perché regolarsi con i nuovi fuochi non è stato facile.
Ieri, finalmente, sono riuscita a creare un risotto cacio e pepe non solo mangiabile, ma proprio MONDIALE.
Quindi scatta subito la ricetta.
Go, go, go!

Tutti ai posti di combattimento!

Per preparare un risotto cacio e pepe, per due persone, hai bisogno di:

  • 200 grammi di riso carnaroli;
  • 100 grammi di pecorino romano;
  • 10 grammi di pepe nero in grani + una spolverata ulteriore da mettere sui piatti;
  • un litro e mezzo di brodo vegetale. Se usi il dado (e non vedo perché no), 3 dadi per un litro e mezzo d’acqua;
  • 25 grammi di burro.

È un risotto proprio base, quindi ripasseremo le regole da capo, quasi si trattasse di un tutorial (nonostante non ci sia presenza di cipolla né di vino).

Comincia preparando il brodo vegetale e grattando a polvere 100 grammi di pecorino romano.
Metti poi i 10 grammi di pepe nero in un mixerino (se possiedi un trita spezie, anche meglio) per tritarlo in maniera molto grossolana.

Se hai giocato a Lupo Solitario dal primo volume e possiedi sia la Spada del Sole che Mortaio e Pestello (a patto che tu sia specializzato in Alchimia) l’operazione ti verrà più semplice: con Mortaio e Pestello otterrai un risultato senz’altro migliore.
Comunque, ecco cosa devi raggiungere:

Il brodo è pronto? Ottimo.
Tienilo in caldo (deve sempre bollire), spostandolo nella fiamma più piccola che hai. Chiuso col coperchio, altrimenti evapora. 

Iniziamo a tostare il riso.
La tostatura, per essere reale e non un termine usato a cazzo, deve essere fatta senza grassi. Senza burro e – soprattutto – senza olio. Quando tosti il pane mica li usi, no? Quindi manco per il riso.

Metti la pentola in una fiamma che non vada a cannone: non è un’operazione violenta. Fiamma bassa, fornello non potentissimo.
Dopo circa un minuto la pentola dovrebbe essere sufficientemente calda, quindi versa dentro riso e pepe.

Fai andare il tutto per tre minuti, girando di continuo e sempre a fiamma più bassa possibile. Sentirai soprattutto gli odori cambiare: sia quello del pepe che quello del riso. È possibile che il riso si scurisca leggermente, ma attenzione a non farlo bruciare.
Esauriti i tre minuti, ricopri il riso col brodo e partiamo con la preparazione del risotto vero e proprio.

Inizia coprendolo in maniera abbondante (brodo che superi di un dito il riso) ed ogni tanto gira. Mano a mano che il brodo verrà assorbito, aggiungine altro, con mestolate sempre più piccole con l’avanzare della cottura.
Il brodo deve sempre bollire, ma non in maniera superviolenta.

I tempi indicati sulla confezione del riso, di solito, sono sbagliati e chi dice il contrario è un millantatore. L’unico modo per sapere se il risotto è pronto è quello dell’esperienza: assaggia ogni tanto. Il riso non deve essere al dente e non basta che sia morbido. Lo vedrai gonfiarsi e cambiare forma ed anche al primo rigonfiamento non sarà ancora arrivato: dovrai lasciargli il tempo di rilasciare l’amido che servirà a formare la cremosità.

Il riso che compro io (il Curtiriso) dichiara 15 minuti di cottura, ma quasi sempre io raggiungo quasi il doppio.

A fine cottura il risotto non dovrà essere super secco, poiché un po’ di brodo serve anche a fiamma spenta. Però, francamente, la consistenza va a gusto (e fanculo all’onda). A me piace un risotto più compatto, meno brodoso.

Ecco come compare alla fine:

Spegni la fiamma.
Caccia dentro 25 grammi di burro e tutto il pecorino.

Gira con un cucchiaio di legno in maniera energica. Burro e formaggio devono completamente sciogliersi.
Lascia poi riposare il riso per almeno tre minuti. Io non metto mai il coperchio durante questa fase, così il vapore se ne va a fanculo, formando un riso più compatto.

A questo punto prepara le porzioni e su ogni piatto spolvera con del pepe nero macinato al momento: non serve per pepare, ha proprio un altro gusto rispetto a quello che ha bollito nel riso.
Ecco cosa dovresti avere davanti:

Ciao e buon appetito!

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Risotto allo zafferano

Esattamente un anno fa scoprivo di avere sempre sbagliato a cucinare i risotti perché mi ostinavo ad usare il Parboiled.

Fase 1:  oh cazzo.

Esattamente un anno fa riempivo il web di imprecazioni terribili poiché tutte le ricette che avevo inserito erano quindi con fotografie che dimostravano al mondo la mia totale inettitudine.

Fase 2: i porchidii.

Ho quindi iniziato a imparare da capo le basi, concentrandomi più che altro sulla questione brodo e mantecatura.
Non sempre riuscivo ad ottenere risultati perfetti. C’erano volte in cui fallivo quasi del tutto.

Fase 3: adesso apro un blog di meccanica.

Per non parlare di quei risotti cotti per la metà nel vino o dove il risultato non doveva essere all’onda. I miei primi trentordici risotti cucinati dopo l’epifania non sono stati tanto semplici. Uno stress ad ogni nuova combinazione di ingredienti.

Fase 4: sono carica ed adesso provo il risotto con gli smarties.

Quando finalmente ero convinta di avere capito tutto della vita e dei risotti, arriva Stefano Barbato e mi mostra la tostatura a secco. Poi mi confonde le idee sull’uso del coperchio dopo aver spento la fiamma (che continuo a non mettere, ma lui invece ne fa grande utilizzo). E poi, dai, del cucchiaio d’olio per aumentare il punto di fumo ne vogliamo parlare?

Fase 5: non ditemi che devo scattare di nuovo tutte le foto del blog perché sennò caccio via tutto.

Mi sembra giusto festeggiare questo anno di disperazione&rabbia con un risotto classico, in cui possiamo ripassare l’Abc senza complicarci troppo la vita.
So che tra un anno ci ritroveremo di nuovo qui ad urlarci in faccia i nuovi segreti che nessuno ci voleva svelare (tipo che diverremo tutti fedelissimi fan del risotto cucinato alla pilota, che manco c’ho voglia di andare a googlare che minchia è), ma per ora festeggiamo l’allontanamento parziale della nostra ignoranza così, con un piatto cult.

Go, go, go! e sigla!

Stato d’animo che accomuna chiunque provi ad imparare a fare da mangiare per davvero.

Per preparare un risotto allo zafferano, per due persone, hai bisogno di:

  • 250 grammi di riso carnaroli;
  • 40 grammi di burro. 20 da usare all’inizio della cottura, 20 alla fine;
  • una bustina di zafferano. Però comprane due, che non si sa mai;
  • mezza cipolla bianca;
  • 50 grammi di parmigiano;
  • 100 grammi di vino bianco;
  • un litro e mezzo di brodo vegetale. Se decidi di usare i dadi, cacciane dentro due.

Parti preparando il brodo.

Appena è pronto, prelevane una mezza mestolata e versalo in un pentolino piccolo. Cacciaci dentro la bustina di zafferano.

Accendi la fiamma bassissima, senza fare arrivare il brodo a bollire. Devi solo sciogliere lo zafferano nell’acqua, scaldandolo un po’. It’s the Zafferano Awakening, insomma, ed è un’operazione che serve per tirar fuori il suo odore.
Mescola di continuo, con un cucchiaio oppure muovendo il pentolino. Se l’acqua si stesse per scaldare troppo, allontanati dalla fiamma.

Se la polvere non si sciogliesse completamente dopo due o tre minuti, non ti preoccupare che hai finito lo stesso.

Lascialo riposare da una parte.

Tostiamo il riso a secco.
Mettilo nella pentola che usi per il risotto, senza aggiungere grassi di alcun genere. Fai andare a fiamma vivace, girando di continuo, per circa 3 minuti. Il riso non si deve scurire: sentirai piano piano il suo odore sprigionarsi ed è davvero tutto quello che devi ottenere.
Mettilo poi in una ciotola e passiamo oltre.

Trita la cipolla.
Gratta i 50 grammi di parmigiano.

Nella pentola metti ora 20 grammi di burro, fallo sciogliere a fiamma bassa e poi aggiungi la cipolla.

Falla appassire bene, mescolando spesso. Tieni conto che il burro non deve raggiungere temperature elevate, perché si brucia. Quindi non alzare la fiamma.
Quando la cipolla è appassita aggiungi il riso.

Alza di poco la fiamma, fai tostare 30 secondi mescolando di continuo. Appena sul fondo della pentola non c’è più burro, la fase della tostatura è completa.

Versa ora i 100 grammi di vino e fai evaporare. Sempre girando spesso e sempre con una fiamma più alta di quella iniziale.

Appena il riso ha assorbito il liquido, partiamo con la solita fase del brodo.

Fiamma bassa, ogni tanto mescola. Mano a mano che il riso assorbe il brodo, ricoprilo di nuovo.
Questo fino a fine cottura che – e questo non mi stancherò mai di ripeterlo – non corrisponde per forza ai tempi indicati sulla confezione del riso che acquisti. Il mio riso indica 15 minuti, in realtà ha bisogno dai 23 ai 25 minuti di cottura, invariabilmente.

Quindi assaggia sempre e, verso la fine, invece di aggiungere l’ultima mestolata di brodo, versane un po’ nel pentolino in cui hai fatto sciogliere lo zafferano e poi caccia tutto in pentola.

Mescola bene, concludi la cottura e poi spegni la fiamma.
Adesso butta dentro il parmigiano ed il burro.

Mescola in maniera energica, con un cucchiaio di legno, poi fai riposare il tutto per 3 minuti circa. Io senza coperchio. Tu boh.
Ecco qui come sarà alla fine:

Se in questa fase il risotto non fosse abbastanza giallo perché hai comprato uno zafferano meschino (e certo non è colpa tua), aggiungine un’altra bustina senza paura o vergogna.

Prepara i piatti e niente, ci siamo.

Ciao e buon appetito!

 

Risotto con crema di scalogno e salmone affumicato.

Che mi piacciono i risotti strani ormai è abbastanza chiaro. Con le banane, con il panettone, con gli smarties.
Anche oggi sono qui per proportene uno che è particolare non tanto nella scelta degli ingredienti, quanto per il tipo di preparazione.

Non solo praticheremo una cottura mista, facendo evaporare quasi completamente il brodo per 2 volte, ma sopratutto tosteremo il riso a secco. Senza burro e senza olio.
Roba seria, cari miei.

Roba da supereroi o giù di lì.

Tutti scrivono che quando tosti il riso questo diventa trasparente. 
Io una volta l’ho tostato per 5 minuti, tipo, per assistere a questo cambio di colore sensazionalissimo, roba che giusto la donna invisibile.
Risultato: nessuno, a parte aver quasi cacciato via il riso nella spazzatura.

Sappi che la tostatura a secco, invece, ha molto senso e che sono sicura che questo risotto entrerà nel tuo menù personale, una volta assaggiato.

Cattura2

Per me una Cotoletta alla valchiria, grazie.

Ho rubato la ricetta a Luca Pappagallo, che però non pratica la tostatura a secco. Unica variazione su un procedimento altrimenti perfetto.

Go, go, go! 

E mi raccomando: con un piatto raffinato come quello che ti sto preparando devi vestirti a modino ed abbinare il vino giusto.

Per preparare un risotto con crema di scalogno e salmone, per due persone, hai bisogno di:

  • 200 grammi di riso carnaroli;
  • un litro e mezzo di brodo vegetale. Se usi il dado, mettine dentro 2. Altrimenti tieniti comunque bassa di sale perché il salmone è bello saporito;
  • 3 scalogni. Sì, non c’è bisogno di pesarli. Sei andata a scuola, sai contare? 1, 2, 3;
  • 25 grammi di burro + un cucchiaio d’olio;
  • 100 grammi di vino bianco;
  • 200 grammi di salmone affumicato;
  • circa 100 grammi di stracchino (non di più, se vuoi puoi metterne un pochino di meno, tanto serve più per la cremosità che per il gusto);
  • pepe.

Inizia preparando il brodo vegetale. Come già accennato poche righe più sopra, fallo poco salato perché il salmone è bello sapido di suo. Se usi il dado (e non vedo perché non dovresti) usane uno di meno rispetto alla quantità cui sei abituata.

Trita gli scalogni abbastanza finemente.

1, 2, 3.

In un pentolino piccolo metti 25 grammi di burro ed un cucchiaio d’olio. Falli sciogliere a fiamma bassa, poi caccia dentro gli scalogni.

Falli rosolare a fiamma medio bassa per qualche minuto, girando di continuo.
Cambieranno colore e si ammorbidiranno. 

A questo punto versa i 100 grammi di vino. Non dobbiamo ancora farli evaporare, quindi non c’è bisogno di alzare la fiamma.

Caccia dentro anche un pezzetto di salmone frammentato con le mani. Proprio piccolo, tipo mezza fettina.

Piccolo per davvero.

Fai insaporire bene per un minuto scarso, sempre con una fiamma medio bassa.
Spegni il fuoco e dovresti avere davanti una roba informe molto liquida. Questa qui:

Con un mixer ad immersione trita tutto, creando una crema piuttosto omogenea.

Tienila da parte che ora partiamo col riso, tanto durante tutto questo bordello pure il tuo brodo sarà pronto (se l’hai fatto col dado, altrimenti avrai iniziato di mattina, come fanno le brave massaie).

Se non ti fidi di me puoi mettere dell’altro burro e dell’altro olio e tostare il riso nella solita maniera. Ma siamo qui per imparare e il pericolo non ci spaventa, quindi so che vuoi seguire questo metodo nuovo qui, nella Kaiju’s Land.

Perché noi non abbiamo paura di nulla. Sappiamo benissimo che per cucinare ci vogliono 2 spalle così.

Prendi la tua solita pentola in cui prepari il risotto e cacciaci dentro il riso.

In realtà non è per niente difficile. Accendi una fiamma medio alta e fai tostare per circa 2-3 minuti, girando di continuo.
Devi girare di continuo perché altrimenti bruceresti il riso e lo faresti attaccare sul fondo.
Sentirai il riso sprigionare tutto un odore nuovo, un profumo buonissimo.

Cacciaci il naso dentro, se non mi credi.

Trascorsi i 2-3 minuti copri col brodo.
Sì, la questione è già finita e si riparte con la cottura tradizionale, almeno per i prossimi 5 minuti.

Fai cuocere il riso per circa 5 minuti, fiamma medio bassa, aggiungendo altro brodo se dovesse evaporare. Esaurito questo tempo il riso sarà già un po’ gonfio e cambiato e quindi abbassa ancor più la fiamma, se necessario, perché bisogna portarlo quasi all’esaurimento del liquido (quasi, eh, non fare attaccare tutto).

A quel punto cacciaci dentro la crema di scalogno.

Girando continuamente fai assorbire bene la crema.
Verrà fuori un riso molto cremoso, ci vorranno circa due minuti.

Adesso puoi continuare con la cottura tradizionale: versi il brodo e ne aggiungi piano piano che evapora fino a quando non è pronto.

Durante questa fase taglia il salmone affumicato, lasciandone da parte un paio di pezzi da mettere sui piatti come decorazione.

Come già detto più volte, ogni riso ha cottura a sé e non sempre i minuti di cottura indicati sulla confezione sono veritieri. Il mio riso millanta 15 minuti di cottura, in realtà arrivo quasi sempre a 23. Spaccati.
Quindi assaggia sempre e, quando è quasi pronto ed il liquido è quasi tutto evaporato, cacciaci dentro il salmone.

Di solito a questo punto cerchiamo sempre di avere del brodo nella pentola, ma te l’ho detto che questo risotto è strano.
Devi fare evaporare tutto il liquido, perché tanto la cremosità la darà lo stracchino.
Quindi una volta cotto ed una volta privo di brodo spegni la fiamma e caccia dentro i 100 grammi di stracchino.
Mescola veloce veloce.

Lascia riposare per tre minuti, senza coperchio.

Prepara le porzioni e decora ogni piatto con un pezzetto di salmone che hai conservato e cospargi con abbondante pepe.

Sei pronta per fare la pappa, finalmente.
Un’altra foto, perché merita.

Ciao e buon appetito!