Primi, Primi piatti di mare

Trofie con gamberoni e limone (+ deliri da un mondo post elettrico)

Per un guasto alla rete elettrica sono quasi due giorni che vivo senza elettricità.
E subito è il caos.

Ridursi così è un attimo.

Niente luce la sera, niente acqua calda (e quindi c’ho due mani gonfie così perché ho lavato i piatti con questo gelo) e se non fosse per il vicino di casa che ci ha prestato un po’ della sua, di energia, non potrei manco aggiornare.
Starei lì, a fissare il vuoto, ad aspettare Charlie con il suo biglietto dorato.

Voi vi rendete conto che quel signore, fino ad un secondo prima, fingeva di essere invalido e faceva lavorare il nipote minorenne?

Così il mio cervello pensa. E pensa. E ripensa.
Innanzitutto la considerazione più ovvia in un momento di crisi come questo: se Skynet prendesse il potere, senz’altro non ci scaglierebbe contro un esercito di robot. Non ne ha proprio bisogno: l’uso delle armi è il potere dei deboli. Un essere che incarna tutta la tecnologia presente e che può plasmarla a suo piacere si deve limitare a renderla impossibile da usare. Niente più alcuna forma di energia e di tecnologia per nessuno.
Stop.
In meno di due settimane l’umanità sarebbe decimata peggio che durante un’apocalisse zombie: in molti si suiciderebbero per il tedio (io per prima), tanti andrebbero fuori di testa e ammazzerebbero tutti quelli intorno a loro e quanto tempo ci metteremmo a morire di fame, una volta saccheggiati i supermercati di fagioli?

Si assisterebbero a scene del genere, con i Pikachu del mondo davvero incazzati.

L’altra profondissima riflessione riguarda le menzogne con cui ci hanno allevato sin da quando eravamo piccolissimi. Un po’ come il nonno di Charlie, la Findus ci ha illusi talmente tanto ed in una maniera così subdola che uno se ne domanda anche la necessità.
Mi spiego.
Era normale pensare che il signore con la barba bianca che pescava i merluzzi per fare i bastoncini non esistesse. Non è che qualcuno di noi ci credeva davvero.
Sarebbe stato bello, però no.

Peccato, però.

Così i bambini di oggi non credo si facciano troppe domande su Carletto e i suoi sofficini.
Al massimo vogliono il pupazzo e ripetono NON HAI FAME??? fino a quando le mamme tiran loro un sofficino surgelato sui denti per farli smettere.

SIMPATICISSIMO.

Però con noi bambini che avevamo dieci anni nel 1994 ci sono andati pesanti.
Tua mamma ti faceva i sofficini, tu eri contento. Prendevi una forchetta ed emulavi quel bambino là.
Quello che creava questa magia:

Ci ho provato tutte le volte.
A parte che per creare un sorriso non dovevi solo premere leggermente, ma iniziare proprio un mestiere che manco un carpentiere, ma anche nel remoto caso in cui tu riuscissi ad emulare questo fantastico gesto nulla usciva da quella fessura. NULLA.

Perché questa bugia stronza? A cosa serve? Io i sofficini me li compravo lo stesso, sarebbe bastato un bambino contento di mangiarli e basta.
Infinite le boiate che mi sono fatta comprare, da bambina, solo perché le avevo viste in tv.

E non tutte le richieste erano sensate, tipo questa.

Adesso, io non ho mai cercato di rompere il tonno con un grissino, ma a questo punto l’unica cosa che mi aspetto è che il grissino mi si spezzi in mano.

Ma chi ci crede più?

A te vengono in mente altre balle tanto non necessarie quanto deludenti? Se sì, fammelo sapere in un commento, che questo blog è davvero la vuotezza della partecipazione.

In attesa di tue, parliamo di pappa: oggi ti propongo una ricetta rubata ad Orecchiette e forchette. Si tratta di un piatto di trofie con gamberoni e limone, una variante del piatto di base che trovi qui.
Meglio, peggio? Diverso. Ovviamente il limone stempera un po’ il gusto del gamberone, ma senza coprirlo. Secondo me è un’ottima variante, mi è piaciuta parecchio.

Go, go, go! 

FAME.

Per preparare delle trofie con gamberoni e limone, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di trofie;
  • circa mezzo chilo di gamberoni (11-12, indicativamente);
  • prezzemolo;
  • il succo di mezzo limone. Sembra poco, non lo è;
  • buccia di limone. Quanta? Beh, dipende da quanto è grande il limone e quanto ti piace. Io ne ho usati tre, ma erano piccoli;
  • 20 grammi d’olio ed uno spicchio d’aglio.

Per la pulizia dei gamberoni ti rimando a questo post qui: c’è il tutorial completo, con tutte le foto. Mi rifiuto di pensare che tu abbia dimenticato le basi.

Devi arrivare, come sempre, ad avere solo teste e corpi. I corpi tagliati a metà, sennò sono troppo grandi:

Ora possiamo partire.
Metti l’acqua della pasta a bollire.
Mentre attendi, trita il prezzemolo.

Spremi il mezzo limone e grattugia la buccia con una grattugia (strano, pensavi di dover usare un frullatore, vero?).

Versa 20 grammi d’olio (circa 2 cucchiai) in una padella, falli scaldare e poi mettici l’aglio scamiciato ma intero, al massimo diviso a metà.
Inclina la padella e fai soffriggere l’aglio in tutto l’olio per qualche minuto, fino a quanto sarà un po’ colorato.
In questa maniera aromatizzerà l’olio e lo potremo togliere, che col limone a me piace poco.

Così.

Leva l’aglio con la pinza e metti in padella le teste.
Schiacciale bene con un cucchiaio di legno od una spatola, per fare uscire tutto il liquido tanto immondo quanto saporito.
Operazione che devi eseguire a fiamma bassa, non serve affatto violenza per cucinare i gamberi.

Appena sei sicura di avere sfracellato tutte le teste, puoi aggiungere i corpi ed il succo del mezzo limone.

Fai andare sempre a fiamma bassa, fino a quando i gamberi avran cambiato colore: da trasparenti devono diventare di un bel bianco deciso.
A quel punto spegni ed attendi la pasta.

Il sugo sarà così, cerca di non farlo asciugare troppo:

Attendi la pasta, scolala bene e poi cacciala in padella.
Mescola il tutto, aggiungendo prezzemolo e parte della buccia di limone che hai preparato.

Prepara i piatti e su ogni porzione aggiungi altro prezzemolo e – a gusto, assaggia prima – altra buccia di limone grattugiata.
Ecco cosa dovresti avere davanti:

Ciao e buon appetito!

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Primi

Mezze maniche con sugo di baccalà (+ Ludmilla Drago, la vera protagonista di Creed II)

Stavo guardando Creed II tutta triste perché – incredibile! – mi stavo annoiando a morte. Lo so che non dovrei lamentarmi, che in ogni film con Rocky la famiglia è importante e che metà della storia (anzi, a dire il vero TUTTA) è incentrata sui rapporti interpersonali. Però qui si è esagerato: dove sta il pugilato? Perché io sono più dalla parte dell’avversario che del protagonista? E, soprattutto, perché sto sbadigliando?

Lo sguardo di chi si domanda perché.

Poi, senza preavviso, l’illuminazione.
Arriva lei.
Mancava giusto la musica della Morte Nera per rendere ancora più enfatico il momento: Brigitte Nielsen entra nell’inquadratura e nulla è più lo stesso.

Una Brigitte molto diversa da questa.

Il suo volto assomiglia a quello di Skeletor, solo che ha lo sguardo (russo) ancor più minaccioso. Si siede alla tavolata (russa) ed inizia a sorridere (in maniera russa). Poi apre la bocca e proferisce la sua unica frase di tutto il film. In russo.

Ed io commossa per la grande interpretazione.

Sarà per davvero l’unica sua battuta. Perché io un po’ me la immagino, Brigitte. La chiamano, le dicono Vieni a fare la comparsata in Creed II e lei dice . Poi le presentano il copione dove ha un intero monologo in russo e quasi ci ripensa, ma poi trovano un accordo: ok, vengo, però imparo UNA frase sola, poi vi arrangiate. Anzi, poi mi inquadrate cento volte ed io faccio un sacco di faccette, come fossi in un episodio di Dragon Ball.

Brigitte Nielsen arrabbiata.

Il minutaggio con lei presente è davvero ridicolo, ma ovviamente la troviamo ad assistere all’incontro finale.
La inquadrano un sacco di volte e lei sfoggia tutta la mimica facciale imparata in questi 40 anni di intensa attività attoriale.

Brigitte Nielsen in preda allo stupore.

La cosa che ho trovato gravissima è che nessun telecronista si è abbassato a nominare la più grande nuotatrice russa di tutti i tempi. Che, ricordiamocelo, si chiama Ludmilla Drago ed è anche un pezzo grosso nell’attività sportiva ucraina, a quanto pare.
Ma i telecronisti se ne fregano. E Brigitte Nielsen incassa l’affronto con grande dignità.

Brigitte Nielsen che manifesta dignità.

Un’altra cosa che mi è rimasta impressa di Creed II è un’inquadratura, alla fine dell’incontro.
Il mondo è sul ring, dai giornalisti alle ragazze che sfoggiano i numeri dei round, ma non Rocky. Rocky – ormai più vecchio di Morla la tartaruga millenaria – è seduto sotto al ring, con il suo giacchino con stampato il nome di Creed.
In disparte, come è giusto che sia e come è anche triste che sia.
Un’inquadratura commovente, che vale l’intera visione.

Ed eccola.

Sì, lo so, Creed II non si intitola Ludmilla Drago e quindi questo mio punto di vista sul film non serve a niente.
Ma avrebbe dovuto chiamarsi Ludmilla. Eccome.
Anzi, voi di Hollywood, se mi ascoltate fatemi un bello spin off su Ludmilla, che il mondo dei Kaiju lo esige.

Ed ora mangiamoci una pasta col baccalà.

Ebbene sì: è l’ora della pappa.

Del baccalà ho già parlato lungamente e lontani sono i tempi in cui non sapevo manco come pulirlo. In questo link qui trovi il tutorial per sfilettarlo, che è una roba lunga che do per assodata e non ho intenzione di ripeterla qui.

La ricetta delle mezze maniche al sugo di baccalà l’ho rubata a Pane&Tulipani, senza cambiare niente. Anzi, in realtà ho cambiato una cosa ed ho fatto male, quindi brava lei, fessa io e qui troverai ovviamente la versione definitiva, giusta e sacra, senza errori.

Go, go, go! che c’abbiamo fame.

Tutti ai posti di combattimento!

Per preparare delle mezze maniche col sugo di baccalà, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di mezze maniche;
  • un barattolo di polpa di pomodoro (da 400 grammi);
  • uno scalogno, uno spicchio d’aglio;
  • 40 grammi d’olio;
  • prezzemolo, peperoncino, sale;
  • 400-500 grammi di baccalà. Difficile dirti quanto comprarne, dipende dal pezzo che scegli. Diciamo che mi terrei sul doppio del peso, da secco, così vai sicura.

Sul baccalà dovresti sapere già tutto: si deve dissalare, cioè bisogna metterlo in acqua per tre giorni (cambiando l’acqua almeno una volta al giorno, mi raccomando). Quindi devi organizzarlo, ‘sto piatto di pasta. Però non è troppo lavoro, dai, ce la puoi fare.

Son passati tre giorni? Hai pulito il baccalà come ti ho insegnato qui? Allora, finalmente, possiamo metterci al lavoro.

Al lavoro!

Taglia il baccalà a pezzi. La grandezza non ha importanza: lo spappoleremo durante la preparazione del sugo.

Metti l’acqua della pasta a bollire.
Trita un po’ di prezzemolo.
Trita anche lo scalogno, il peperoncino e lo spicchio d’aglio.

Versa 40 grammi d’olio in una padella, scaldali bene e poi caccia dentro peperoncino, scalogno ed aglio.

Fai soffriggere bene il tutto per qualche minuto, a fiamma media, facendo attenzione a non carbonizzare gli ingredienti.
Unisci ora il baccalà.

Rosolalo bene, girando di continuo e distruggilo con un cucchiaio di legno od una forchetta durante l’operazione.
Fallo andare per un po’, tipo 5 minuti. Poi aggiungi la polpa di pomodoro.

Mescola bene tutto.

Fai andare a fiamma medio alta fino a quando il sugo sarà bello ristretto.
Siccome il pomodoro scoppietterà sporcando il mondo tutto, ti consiglio l’utilizzo di un paraschizzi per bestemmiare poco (perché il sugo maledetto, lo sai, colpirà anche te oltre alle piastrelle, al lavandino, al frigorifero).

Il risultato dovrà essere un sugo parecchio ristretto e ci vorranno circa 20 minuti. Aggiungi il sale solo alla fine.
Ecco che aspetto avrà:

In questo tempo prepara la pasta e poi cacciala in padella ed amalgamala bene al sugo. Durante quest’operazione unisci anche il prezzemolo.

Prepara i piatti e su ogni porzione metti un po’ di prezzemolo ulteriore.
Se sono riuscita a spiegarmi, dovresti avere davanti a te una cosa di questo genere:

Con meno acquetta: io ho finito di cuocere la pasta nel sugo e quell’acqua è stato il risultato. Buonissimo, però evitabile.

Ciao e buon appetito!

 

Primi

Cuscus con pollo e ceci (+ Perché cazzo Tobe Hooper)

Stavo lì a guardare l’ennesimo film che fa Bu!!! e sbuffavo fortissimo. Non si trattava di una di quelle storie in cui cercano di svegliarti con della musica sparata nelle orecchie per – che so – quattro, cinque volte in un’ora e mezza.
No. In questo film che fa Bu!!! i jumpscare – così li chiamano quelli che ne sanno – erano continui. Sono durati per TUTTO IL FOTTUTISSIMO TEMPO. 

BU!

l’unico ad essere infastidito in maniera vistosissima era Piccettino, chiamato dagli amici MadonnaQuantoPuzzi. Il gatto, insomma. Voleva dormire, lui. Ma la nuova frontiera dell’horror non gliel’ha concesso.
Noi altri umani, invece, abbiamo sbadigliato tutto il tempo e ad un certo punto a Pizzakaiju è partito un embolo che chiameremo Perché cazzo TOBE HOOPER.

Eccomi, mentre mi parte l’embolo.

Ormai un po’ si dovrebbe essere capito, sia dalle gif che dal mio continuo evocare Cthulhu e Pazuzu: l’horror è il mio genere preferito, pure se alla fine me ne piacciono davvero pochissimi.
Però quando un film dell’orrore funziona per davvero, si insinua in te e non se ne va più. E non per paura: sono incapace di provare quel tipo di emozione. No, io mi diverto davanti ai massacri assurdi e ai mostroni ed al sangue ed agli psicopatici. più il regista spinge verso l’assurdo ed il macabro, più io son contenta.

Quindi sì ai Cannibal Holocaust, agli Adam Chaplin, agli Human Centipede. No ai James Wan e ai montaggi frenetici ed alle musiche sparate nelle orecchie.
E soprattutto sì a Tobe Hooper.

Sì!

Perché cazzo Tobe Hooper è l’emblema della sporcizia, della malattia mentale, dell’estremo.
La sua specialità è inserire in ambienti già inquietanti personaggi manco descrivibili, talmente sono fuori  e sopra le righe e del tutto persi in se stessi.
Prendiamo Quel Motel vicino alla palude: sì, ok che il gestore del motel non sta benissimo e c’ha pure un alligatore come animale semi domestico… ma i clienti sono anche peggio.
E per forza, mi verrebbe da dire: quale sarebbe la persona normale che oserebbe fermarsi in quel posto orrendo? Quando poi arriva Judd, il gestore di cui sopra, di sicuro io e te ce ne andremmo.

Judd è una personcina carina e deliziosa.

Loro no. Loro restano. Per loro è normale.
Loro, infatti, non stanno bene.

 

Ma parliamo di Non aprite quella porta, che quello lo ha visto pure mia nonna, talmente è famoso.
Lui ci mette subito le cose in chiaro: li mettiamo i ragazzini da scannare. Certo che li mettiamo, vuoi forse progettare una carneficina senza i teenagers? Però, così, a caso, perché siamo sporchi e cattivi, uno lo creiamo paraplegico. Senza ragione: non ci saranno scene segnanti con la sedia a rotelle, né patetismi, né i momenti di empatia verso la malattia. Anzi, non gliene frega una ceppa a nessuno che questo non cammina.

E giochiamo con le cose appuntite perché sì, anche.

Lo mettiamo lì perché sì. Secondo me il perché sì è quello che guida un buon film d’atmosfera dell’orrore: io non li voglio gli spiegoni, i dialogoni, la psicanalisi da quattro soldi. Io voglio i teschi, le motoseghe, la gente a cui piace mangiarsi le budella e i pazzoidi che desiderano fortissimo che un pezzo di merda esca da un intestino per passare nella bocca e negli intestini di altri poveracci. Perché? Perché sì. Perché, al massimo, il pazzo si diverte tanto.

I Have a Dream, sta dicendo.

In Texas Chain Saw Massacre c’è proprio quel particolare che mi ha fatto esclamare Ma cazzo Tobe Hooper. Qui non ci sono i bu!!! perché non ce n’è bisogno.
Nonostante i ragazzi non facciano che correre intorno alla casa, al buio, terrorizzati, la necessità di tenerti sveglio con i jumpscare non si sente: Leatherface è terrorizzante, il suo pragmatismo nel sventrare la gente è protagonista assoluto. Lui ti vede e subito pensa ad attaccarti ad un gancio da macellaio, perché è quello che fa e lo fa da sempre e lo fa bene.

Lasciate lavorare quest’uomo in pace.

Tobe Hooper non usa la musica per sottolineare la fuga: il suono della corsa, delle piante diventano la musica stessa (con qualche minimo effetto sonoro in aiuto, questo sì). Quando compare Leathearface con la sua motosega ti caghi sotto perché fa paura, non perché non te l’aspettavi.

La paura non è una suora zombie che spegne le luci a tradimento. La paura è l’ignoto inspiegabile, una strada buia, il mostro sotto il letto e lo psicopatico che vive nel bosco.
Un uomo con la faccia coperta da una maschera di pelle umana (altrui) che ti insegue per farti a pezzi è un’immagine già potente di suo: non serve calcarla con la musica, basta solo essere bravi a mostrarlo e a non mostrarlo, all’occorrenza.

La bellezza.

Ogni volta che un regista tenta di spaventarmi con le musichette penso che non abbia capito niente del subconscio umano. Penso che non abbia la zozzezza dentro di sé e manco qualcosa da dire.
Perché cazzo Tobe Hooper, invece, con del buio ed un paio di alberi ha creato un universo di cagasotto.

Adesso via, verso nuovi orizzonti, a mangiare cuscus.

A quanto pare anche nel Wakanda si mangia il cuscus.

Del cuscus ho già parlato in questo post qui, ammettendo tutta la mia ignoranza. Su Facebook mi hanno consigliato di prepararlo con ceci, pollo e curcuma e così ho fatto: era buono, quindi ti dono la ricetta, come ogni volta che c’è pappa degna all’orizzonte.

Go, go, go! 

Per preparare del cuscus con ceci e pollo, per due persone, hai bisogno di:

  • 200 grammi di cuscus;
  • 200 grammi d’acqua + 10 grammi d’olio + sale per cuocere il cuscus;
  • 200 grammi di ceci secchi;
  • circa 500 grammi di straccetti di petto di pollo;
  • un cucchiaio d’olio per cuocere il pollo;
  • 5 grammi di curcuma;
  • circa 2 cucchiai di olio da aggiungere nelle porzioni, a seconda dell’effetto Secchezza delle fauci che potresti ottenere.

Il cuscus è proprio il nostro ultimo pensiero, perché impiega pochissimo a cuocere. Partiamo da tutto il resto.

Innanzitutto i ceci: come ben sai in Pizzakaiju’s Land sono banditi quelli in scatola (salvo proprio emergenza), quindi ripassiamo la lezioncina della loro cottura.

È strafacile.

Ti tocca metterli a bagno per tutta la notte, insieme ad una manciata di sale grosso.
Esaurite le 8-12 ore di ammollo sciacqua bene i ceci e poi cacciali in una pentola. Coprili con abbondante acqua, metti il coperchio e fai bollire. Quando l’acqua inizia a fare le bolle passa al semicoperto ed abbassa la fiamma fino al raggiungimento di un sobbollore.
Da lì in poi dipende dai ceci che hai acquistato e quanto li vuoi morbidi. In media io impiego meno di un’ora, a dispetto dei tempi secolari che di solito indicano sulla confezione.

Scolali e lasciali da parte.

Tagliuzza il pollo a straccetti abbastanza piccoli usando quel mezzo meraviglioso che sono le forbici.
Versa un cucchiaio d’olio in una padella e, appena è caldo, unisci il pollo.

Fai andare a fiamma medio alta, girando spesso. In pratica devi cuocere il pollo in maniera definitiva, non ci saranno altri passaggi, per lui.

Deve essere un po’ bruciacchiato, non solo bianco (almeno se ti piace il pollo non viscido). Ed ecco come sarà:

Unisci ora i ceci, mescola bene ed aggiungi sale.

Adesso spegni la fiamma e pensiamo al cuscus.
Versa 200 grammi d’acqua e 10 grammi d’olio in una pentola di cui possiedi il coperchio. Quindi chiudi, attendi le bolle e spegni la fiamma. Caccia dentro il cuscus e sgranalo con una forchetta, poi chiudi col coperchio ed attendi i tempi indicati sulla confezione. Nel mio caso erano 4 minuti.

Riapri ed aggiungi 5 grammi di curcuma.

Mescola bene, cercando di sgranarlo ancora e distribuendo la curcuma in maniera più omogenea possibile.

Caccia dentro tutto il condimento. Non ti preoccupare se sembra troppo: non lo è (spoiler, lo so).

Prepara le porzioni ed aggiungi olio se ti sembra secco (e immagino lo sarà). Io ho versato circa 2 cucchiai, alla fine.
Ecco qui cosa dovresti avere davanti a te.

Ciao e buon appetito!

 

Primi

Vermicelli con acciughe e briciole di pane

Siccome mi girano i coglioni a mille ma mi tocca aggiornare il blog perché ho già due ricette accumulate, oggi non dirò niente di niente perché l’ultima cosa che mi va è fingere che mi vada di scrivere.

Goku è il mio animale guida.

Già mi devo limitare a distribuire i fanculo agli imbecilli sui social che ti mandano foto di cazzi in chat, ti importunano con domande stronze tipo Mangi un sacco ma non sei obesa (come se esistesse, poi, solo essere magri ed obesi, nella vita), costringermi pure a scrivermi qui sopra NO. 
Mi girano così i coglioni che sto per andare ad allenarmi per la seconda volta nella giornata, altrimenti ammazzo qualcuno.

Sentirsi così.

Ti propongo una ricetta che è una variazione degli ormai classici spaghetti con le acciughe, solo usando il pane crostinato invece del pangrattato. Ho rubato l’idea a Luca Pappagallo, come spesso accade.

Go, go, go!

Per preparare dei vermicelli con briciole di pane, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di vermicelli;
  • 100 grammi di pane + 30 grammi d’olio per ripassarlo in padella;
  • 10 grammi d’olio;
  • un barattolino di acciughe da 80 grammi;
  • circa 50 grammi di capperi sotto sale;
  • prezzemolo;
  • uno spicchio d’aglio.

Parti dal pane.
Devi tagliarlo a fette e metterlo in forno a 200 gradi. In una decina di minuti sarà abbronzato e seccato e quindi devi tirarlo fuori.
Spezzettalo in maniera grossolana dentro un mixer, con le tue manine di merda.

Aziona il mixer a scatti brevi, perché non dobbiamo ridurre il pane in polvere. Dobbiamo raggiungere un misto di pane di ogni dimensione, tipo questo:

Versa 30 grammi d’olio in una padella e falli scaldare. Caccia lì il pane e stacci dietro: tenderà a bruciarsi se te lo dimentichi e in tempi molto più brevi del pangrattato classico.
Giralo spessissimo e toglilo dal fuoco quando è bello colorato:

Ora metti l’acqua della pasta a bollire e pensiamo al resto.
Sciacqua bene i capperi sotto l’acqua, più e più volte: sono salatissimi, quasi immangiabili e così ti distruggeranno la cena. Mi raccomando, non sottovalutarli.

Trita il prezzemolo e trita in maniera grossolana uno spicchio d’aglio.

In un padellino versa 10 grammi d’olio ed unisci subito l’aglio. Fallo soffriggere per un minuto.
Getta dentro le acciughe e falle sciogliere a fiamma bassa:

Appena si sono sciolte puoi unire anche i capperi.

Fai andare a fiamma bassa fino all’arrivo della pasta che devi togliere tre minuti prima del tempo indicato sulla confezione (senza gettare l’acqua di cottura).

Concludi la cottura dei vermicelli lì dentro, facendo saltare a fiamma alta e bagnando con l’acqua nel caso si seccasse troppo. In questa fase unisci anche il prezzemolo.

A fiamma spenta caccia dentro 30 grammi del tuo pane crostinato e poi mescola benissimo.

Prepara i piatti e su ogni porzione metti un altro po’ di prezzemolo e briciole di pane a piacere. A noi ne è avanzato pochissimo, perché ci sta troppo bene.
Ecco cosa dovresti avere davanti:

Ciao e buon appetito!

Primi

Gnocchi fritti con besciamella al Parmigiano (e piccolo tutorial per gestire lammmerda)

Puoi teorizzare quanto vuoi sull’alimentazione e la dieta ed il movimento fisico.
Però, sia che tu lo faccia col culo ciccioso collassato sul divano, sia che tu lo faccia con i muscoli stragonfi il risultato non cambia: non esiste una regola applicabile per tutti né mai esisterà.
Te lo faccio spiegare in maniera semplice semplice dal mio amico fisicato:

Ecco.

Come accade spesso, mi sento in dovere di raccontarti la mia storia, come in quei brutti video motivazionali dove la gente ti racconta di come ha cambiato radicalmente la vita dopo aver visto un documentario su Iva Zanicchi nel suo viaggio in Tibet.
Ne uscirai cambiata, butterai nel cesso le barrette proteiche al cacao finto (mi raccomando, però, mangiane solo metà sennò esageri con i nutrienti) e smetterai di nutrirti di insalata scondita e cibi senza glutine, senza lattosio, senza cibo.

La mia reazione quando leggo delle diete su Instagram.

La regola del palestrato medio è quello di levare tutta l’alimentazione e limitarsi a bibitoni proteici e soprattutto venerare il polletto col riso.
Quando mi capita di raccontare le mie abitudini di pappa, questi sudano freddo.
Perché io, Pizzakaiju, mangio lammmerda. Ho sempre mangiato lammmerda.
O, per meglio spiegarmi, ho sempre GESTITO lammmerda.

Ebbene sì: lammmerda si può gestire.

La mia alimentazione è composta, in linea di massima, da due pasti molto ravvicinati. Non ho la colazione, non ho gli spuntini. Mangio a pranzo (subito dopo l’allenamento) e a cena (che d’estate è spesso accompagnata da un mini allenamento di 30-40 minuti).

A pranzo dolci, a sera salato, per accontentare ogni tipo di voglia.

Non faccio palestra per dimagrire, né per restare in forma. Cerco da tre anni di modellare il mio corpo, senza sbilanciare di troppo il mio peso: in tre anni ho acquistato circa 3 chili, 3 chili che posso tranquillamente affermare essere solo muscoli. La ciccia è sempre meno e piano piano sparirà.
E questo sempre mangiando come un Garbage Kid.

Ormai lo sai.

Mi si può tranquillamente rispondere che sì, ok,  però poi ti fa male. Ma non fumo, non bevo, vivo in campagna. Un po’ di cibo di merda posso permettermelo (e comunque morirò lo stesso, prima o poi. Ed anche tu, pure se mangi solo seitan e semi di chia).

Inutile dire che i rompicoglioni sono sempre stati in agguato e mi hanno sfracassato con i loro tacchini da 50 grammi e i fiocchi d’avena e gli yogurtini tristi. E poi la colazione! Come fai a non fare colazione??? Non lo sai che è il pasto più importante della giornata???!

Così quest’inverno ho cambiato la dieta. Tre pasti: colazione, pranzo, cena. Pentendomene tantissimo.

Giuro, non l’ho presa in maniera così vulcaniana.

Cercando di limitarmi più possibile, ho comunque incontrato un aumento calorico fisso di circa 400-500 calorie. Che sono tante.
Ma quello è stato il meno.

In tre mesi sono stata male fisicamente, mentalmente e non ero mai contenta di mangiare. Mi sentivo gonfia, mi sembrava sempre di mangiare troppo ed anche il mio fisico è peggiorato. A parte l’aumento di peso di tre chili (TRE!), gli addominali non si vedevano più, le gambe erano più grosse e persino i fianchi mi sembravano allargati.
In più pure allenarsi era diventata una tortura: mi alzavo senza voglia di fare niente, non mi sentivo appagata, mi sembrava di sprecare tempo e forze. Ho allentato le ore e l’intensità, rendendo lo sport quotidiano più un dovere che altro.

Insomma, non stavo benissimo.

Ci ho provato per davvero. Poi sono tornata sui miei passi.
Da tre settimane ho smesso con le torture auto inflitte e sono tornata al mio regime, provocandomi il mal di pancia per i gelati e i cereali e le torte.
Ho perso i tre chili ed ho un fisico che non è mai stato migliore: mi sono asciugata tantissimo, i muscoli sono cresciuti in ogni parte del corpo e soprattutto i miei allenamenti sono tornati ad essere belli. Mi diverto, riesco sempre ad aumentare l’intensità ed è un continuo crescendo.

Sto a mille, proprio.

Tutto ‘sto pippone non è per dire FATE COME ME. No. È solo il mio modo per dimostrare che non esistono regole ferree e che ogni corpo è a sé. Ogni abitudine è dannosa od ottimale a seconda del soggetto e soprattutto lo sport non deve essere vissuto come mezzo per raggiungere un dimagrimento: deve essere vissuto per se stesso. Sentire il corpo che soffre mentre alza un peso (o corre a velocità massima o quello che ti pare) è una sensazione che vale per sé. Il corpo reagirà di conseguenza alla positività e sembra un pensiero hippy, ma non lo è.

E soprattutto EVERYBODY EATS!

Con l’arrivo del caldo caldissimo chi mi segue su Facebook od Instagram sarà bombardato di mie foto in mutande e si vedrà che non dico stronzate: il fisico si modella, pure se avete le dita nutellose.

Basta mangiare tutto con moderazione, non vivere di privazioni ed accontentare i propri desideri il più possibile.
E quindi, in pieno spirito cicciolandia, oggi ti dono il potere degli gnocchi di patate fritti.

Lo so, è dura da accettare. Ma anche oggi si frigge.

Avevo questa ricetta di Sciuè Sciuè in coda da tipo seicento mesi e finalmente ho preso il coraggio. In pratica si friggono gli gnocchi e poi si condiscono con una besciamella al parmigiano reggiano. Semplice, buono e – incredibile! – manco troppo pesante. Dopo 20 minuti scarsi avevo di nuovo fame. Ma io, si sa, c’ho grossi problemi.

Go, go, go! 

Tutti in cucina.

Per preparare gli gnocchi fritti con besciamella al parmigiano, per due persone, hai bisogno di:

  • 500 grammi di gnocchi di patate. Io ho comprato quelli di Giovanni Rana ed erano a temperatura ambiente. Lo dico perché pare che chi ha fritto tirandoli direttamente fuori dal frigo abbia avuto la cucina esplosa;
  • un litro di olio per friggere. Consiglio sempre di evitare gli oli di semi, ma di usare un olio extra vergine di oliva economico. Puoi anche riciclarlo per un paio di usi: basta che lo pulisci un po’ con un colino a maglie fitte, per togliere i residui della frittura;
  • mezzo litro di besciamella che creerai con 500 grammi di latte a temperatura ambiente, 50 grammi di burro e 40 grammi di farina (più sale, pepe e noce moscata a piacere). In realtà te ne avanzerà, ma è meglio abbondare, magari a te piacciono gli gnocchi super immersi nella besciamella;
  • 100 grammi di parmigiano reggiano.

Grattugia i 100 grammi di parmigiano, che partiamo dalla besciamella.
Mi rifiuto di scrivere di nuovo tutto il procedimento che ormai è assodato e puoi trovare qui.
In pratica fai sciogliere i 50 grammi di burro in un pentolino, aggiungi i 40 di farina ed attendi che si crei il compostino. Versi il latte, fai scaldare ed addensare, girando sempre con la frusta a mano (puoi usare quella elettrica, ma con quella a mano è comodissimo, non c’è bisogno di raggiungere velocità supersoniche).

Aggiungi sale, pepe e noce moscata.
Quando si sarà ben addensata (ma bene, in questo caso ci serve bella spessa) butta dentro il parmigiano.

Mescola bene bene con un cucchiaio di legno fino a quando si sarà tutto sciolto. A fiamma spenta.
Ecco il risultato finale:

Metti il coperchio e lascia riposare. 
Adesso friggiamo.
Versa il litro d’olio in un pentolino e fagli raggiungere la temperatura di frittura, usando una fiamma medio alta. Qual è la temperatura di frittura? E che ne so: ti sembro un termometro? Devi fare una prova. Gettaci dentro un pizzico di farina: se frigge, ci siamo.

Adagia, con l’aiuto di una schiumarola, gli gnocchi nell’olio bollente. Tutti insieme, violando le sacre leggi di quelli che ne sanno che ci impongono di friggere pochi pezzi alla volta.

Gli gnocchi, esattamente come quando li cuoci in acqua bollente, verranno a galla. Io ho fatto friggere circa tre minuti.
Tirali fuori sempre con la schiumarola e mettili su un paio di piatti ben coperti con carta da forno. La frittura deve essere sempre ben distanziata, altrimenti ti si ammolla e non rilascia l’olio in eccesso.

Tampona gli gnocchi con la carta da forno, per fare assorbire più olio possibile.

brutte mani da finto pugile.

Riversa tutti gli gnocchi in una ciotolona.

Condiscili ora con la besciamella.

Prepara i piatti e su ogni porzione caccia un po’ di pepe.
Dovresti avere ottenuto un risultato simile:

Siccome è molto difficile fotografare piatti molto bianchi, ecco un’altra foto scattata senza usare il flash, sperando sia di aiuto:

Ciao e buon appetito!

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Kaiju Ravioli (+ calci nei testicoli, teste di razzo ed asiatici mangia-sushi)

Mi sono talmente tanto divertita rigiocando Bulletstorm che ho appena regalato ben 5 euro alla Sony per poter provare il DLC con Duke Nukem che consiste, in soldoni, nel rigiocare la campagna impersonando un cazzone più cazzone degli altri.

Brava Sony che sei riuscita a superare la sindrome da rabbino, facendomi aprire il portafogli.

Avevo già inserito questo titolo nel  post dedicato ai 10 giochi dimenticati anche da Pazuzu ed è proprio un peccato ed inspiegabile: è frenetico, zeppo di idee, sempre diverso e pure con una trama. Dal finale si intuisce che avevano una mezza intenzione di creare un seguito. Ma la triste storia ci narra che le avventure di questi stronzi non se le sono cagate proprio e già ringraziamo che abbiano fatto una versione per PS4.
Quindi sì, non avrai problemi a recuperartelo e no: non si tratta di retrogaming.

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La mia idea di divertimento.

Partiamo dai difetti. Innanzitutto è breve, anzi, BREVISSIMO. L’ho giocato alla difficoltà massima e credo di non avere superato le otto ore di gioco. Non possiede nemmeno una longevità legata al rigioco: a meno che non si voglia provare tutte le mosse cretine, non c’è nulla da esplorare dato che si tratta di uno sparatutto quasi a binari. A fine campagna l’unico elemento che si sblocca è una serie di sfide, sfide piuttosto inutili: ti vengono riproposti degli scenari che già conosci molto bene in cui devi raggiungere un tot di punti in un tot di tempo. Non molto esaltante: dopo averne provati un paio, ho mollato lì.

Immagine correlata
2 dei cazzoni di Bulletstorm.

Oltre alla longevità, ci sono due problemi nel gameplay: non esiste la copertura e i tuoi compagni possono risultare un po’ fastidiosi. In realtà puoi accucciarti schiacciando la levetta di movimento, ma sarebbe stato molto più comodo un sistema di copertura vero e proprio. I tuoi compagni, invece, spesso ti fanno ammazzare in malo modo, dato che stanno in mezzo alle palle e non ti permettono manco di indietreggiare. Te ne accorgi solo negli scenari più casinisti, ma te ne accorgi. Avrebbero potuto crearli invisibili, data la loro inutilità, ma no, il realismo prima di tutto.

Però non importa. E non importa perché è fottutamente divertente.

Il riassunto di quello che troverai nel tuo futuro gioco preferito.

I personaggi sono davvero dei coglioni ed è una caratteristica fondante dell’intero videogioco. Lo scopo infatti non è arrivare alla fine dimostrando grandi doti di combattimento. Dimentica la regola d’oro del raffiche brevi e precise. Qui bisogna vomitare proiettili senza fermarsi mai ed essere super creativi in ogni ammazzamento.

Il motto di questo gioco.

Più sei sadico e più verrai ripagato in punti esperienza, che spenderai per migliorare le armi, permettendoti di provare ulteriori colpi speciali ancora più imbecilli.
Puoi fulminare i nemici, bruciarli vivi, farli impazzire, riempire di pallottole il loro culo. Oppure sparargli alle palle e prenderli a calci finché non crepano, lanciarli dai palazzi, usarli come mine o – ancora –  farli volare via trasformandoli in teste di razzo.

Anche trucidare gente durante scivolate supersoniche può essere appagante.

Oltre a questo, è incredibilmente spettacolare e vario. A parte i cambi di scenario (che in alcuni casi sono minimali) si passa dall’usare schiene di dinosauri come ponti all’entrare in grotte in cui vivono mostri giganti. Ci sono diverse sparatorie così movimentate che bisogna possedere seicento occhi e sparare a tutto quello che si muove, tra aerei che cercano di farti esplodere il culo e kaiju che vogliono divorarti.
Forse il mio momento preferito è stato quando ho usato un mostro meccanico enorme come alleato. Ma forse, perché è davvero difficile scegliere.

Altra roba super notevole.

Le linee di dialogo fanno abbastanza ridere: sono razziste e stronze. Esempio a caso: Ishi, il cyborg asiatico, viene chiamato sempre e solo Mangia-Sushi, perché se ne fregano di essere politicamente corretti. E si sa che a me il razzismo fa sempre ridere.
Insomma, tutti i protagonisti sono semplicemente deficienti, pure il cattivo cattivissimo. Niente eroismo, niente momenti epici: solo gente che si insulta e si prende a cazzotti, in pieno stile mercenario cazzone.

Mi sono esaltata così tanto mentre scrivevo che non vedo l’ora di essere Duke Nukem.
Mentre attendiamo che venga scaricato il DLC, pensiamo alla pappa.

Sì, qualcuno ha detto pappa.

L’idea di base era quella di creare dei ravioli giganteschi, grossi come il piatto stesso. E li ho fatti, eh, solo che non mi convincevano: un po’ la sfoglia era troppo spessa, un po’ cuocerli era un casino e soprattutto il condimento che mi era stato consigliato faceva piuttosto schifo.

Insomma, quella sera abbiamo mangiato di merda.

Così ho fatto trascorrere una settimana per riprendermi dalla delusione e ci ho riprovato: ho dimezzato le dimensioni, assottigliato la pasta e li ho conditi col minimo indispensabile. E questa volta è un sì.
Ti avviso: non è un capolavoro di piatto ed è anche un po’ laborioso. Però va provato, se non altro perché l’uovo praticamente crudo è una delle mie droghe e mi piace portare nella strada della perdizione più gente possibile.

E poi tutto va assaggiato, almeno una volta nella vita, dai.

Quindi tutti ai posti di manovra e Go, go, go!

Per preparare dei Kaiju Ravioli, per due persone, hai bisogno di:

  • pasta fresca che potrai creare con questo procedimento qui. Ti servono 2 uova a temperatura ambiente e 200 grammi di farina 00;
  • 20 grammi di burro;
  • 300 grammi di ricotta di bufala;
  • 4 tuorli d’uovo;
  • 100 grammi di spinaci;
  • 60 grammi di parmigiano;
  • un filo d’olio da mettere sui piatti;
  • sale, basilico.

Come ormai sai a memoria, la pasta ha bisogno di riposare dai 30 ai 60 minuti, prima di essere lavorata.
Quindi in una ciotola rompi 2 uova, mescolale leggermente una forchetta. In un’altra ciotola versa i 200 grammi di farina e poi unisci le uova. Impasta, impasta ed impasta, per almeno 10 minuti.

Otterrai una palla simile:

Lasciala lì, sul tavolo e pensiamo agli altri ingredienti.

Lava gli spinaci e togli loro i gamboni.
In una padella fai sciogliere, a fiamma bassa, 20 grammi di burro.

Appena è sciolto puoi unire gli spinaci.

Salali un pochino e falli andare per pochi minuti, a fiamma medio alta.
Nel frattempo metti la ricotta in una ciotolona e schiacciala con una forchetta.

Gli spinaci dovranno cuocere davvero il minimo indispensabile, giusto il tempo di farli leggermente appassire. Tipo manco per 5 minuti. 
Ecco:

Riversali su un tagliere e tagliali a pezzetti con un coltello. Sì, ho le mani di amianto, se vuoi tu puoi aspettare che si freddino un po’.

Riversa gli spinaci nella ciotola con la ricotta e mescola bene il tutto con una forchetta, finché raggiungerai un composto abbastanza omogeneo.

Il composto è pronto.
Adesso dobbiamo andare a lavorare la pasta, ma prima metti dell’acqua a bollire (usa una pentola larga).

Prendi la palla e dividila in due parti più o meno uguali:

Se usi la macchina per la pasta, come me, crea due sfoglie lunghe e sottili, come quando devi preparare le lasagne.
Se non hai la macchina per la pasta, tanti auguri ed usa il mattarello: sarà la tua palestra giornaliera.
Adagia le due sfoglie sul tavolo infarinato (ed infarinalo, sennò dopo bestemmi perché ti si attacca tutto).

Passo 1.

Adesso cerca più o meno di capire le dimensioni della tua sfoglia: devi lavorare su metà impasto e l’altra metà verrà usato per chiudere i ravioli.
Il mio consiglio è di chiudere le due sfoglie su se stesse e fare un segno col coltello nel punto che corrisponde alla metà, così sbagli il meno possibile.

Con un cucchiaio distribuisci il ripieno di ricotta e spinaci in 4 punti diversi, sulla sfoglia: stiamo creando 4 ravioli giganti, quindi devi posare 4 palle di impasto ben distanziate l’una dall’altra.
La foto spiega meglio di me:

Sempre con le mani cerca di formare delle palle schiacciate, con il centro meno spesso: è lì che aggiungeremo l’uovo.

Partiamo con l’operazione uova: un uovo alla volta. Aiutandoti con un bicchiere dividi il rosso dal bianco. Appoggia il rosso al centro delle palle di ricotta e spinaci:

Ripeti l’operazione per tutte le palle di ricotta che hai formato.

Una volta fatto questo, con un pennello (o il dito, va bene anche il dito!) bagna bene tutti i lati dei futuri ravioli: l’acqua aiuterà a fare aderire la pasta e a non farla staccare durante la cottura. Ricordati di inumidire anche la parte centrale:

Dobbiamo assemblare i ravioli.
Chiudi la parte di sfoglia con il condimento con l’altra metà di sfoglia, quella che abbiamo lasciato vuota:

Fai aderire bene bene, con le mani, tutti i lati. Anche la parte centrale.
Con un tagliapasta o un tagliapizza o anche con un semplice coltello, ritaglia tutti i lati, creando così i Kaiju Ravioli:

Cospargi un piattone con parecchia farina e, con la grande delicatezza che ti contraddistingue, solleva i ravioloni e poggiali lì sopra. Ti consiglio di usare una palettona, così sei sicura di non spaccarli.

Prima di cuocerli tira fuori i piatti e grattugia 60 grammi di parmigiano. Grattugialo come ti pare: a scaglie enormi, medie, a polvere. Non importa.

Come si cuociono questi ravioli?
Innanzitutto l’acqua deve essere salata e bene a bollore, come sempre. Poi si cuociono a coppie, perché sono davvero gargantueschi. E non puoi versarli nell’acqua con le mani: devi usare la tua fedele schiumarola.

Il Kaiju Raviolo è gigante e quindi non riuscirà ad immergersi nell’acqua. Ti tocca bagnare la superficie del raviolo di continuo, con un cucchiaione. I tempi di cottura si aggirano intorno ai 4 minuti, proprio perché stiamo cuocendo un food monster.

Esauriti i 4 minuti, preleva i ravioli sempre con la schiumarola ed appoggiali sui piatti.
Irrora con un filo d’olio a crudo, cospargi col parmigiano e decora con del basilico.

La cosa bella è che se ora tagli a metà il raviolo, l’uovo uscirà in tutta la sua bellezza, così:

Ciao e buon appetito!

Primi

Pasta con carciofi e pecorino romano (e la difficoltà della sopravvivenza in quest’epoca di spoiler).

Sarà che ho passato la mia adolescenza ad incazzarmi col videoregistratore, ma penso per davvero che uno dei massimi risultati dell’internet sia l’avermi liberato dall’orologio.
Era il 1996 ed il venerdì (mi pare) era un giorno figata: usciva la nuova guida tv. Quindi trascorrevo il pomeriggio, tra un paragrafo di storia ed un video su TMC2 (Mtv non esisteva, circa) a sottolineare il palinsesto.

Guardavo sempre Mixo, lo preferivo quasi a Red Ronnie.

Mi segnavo tutti i film da registrare, andavo a spendere la mia paghetta in vhs e  poi, siccome quasi tutte le robe belle stavano MINIMO in terza serata, cominciavo a registrare.

Inutile dire che il palinsesto era sempre una fregatura: pure se ti compravi vhs lunghissime la pubblicità vinceva sempre. Quindi la quantità di film visti a metà perché il nastro si concludeva e ciao era immane.

Immane quanto la rabbia che non potevi sfogare su chiunque.

Poi è arrivato l’internet, la guida tv non so manco se esca ancora in edicola ed ho anche disimparato ad avere un appuntamento deciso da altri. Insomma, mi guardo le cose quando e come voglio io, senza più nervoso.
Lo ripeto: per me è uno dei grandi traguardi dell’internet.

In quest’ottica, quindi, capisco sempre pochissimo la voglia di stare sul pezzo, di guardare le cose quando le trasmettono. Tutti insieme, manco fosse il 1984.
In più ho dei seri problemi con gli spoiler.

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Gif dovuta.

Innanzitutto bisognerebbe capire cos’è lo spoiler: per tutto il mondo è solo ed esclusivamente quella cosa che accade quando qualcuno ti rivela un finale. I più illuminati arrivano a concepire lo spoiler come lo svelare dell’esistenza di un twist, ma è già una roba da nicchia intellettuale.

Per Pizzakaiju – tieniti forte, eh – lo spoiler è TUTTO.

Una gif che rappresenta il mio drammatico evitare gli spoiler quotidiani.

E per tutto, intendo tutto. Forse viziata dal fatto che fino ad una decina di anni fa potevo tranquillamente recuperare qualsiasi cosa senza tener conto di nessuno – perché ancora il web non aveva deciso che essere nerd (che si traduce con GUARDARE LA TV, in una distruzione del termine che ha dell’assurdo) fosse imperativo – ho dei seri problemi a godermi l’intrattenimento in maniera serena.

Quando giro per casa incazzata dopo aver letto per sbaglio lo spoiler quotidiano.

Non guardo trailer, se posso non do uno sguardo neppure alla locandina di un film. Quando mi siedo ed inizio la visione di qualcosa voglio conoscere solo l’anno di uscita ed il regista. Manco il cast. Perché quello che conta, per il mio divertimento, è il poter accedere ad uno stupore puro (o ad una noia pura,  a volte).
Non posso quindi leggere quasi mai recensioni poiché, in un’altra traduzione del termine che è scandalosa, recensire significa riassumere, per i più. Se mi racconti la trama dei primi 50 minuti, mi spieghi io che cazzo me lo guardo a fare?

Siete delle persone cattive quando fate così.

C’è poi una malattia che colpisce moltissimo quelli della mia età: l’idea del tutto campata in aria che non possa esistere qualcuno di più giovane. Quindi se una  roba è risaputa per chiunque abbia dai trent’anni in su, un sedicenne non può mica pretendere di guardarsela in pace. No, lo si prende per il culo, quel sedicenne, perché come fai a non sapere che (e qui scatta lo spoiler crudele e gratuito di qualsiasi cosa).
Questo fatto è accaduto in maniera pesante con il secondo capitolo dello Spider-man della Sony: spoiler a pioggia di un evento accaduto nei fumetti nel 1973. 

Spider-man che è piaciuto solo a me, ma chissenefrega.

Diversi pensieri (che dovrebbero essere) banali:

  • chi guarda film non è costretto ad amare i fumetti. Considerato che l’evento in sé non è mai stato filmato nelle riproduzioni precedenti di spider-man, è uno spoiler grosso come una casa pure per chi si fosse sorbito la saga di Sam Raimi;
  • il 1973 non è solo lontanissimo per un ragazzo nato nel 2002, ma pure se volesse recuperare il fumetto non è che avrebbe vita facilissima;
  • non è obbligatorio avere un background culturale su tutta la vita dei fumetti, dalla nascita della Marvel a oggi. Può pure essere che qualcuno guardi un film e solo in un momento successivo si metta a leggere fumetti. No, non è un’eresia, è un modo come un altro per avvicinarsi ad un altro passatempo.
Più di qualcosa non va, ma prendiamola con filosofia.

Con questa logica nessuno potrebbe leggersi Romeo e Giulietta in pace, perché in fin dei conti che è, spoiler, se ti rovino un’opera di secoli fa? Lo stesso vale per qualsiasi opera letteraria, fumetto e via dicendo.

La domanda è: perché? 
Se già capisco poco la necessità di condividere tutti nello stesso momento giudizi e critiche su un film appena uscito, figurarsi se capisco il cyber bullismo di questo genere.

Certa gente sarebbe da prendere a pizze in faccia.

Ancora una volta, tanto per farci riconoscere, invece di trovare un collante nei nostri passatempi, li usiamo per allontanare l’altro.
Rientra tutto in questa logica: sei uno stronzo se non ti piace un dato film, non capisci un cazzo e devi morire. In più non meriti di gustarti quello che ti piace nei tuoi modi e nei tuoi tempi, perché il tritacarne dell’attualità pretende che oggi tu straparli di Suspiria, domani di Adrian e dopodomani del tweet di Salvini. Tutto con la stessa boria, arroganza, tutto con la medesima carica di odio che non si sa manco bene da dove provenga.

Dopo un po’ questa è l’unica reazione possibile.

L’invito è sempre quello di mettersi nei panni degli altri prima di rovinare la visione altrui. E di non scassare i maroni quando si apre la bocca così, poiché se a te non importa una sega di quello che hai appena visto (o letto o ascoltato) e ne parli e scrivi solo perché va di moda, magari ad un altro importava tantissimo e gli hai rovinato il divertimento.

No, di solito se glielo fai notare non chiedono scusa: ti dicono che non devi rompere il cazzo.

Il divertimento può anche sembrare cosa superficiale, un non problema, ma per me non è così: non capisco il motivo di puntare il dito su sofferenza, dolori e depressioni come fossero le uniche caratteristiche della vita esistenti, quando invece ciò che dovrebbe abbondare è tutto quello che può apparire più lieve, ma che invece ci rende le giornate più carine da (soprav)vivere.

Ed ora parliamo di carciofi.

Un noto esemplare.

Non so te, ma io mangio carciofi in media una volta l’anno perché me li ricordo sempre difficilissimi da pulire e pure un po’ masticosi dopo la cottura.
Qui trovi una delle poche ricette con loro come protagonisti: buona, eh, però non l’ho più rifatta da allora.
Ultimamente ho trovato un po’ ovunque il metodo della finta cottura al vapore per renderli morbidi: l’ho provata, funziona e devo dire che sono venuti davvero buoni.
Quindi ti passo questo segreto segretissimo e magari da oggi pure te mangerai carciofi più volentieri.

Go, go, go!

Momento pappa!

Per preparare una pasta con carciofi e pecorino romano, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di pasta corta;
  • 300 grammi di carciofi. Difficile dirti quanti comprarne, poiché dipende sempre dalla grandezza e dal tipo di carciofi. Comunque, anche tenendo conto della sfiga sempre presente, con 6 sei sicurissima di ottenere la quantità che ti serve;
  • 60 grammi di pecorino romano;
  • 30 grammi d’olio;
  • sale, pepe, uno spicchio d’aglio;
  • un limone;
  • carta da forno.

Ripassiamo il tutorial per la pulizia dei carciofi, che le basi sono importanti.
Innanzitutto riempi una ciotola d’acqua e spremi il succo di un limone: immergeremo i carciofi puliti lì dentro per non farli annerire. È una finezza solo estetica che conta anche poco, ma se il limone ce l’hai non ti costa niente farlo.

I carciofi costano di brutto e si butta via tantissimo. Proprio per questo cerchiamo di salvare parte del gambo, che è buono e molto morbido. Taglia quindi il gambo poco più sotto delle fogliette che trovi alla base del carciofo:

Comincia ora a sfogliare.

Quando fermarsi? Quando le foglie diventano tendenti al bianco:

Taglia ora le punte, tenendoti più o meno a metà carciofo:

Se durante questo taglio senti molta resistenza del coltello sulle foglie più esterne, significa che non hai sfogliato abbastanza. Elimina dunque un altro strato di foglie e fallo: sarebbero troppo fibrose e fastidiose da masticare, fidati.

Siamo arrivati a questo punto:

Ma ancora non è finita, perché dobbiamo pulire il gambo.
Con un coltellino devi raschiare tutti i lati del gambo, tenendone solo la parte centrale:

Ed ecco il risultato quasi definitivo:

Dico quasi, poiché bisogna tagliarlo in quarti e togliere la barbetta che si trova alla base del carciofo. Eccola:

Mi raccomando: siccome è un’operazione un po’ lunghetta, immergi il tutto nella ciotola piena d’acqua e limone.
Bagna anche della carta da forno nella stessa acqua e limone e poi appoggiala sulla ciotola, così pure se i carciofi vengono a galla (cosa che fanno, perché sono stronzi) non si anneriscono.

Non ho la foto con la carta da forno, mi spiace.

Il più è fatto, quindi metti a bollire l’acqua della pasta.
In una padella versa 30 grammi d’olio e fai soffriggere uno spicchio d’aglio tritato, usando una fiamma medio alta.

Nel frattempo taglia tutti i carciofi a pezzetti – sottili e piccoli – e mano a mano cacciali nella padella.

Quando hai tagliato tutti i carciofi, aggiungi sale, pepe e versa mezzo bicchiere d’acqua:

Prendi poi due fogli di carta da forno e inzuppali d’acqua. Strizzali un po’ e poi appoggiali sulla padella, in modo da coprire tutto molto bene:

Ora fai cuocere i carciofi fino a che saranno morbidi: più o meno ci vorrà una trentina di minuti. Ogni tanto alza la carta e guarda se c’è ancora acqua. Nel caso fosse evaporata, aggiungine altra.

Durante l’attesa grattugia 60 grammi di pecorino romano, a polvere.

Quando cominciano ad essere morbidi puoi calare la pasta, che devi tirare fuori giusto un paio di minuti prima del tempo indicato sulla confezione.

A fine cottura assaggia ed aggiusta di sale e di pepe:

Scola la pasta due minuti prima del tempo indicato sulla confezione, senza buttare via l’acqua di cottura.
Falla saltare nella padella a fiamma alta, bagnando con l’acqua se occorre.

Prepara le porzioni e sommergi tutto col pecorino.
Ecco cosa dovresti avere davanti a te:

Ciao e buon appetito!

Primi

Cuscus con piselli e uova (+ tanti bei videogiochi dimenticati persino da Pazuzu)

Negli ultimi due anni sono usciti videogiochi senz’altro stupendi, ma che io ancora non ho manco provato.
Non perché mi importi poco, anzi, so che quando Red Dead Redemption 2 entrerà in questa casa la vita di campagna virtuale sostituirà quella reale.

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Cose che mi aspetto di vedere.

La questione è che ho constatato – con la ps4 più che mai – che quasi tutti i titoli sono pieni di difetti al momento dell’uscita e che è quindi meglio aspettare un po’ di tempo e ritrovarseli aggiustati a modino.
Questa non fretta è poi diventata quasi uno stile di vita e mentre tutti giocano non so bene a quale numero di Yakuza uscito da poco, io sto felicemente recuperando il Kiwami remasterizzato e sono contenta così.

In questa fase di rallentamento ho notato però che i giochi minori, ormai, sono stati quasi bannati dall’esistenza. Non sto parlando di indie: con quelli ci sfracassano i coglioni di continuo.

Quanta poesia in questa volpe del cazzo che, anche se deve rispondere solo al tasto X, se ne frega.

Sto parlando di quei titoli anche grossi, ma che non possono essere considerati dei veri e propri TRIPLA A. Insomma, titoli grossi ma che non sono della Bioware o della Ubisoft o semplicemente non hanno avuto abbastanza successo da avere dei capitoli successivi. Per la ps4 mi vengono in mente pochissimi esempi e tutti che non ho giocato: Exel, Nier Automata (sì, è della Square Enix, ma è un titolo nuovo), Conan e boh.

Per la generazione precedente, invece, ho decine di esempi e quindi ho deciso di stilare una lista (non una classifica) di 10 titoli che mi sono piaciuti davvero tantissimo e che magari, se hai tempo, puoi recuperare spendendo circa 5 rupie e mezzo.
Quasi tutti i giochi che ti proporrò hanno in comune una particolarità che oggi sembra quasi un’eresia: non c’è traccia di modalità online.

La reazione dell’utente medio di fronte ad una simile notizia.

Partiamo subito.

Deadly Premonition.

Titolo particolarmente sfigato: non solo ha una grafica terrificante, ma i primi 20 minuti di gioco metterebbero alla prova anche il più convinto. Si inizia come una specie di sparatutto in terza persona, totalmente robboso e rincoglionito.
Se però si ha la pazienza di superare quell’ostacolo, ci si ritrova davanti ad un super omaggione a Twin Peaks, con una storia stupendamente scritta, un personaggio principale indimenticabile e splendidi dialoghi (soprattutto i monologhi del protagonista, a cui piacciono i b-movie impossibili, come The Deadly Spawn). Meravigliose pure le musiche, che di solito non mi rimangono mai impresse ma che questa volta è impossibile ignorare.
Non ha l’online.
L’ho platinato, quindi mi è piaciuto per davvero.

Eat Lead: The Return of Matt Hazard.

Ci sono anche gli zombie.

Ne ho già parlato qui.
Sparatutto in terza persona, con grafica vecchia per gli standard dell’epoca ed un po’ rugginoso pure come gameplay. Terribili i cali di frame rate.
Però davvero divertente ed originalissimo.
Non ha l’online.
L’ho platinato.

Lollipop Chainsaw.

L’autore è Suda51, accompagnato però da James Gunn. Nonostante parli di una cheerleader con la motosega che si nutre di lecca lecca, è molto meno segaiolo degli standard di Suda.
È a livelli, ci sono un sacco di musichette carine ed è divertente. Davvero divertente.
Non ha l’online.
L’ho platinato.
Ah, di Suda consiglio anche Shadows of the Damned. Che è un po’ una vaccata, ma l’ho platinato e ci sarà pure un perché.

Binary Domain.

Sparatutto alla Gears of Wars, con i robottoni. I personaggi però fanno finta di parlarsi tra un combattimento e l’altro, quindi hai qualche risposta da dare. Risposte davvero banali, visto che i dialoghi sono stile Ma io ti sto sui coglioni? e tu puoi rispondere sì oppure no. Secondo te quale delle due risposte è migliore, per aumentare l’affiatamento della squadra?
Davvero, è tutto qui.
Ed è divertentissimo.
Non ricordo la presenza dell’online e no, questo non l’ho platinato.

Vanquish.

Lo confondo con Binary Domain anche se c’entrano poco, più che altro perché li ho giocati nello stesso periodo.
Uno sparatutto in terza persona in cui hai una tuta STRAFIGA, dei mostroni BELLISSIMI ed una velocità assurda (talmente tanto assurda che bisogna possedere otto occhi almeno ed un tempismo perfetto… Insomma, essere spider-man può aiutare).
Divertente davvero.
Niente online che io ricordi e niente platino per me.

Dragon’s Dogma: Dark Arisen.

Gioco di ruolo molto action della Capcom che però è finito un po’ nel dimenticatoio.
Ha una componente online parecchio utile: puoi portarti dietro i compagni degli altri giocatori, che ti aiutano a scoprire misteri o a sconfiggere creature che in altre avventure hanno già incontrato.
Ben costruito il mondo, intelligente il fatto che usare il viaggio veloce non è poi tanto comodo e quindi ti fai delle scarpinate bellissime, fantastiche le creature e vari i modi per ammazzarle.
Un bonus: puoi anche scegliere di usare bambini come eroi e questo mi è rimasto impresso.
L’ho platinato.

Bulletstorm.

Sparatutto in soggettiva supertamarro: diverso in ogni scenario, vario nelle modalità di gioco, creativo negli ammazzamenti. Anzi: più sei creativo e sadico e più ti ripagano in punti esperienza.
Puoi anche usare un mostro gigante robot come alleato e per me è già un epic win.
Lo hanno rimasterizzato anche per ps4 e son contenta, perché merita di non essere dimenticato.
Niente online, che io ricordi e niente platino per me.

Brutal Legend.

Gioco unico nel suo genere, nel senso che davvero non mi viene in mente nulla con cui paragonarlo.
Open world con protagonista Jack Black, si ammazzano i nemici suonando la chitarra (tra le altre cose). Storia assurda e divertente. Unica pecca: in parte è strategico. Non è difficile, ma a me gli strategici non piacciono quasi per niente.
Niente online, niente platino.

Enslaved.

Questo è uno dei grandissimi misteri presenti nel mondo dei videogiochi: non se l’è cagato nessuno.
Eppure ha una grafica splendida, due personaggi bellissimi a vedersi, una bella storia ed addirittura c’è Andy Serkis in persona. Non è forse particolarmente divertente da giocarsi (le fasi di combattimento sono tutte simili, a lungo andare) ma questo capita anche a giochi considerati BELLERRIMI dal mondo tutto, senza particolari ragioni.
Piaciuto tanto, avevo anche il poster in camera.
Anzi, ora vado e mi compro la maglietta.

Sleeping Dogs.

Un mix tra GTA e Yakuza, ma con più personalità di entrambi.
Uccisioni sanguinose e plateali, bella storia, si tirano tanti pugni.
Platinato e senza online.
Speravo in un secondo capitolo, ma non ha avuto alcun successo.

Ovviamente non sono i soli titoli che mi siano piaciuti tanto nella vecchia generazione, ma sono senz’altro i più sfigati: non hanno avuto seguiti, non sono stati cagati per niente ed è un peccato.

Adesso mangiamo il cuscus, è giunta l’ora.

Qui si venera Pazuzu, ma capisco il senso di sollievo.

Sono così ignorante che non sapevo manco come si scrivesse la parola cuscus e pensavo pure fosse un cibo messicano.
Sono così ignorante che l‘ho condito come una specie di riso alla cantonese, usando il wok e mangiandolo con le bacchette.
Insomma, il tipico esempio di multiculturalismo da serie tv di merda.

Un messicano, un bianco coglione ed una donna entrano in un bar e…

Mi è piaciuto parecchio e prossimamente lo preparerò con condimenti più adatti, per ora provalo anche tu così e vediamo se ti colpisce come ha colpito me.

Questa volta puoi cuocere il condimento anche in una padella normale: io ho usato il wok perché secondo me le uova strapazzate vengono meglio e comunque si prepara tutto con la metà del tempo.

Go, go, go!

Si prepara in pochi minuti, tra poco si mangia, dai.

Per preparare un cuscus con piselli e uova, per due persone, hai bisogno di:

  • 200 grammi di cuscus. Ho usato quello precotto, che ha bisogno di pochi minuti per cuocere. O questo o niente, nel Cilento;
  • 200 grammi d’acqua + 10 grammi d’olio + sale per cuocere il cuscus;
  • 2 cucchiai d’olio;
  • 300 grammi di piselli;
  • 4 uova:
  • sale e pepe.

Se usi i piselli surgelati, ricordati di tirarli fuori dal freezer la sera prima e cacciarli nel frigo, così si scongelano senza essere stressati. Il giorno dopo li potremo usare (quasi) come se avessimo comprato quelli freschi e saranno così:

Se non hai deciso la cosa per tempo, limitati a scongelarli cacciandoli sotto dell’acqua tiepida. Ci vorranno pochi minuti.

Versa 200 grammi d’acqua in una pentola e dentro versaci 10 grammi d’olio ed un po’ di sale:

Chiudi col coperchio e porta ad ebollizione.
Nel frattempo spacca le uova in una ciotola con sale e pepe e sbattile leggermente.

Appena l’acqua bolle versaci dentro il cuscus e sgranalo brevemente con una forchetta:

Chiudi col coperchio e fai riposare per il tempo indicato sulla confezione (nel mio caso erano 4 minuti).
Nel frattempo prepara il condimento.

Usando la fiamma più forte che hai, fai arrivare a temperatura fusione il tuo wok. Poi versa 2 cucchiai d’olio:

30 secondi dopo caccia dentro i piselli e salali un po’.

Falli andare a fiamma alta per un paio di minuti, il tempo di scaldarli. Gira sempre.
A quel punto puoi versare le uova.

Appena si cominciano a rapprendere ai lati, come nella foto qui sopra, muovi il tutto con una schiumarola fino a quando le uova saranno del tutto cotte. Puoi anche abbassare un po’ la fiamma se ti sembra che si attacchi un po’ sul fondo.

Quest’operazione avrà bisogno di tre minuti scarsi.

Puoi anche cuocere tutto in una padella normale: ci vorranno solo un paio di minuti in più.

Nel frattempo il cuscus è pronto? Togligli il coperchio e sgranalo un pochino, con la forchetta.

Appena il condimento è pronto, riversalo nel cuscus.
Accendi una fiamma bassa e fai andare tutto insieme, mescolando con una forchetta, giusto per un minuto o due. Il tempo di sgranare tutto per bene e fare conoscere al cuscus le uova ed i piselli.
Ecco cosa dovresti avere davanti:

Prepara le porzioni e siediti per mangiare: te lo sei meritato.

Ciao e buon appetito!

Primi, Primi al forno

Macaroni and cheese (featuring Deapool Vs Matt Hazard)

Siccome si sa che io devo sempre stare sul pezzo sennò mi sento male, oggi metterò a confronto due giochi che non solo ho completato solo io, ma che sono pure vecchi.
Uno è Deadpool ed è uscito  nel 2013. Piaciuto più o meno a quasi tutti quelli che l’han provato, in generale si becca un fantastico sette dai siti di quelli che contano.
L’altro è Eat Lead: The Return of Matt Hazard ed è uscito nel 2009. L’abbiamo giocato in due ed i siti di quelli che contano gli affibbiano un triste 4. QUATTRO.

Lui ha vinto facile perché è già famoso.

Il parere del Kaiju – che vale 3 centesimi, ma almeno gioca per davvero i titoli di cui parla – è che Eat Lead e Deadpool siano (quasi) lo stesso gioco. Solo che Eat Lead è una figata totale ed è stato creato con la paghetta settimanale dei programmatori, Deadpool invece è multimilionario e TRISTE. Non che sia un brutto gioco in assoluto, ma diverte quasi niente, è troppo vecchio graficamente e tecnicamente, pieno di bug anche un po’ fastidiosi (non scusabili, perché il team è quello dei Transformers, quindi impaccati di soldi) e l’umorismo è HEY! SONO DEADPOOL! HO DETTO TETTE! RIDIAMO!

Quanto ridere.

Elenco breve dei difetti tecnici: la telecamera è tremenda, Deadpool si muove quasi in linea retta talmente è poco fluido, la grafica è misera (ma questo non importa molto, almeno non a me) e giocare è monotono dal minuto 1 al mese 6 in cui l’ho finito (perché ho dovuto costringermi a calci in culo a raccogliere il pad, ogni volta). Per non parlare delle orrende fasi platform che non capisco manco più perché inseriscono: se le distanze non sono calcolabili, se mi cambi la telecamera mentre salto, non potevi evitare? Il platform è forse il genere più complesso che esista, poiché deve essere supportato da una precisione dei comandi che la maggioranza dei giochi semplicemente non possiede. Sono fasi molto brevi, ma lo stesso rompono i coglioni.

Però si ride.

Oggettivamente, quanto fa ridere questo Deadpool? Pochissimo. Il vecchio Deadpool, quello degli albori, ha due battute ricorrenti: Tette e Tacos. È talmente tanto così che nelle ultime serie dei fumetti lui stesso si pone la domanda delle domande: Com’è possibile che la gente pensa che a me piaccia il cibo messicano al punto di avere la tourette?

Prenditela con i tuoi autori, caro Wade.

Quindi bisogna digerire battute su dimensioni dei cazzi, delle tette e via dicendo, compiendo così uno sgradevole viaggio nel tempo fino al 1994, circa.
Ah, ma DEAPOOL HA DELLE IDEE GENIALI!! Prende per il culo i giochi di ruolo giapponesi! È cosciente di essere un personaggio di un videogioco! QUANTO RIDERE.

Sì, certo. Solo che lo fa pure Eat Lead. Ed Eat Lead ha del genio per davvero, nonostante non troverai MAI questo punto di vista da nessuna parte. Anzi, ci sono recensori che consigliano di giocarci a fresbee, nel caso sventurato che qualcuno te lo regalasse.
Peccato che io non solo mi sia divertita da morire, ma l’ho addirittura PLATINATO.

Ecco qui il nostro eroe, Matt Hazard. È un gioco che non si è così tanto inculato nessuno che non ci sono gif animate sul web.

C’è di tutto: dagli zombie ai cowboy, passando per Wolfenstein e livelli costruiti mescolando 2d e 3d. Si perculano un po’ tutti i generi di videogiochi e di film senza abusare di citazioni super famose e trita maroni. Anche l’idea di creare un eroe finto celebre come Matt Hazard (con il suo background, cattivi storici e vecchi amici) è ottima.

Il gioco è DIFFICILE. Platinarlo è stato un mazzo tanto, certi boss e certe stanze me le sogno ancora, talmente mi hanno segnato. Persino quando ho abbassato la difficoltà a facile per raccogliere gli ultimi trofei, ho constatato che il cosiddetto facile equivale ad un normale se comparato a molti altri titoli dello stesso genere.

Ecco un cowboy.

Ogni stanza è stracolma di nemici (dai 18 ai 30, di media) e questi nemici sono diversi ed avrebbero bisogno di un’arma particolare per essere uccisi (muoiono lo stesso, ma con molti più colpi). Alcuni di loro sono invulnerabili agli attacchi corpo a corpo e, sempre se si gioca ad una difficoltà dignitosa, un solo proiettile causa la tua morte. Giocando alla massima difficoltà ho impiegato anche più di un’ora a superare una stanza (e no, normalmente non sono una pippa in questo genere di giochi).
I recensori che ne sanno, però, dicono che Eat Lead è talmente facile da essere imbarazzante, che manca di intelligenza artificiale. Insomma: che fa cagare.

Dove Deadpool ha un mini livello in 2d del menga (ormai idea stravecchia), Eat Lead ha scenari dove 2d e 3d vengono mescolati, con nemici che si alternano e devono essere ammazzati con metodi diversi. Dove Deadpool in sei secondi deride il non doppiaggio dei jrpg, Eat Lead ha un intero boss nipponico (forse il mio preferito).

Esempi belli.

Infine Matt Hazard è consapevole di essere in un videogioco, esattamente come Deadpool sa di vivere in un fumetto.
Davvero, sono lo stesso cazzo di gioco.

Oh, questo non significa mica che Eat Lead non abbia difetti, eh. ANZI.
Il gameplay se funzionasse sarebbe anche valido (hanno pure costruito un sistema di copertura molto utile), peccato che Hazard passi il suo tempo a non riconoscere la copertura, a circumnavigarla quando desideri alzarti o a perdere tempo prezioso improvvisando balletti senza andare un po’ da nessuna parte. A volte si dimentica di sparare, altre decide che deve assolutamente sporgersi e farsi crivellare. E  la copertura è cruciale, perché è lì che si passeranno decine di ore. Bei problemoni, quindi.

Ah, si usano pure armi cretine, perché non ci facciamo mancare niente.

L’ultimo livello, infine, è talmente pieno di nemici che il gioco va al rallentatore. Di solito non mi lamento MAI dei problemi creati dal frame rate, ma in questo caso è IMPOSSIBILE. Sono morta decine e decine di volte solo per l’impossibilità fisica di compiere qualsiasi azione. Molto frustrante.

Eppure, nonostante questi difetti, i pregi nella storia, nel personaggio e nel gioco in sé sono talmente tanti che la mia reazione è stata STICAZZI.
Un po’ lo stesso stupore provato per Deadly Premonition: vecchio tecnicamente, con una grafica che maperfavore, eppure è uno dei pochi titoli davvero memorabili.

Di cui non parlerò oggi, perché abbiamo un po’ tutti fame e quindi basta.

Hai ragione, andiamo a mangiare.

Hai presente quando nei film preparano – rigorosamente al microonde – i macaroni and cheese?
Ecco, oggi ci mangiamo quelli. Se vai in giro per i siti americani o inglesi, ti presenteranno questa pasta come una roba di alta cucina. E invece sai cos’è? Una pasta con una besciamella stracarica di formaggi, ripassata in forno. Punto.
Facilissima e manco tanto lunga da preparare, l’unica difficoltà sarà aspettare quella ventina di minuti per farla raffreddare un po’, così diventa più buona. 
Lo confesso, io non ce l’ho fatta e me la sono mangiata ustionandomi l’esofago.

Ho più o meno provato le stesse sensazioni di questo tizio.

Essendo una pasta col formaggio, senza particolari regole, dentro ci puoi metter quello che vuoi. Io ho usato un misto di parmigiano, mozzarella e cheddar, ma tu puoi cambiare i formaggi come ti pare. L’importante è che usi 200 grammi di formaggio vario per la quantità di pasta che ti sto dando io: non è un piatto dietetico, quindi rassegnati.

Ultima precisazione per la mozzarella, poi partiamo: devi usare quella merdosa. Quella che forse un tempo fu mozzarella – o almeno così ci narrano gli antichi – ma oggi è un grande monolite bianco inodore e quasi insapore.
Questo:

Questo perché non deve cacciare acqua di nessun genere. Se non vuoi darmi retta fai pure, ma se poi ti vengono dei maccheroni e formaggio indecenti non puoi prendertela con me.
Go, go, go!

Per preparare dei macaroni and cheese, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di pasta corta. Io ho usato delle specie di conchiglie;
  • 75 grammi di parmigiano;
  • 100 grammi di mozzarella + 25 di cheddar (ma anche tutta mozzarella o tutto cheddar, oppure mozzarella e gorgonzola oppure boh, fontina… scegli quello che vuoi).
  • noce moscata, pepe, sale;
  • la besciamella, che devi preparare con 500 grammi di latte parzialmente scremato a temperatura ambiente, 50 grammi di burro e 40 grammi di farina.
A Quentin il piatto è piaciuto tantissimo e lo consiglia a tutti i suoi amici.

Metti l’acqua sul fuoco. Quando bolle ricordati di salarla.
Mentre attendiamo le bolle, grattugiamo i formaggi.

In un piattino a parte preleva 25 grammi di parmigiano e 25 grammi di mozzarella. Useremo questo formaggio per gratinare quando ripasseremo il tutto al forno.

Prepariamo la besciamella. Fermo restando che trovi tutto il procedimento dettagliato qui, ripassiamo le basi.

Pesa prima di tutto gli ingredienti: metti 500 grammi di latte in una brocca, 40 grammi di farina in un piattino.
Caccia i 50 grammi di burro nel pentolino che hai scelto di usare (un pentolino abbastanza capiente da poter contenere tutto il latte) e fallo sciogliere a fiamma bassa.

Unisci la farina e mescola tutto benissimo con un cucchiaio di legno.

Appena farina e burro hanno formato la loro pappetta, versa il latte. Aggiungi sale, pepe ed un po’ di noce moscata.

Adesso armati di frusta (elettrica o a mano) e mescola il tutto, muovendo soprattutto il fondo per evitare che l’intruglio farina-burro rimanga là sotto. 
Puoi usare una fiamma medio bassa per velocizzare un po’ tutta l’operazione della besciamella, ma non fare andare mai il tutto a cannone: non dobbiamo fare bollire il latte, né formare grumi. Vai avanti con calma, piano piano vedrai che il tutto si addenserà.

Mentre ti occupi della besciamella, fai cuocere la pasta e tirala fuori 4 minuti prima del tempo indicato sulla confezione. Se la pasta arrivasse in anticipo non c’è da preoccuparsi: lasciala riposare nello scolapasta.

Questa volta ci dobbiamo fermare qualche minuto prima del solito: dobbiamo infatti creare una besciamella morbida, non densissima, poiché dentro ci dobbiamo cacciare i formaggi.
Quindi quando la besciamella è quasi pronta abbassa la fiamma al minimo e cacciaci dentro i formaggi (tranne i 50 grammi che dobbiamo usare per la gratinatura).
Mettili dentro un po’ per volta. Tipo così e mescoli:

Poi aggiungi il resto e mescoli di nuovo. I formaggi si ingloberanno alla besciamella in maniera perfetta.

Accendi il forno a 200 gradi.

Versa pure la pasta dentro alla besciamella e mescola.

Riversa il tutto nella teglia che hai deciso di usare.
Cospargi con i 50 grammi di formaggio tenuti da parte:

Inforna. 200 gradi per circa 10 minuti: è tutto pronto, deve solo gratinarsi bene.
Ecco qui l’aspetto che devi ottenere:

Il mio consiglio è quello di fare aspettare i macaroni and cheese in forno, per almeno 20 minuti. Anzi, ancora meglio sarebbe prepararli il pomeriggio e poi riscaldarli per la sera.

Comunque sia, fai i piatti e ti ritroverai un grande blob di formaggi e pasta:

Siccome c’ho fame e mi piace il food porn, ecco uno scatto ravvicinato:

Ciao e buon appetito!

Primi

Pasta con crema di pecorino toscano e pomodoro (e l’infinita ricerca della Spada del Sole).

Intanto iniziamo col dire che la maggioranza di coloro che parlano di anni ’80 è nata dopo di me. Io sono del 1982 e di quel decennio non ricordo un cazzo. Tutte le mie scarse rimembranze sono basate dalle foto che mi scattavano all’epoca, in cui ero occupata a fare robe importantissime.

Robe come questa.

Quindi se incontri un trentenne che ti dice che ha passato la sua infanzia in sala giochi, l’unica cosa che devi pensare è che probabilmente era un drogato. Poiché all’epoca le sale giochi non erano mica quelle di adesso: erano dei baretti malfamati, con una luce del cazzo, un biliardo, un biliardino ed un paio di arcade messi lì perché boh.
Negli anni ’80 si era fortunati quando il bar dei vecchietti aveva il flipper ed un videogioco. UNO. Basta.

Ho speso una fortuna con questo titolo qui. Mi ha rubato così tanti soldi che probabilmente è per colpa sua che non ho mai voluto prendere la patente.

I ragazzini non andavano tutti in giro con la BMX: di solito si usava la bicicletta scassata di nonno. Se eri fortunato ti compravano la mountain bike. Io venivo presa per il culo perché usavo la bici da corsa di mio padre, così, per distinguermi.

Sarebbe stato il mio eroe di allora.

Tante cose non andavano di moda, direi quasi tutte.
Anche se su internet sono tutti grandi lettori, videogiocatori dal 1806 e divoratori di film, la dura realtà è che prima dell’avvento di Facebook raramente ho incontrato individui che facessero anche solo UNA di quelle cose lì. Sfigata io? Forse. Bugiardi loro? Molto più probabile.
I miei compagni di classe passavano il tempo a fare il gioco della bottiglia, ad andare in discoteca e – i più fighi – ad ascoltare l’hip-hop.
Io invece facevo questo:

Quando ho comprato il NES conoscevo giusto un paio di altre persone con cui scambiare i giochi. Peccato che queste persone fossero femmine e non solo non avevano alcun interesse a giocare al mio Bionic Commando, ma in cambio mi prestavano roba discutibile.

Ricordo ancora Pamela e la sua passione per il beach volley.

Un’altra cosa che non andava di moda ma che a me faceva uscire scema erano i libri gioco. All’epoca non è che andavi in libreria e trovavi tutta la serie: no, in libreria manco sapevano che cazz’erano. Ti dovevi girare le bancarelle dell’usato, sperando di trovare UN titolo. E no, il numero uno col cazzo. Il numero uno di Lupo Solitario, dove finalmente potevi conquistare la Spada del Sole, è una roba che ho potuto leggere solo anni ed anni più tardi, in digitale.

Libri pieni di bellissime illustrazioni, come questa.

All’epoca ne pubblicavano di ogni tipo, anche se Lupo Solitario e Oberon erano senz’altro i miei preferiti. Oberon ce l’avevo pure QUASI completa, anche perché erano tipo 5 numeri. Mi mancava il quarto.
Ma ricordo vagamente libri gioco su Indiana Jones, su Asimov, su Guerre Stellari.
Ah, sì, negli anni novanta (perché degli ottanta non ricordo manco il vasino ad inizio post) si chiamava GUERRE STELLARI e nessuno ti prendeva a sassate se non ti piaceva.

A me piacevano solo gli Ewoks. Anzi, a me piaceva solo Il Ritorno degli Ewoks.

Se non fosse stato per questo video di Quei Due Sul Server, non avrei mai guardato Black Mirror: Bandersnatch. Un po’ perché la serie mi ha fatto cagare dal primo all’ultimo episodio, un po’ perché detesto Netflix per ragioni troppo lunghe da spiegare e mi cascano le palle ogni volta che c’è un eventone NUOVISSIMO ED ORIGINALISSIMO che solo MAMMA Netflix poteva inventarsi.
Aggiungiamoci che non mi piace fare le cose mentre le fanno tutti, perché si diventa più che altro coinvolti nella moda del momento e trovo che si è troppo influenzati dal rumore di fondo per concentrarsi sul divertimento.
Però Quei due sul server, nel video, dicevano che niente di nuovo, certo, ma che alla fine era un’avventura grafica, un po’ come quelle della Quantic Dream.

La scelta più importante di tutto il gioco.

Anche se non è che io esca scema per i loro giochi: li completo, ma non riesco mai a compiere una seconda run. Perché mi rompo veramente i coglioni a riguardare la stessa scena e scegliere di mangiare la minestra, al posto della pizza.
L’unica avventura grafica che ho giocato più volte è stata quella della di Walking Dead della Telltale. Però lì siamo proprio a livelli così alti nella narrazione che viene spontaneo: la sensazione di aver potuto avere un’avventura completamente differente è talmente tangibile che uno ci riprova. E ne vale la pena: le scelte valgono per davvero, non come in Until Dawn che alla fine l’unica cosa che cambia è che vedi la stessa scena, solo senza il personaggio che hai fatto crepare.

Mica si trovano scelte come queste, che ti possono mettere in crisi.

L’episodio interattivo di Black Mirror è un esperimento non proprio riuscitissimo. Se è vero che la prima giocata te la fai anche abbastanza stimolato, ad un certo punto incappi in questo percorso praticamente guidato in cui molte non sono manco scelte. Son più che altro punti fermi della storia che se ignori ti portano alla morte o al fallimento. Per i creatori sia morte che fallimento sono dei finali, cosa che non dovrebbe proprio essere: se in Lupo Solitario ti facevi vedere dal corvo sbagliato, arrivavano gli orchi e ti massacravano. Mica era un finale: era un Game Over.

E si ricomincia da capo.

Ho passato il pomeriggio a cercare di raggiungere storie molto diverse, in questo Bandersnatch. Tuttavia, semplicemente, non esistono. La storia è una, con piccole ramificazioni ed un paio di game over da raggiungere.
Ho mancato il finale giusto, quello bello bello e definitivo, ma solo perché mi ero sfracassata davvero le palle di guardare le stesse scene, all’infinito.

Un peccato che non si siano impegnati un po’ di più, creando davvero un episodio interattivo con più risvolti narrativi.

Sì, ma non ti sbattere, tanto rimane tutto più o meno uguale.

Insomma, da appassionata di avventure grafiche (ma non di punta e clicca, eh) non posso che sperare che questo esperimento venga ripetuto. Il mio sogno è quello di avere l’intera serie di Lupo Solitario in versione video interattivo: è tutto lì, basta che qualcuno si sbatta a filmarlo. Lavoro immenso, eh, mica dico di no, ma questo è il momento del fantasy: se c’è un momento storico in cui questa roba potrebbe avere successo, è proprio ora.

E adesso prepariamo da mangiare, che c’ho fame.

No, dai, in 30 minuti giuro che la pappa è pronta.

Ho preparato la crema di formaggio circa 456 volte nell’ultimo mese ma alla fine era sempre per ricette che non hanno avuto l’approvazione di Pizzakaiju.
Finalmente ho trovato l’abbinamento giusto e te la propongo.

Go, go, go!

Per preparare una pasta con crema di pecorino toscano e pomodoro, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di pasta;
  • 100 grammi di pecorino toscano. Puoi usare il formaggio che preferisci, anche un pecorino romano o un parmigiano;
  • 200 grammi di latte;
  • 10 grammi di farina + un dito d’acqua;
  • 400 grammi di pomodori grandi;
  • 20 grammi d’olio.

Metti a bollire l’acqua della pasta.

Taglia a pezzi grandi i pomodori.
Grattugia il pecorino toscano.

In una padella piccola versa 20 grammi d’olio e poi cacciaci dentro i pomodori.

Fai andare a fiamma medio alta per circa 5 minuti: non devi formare un sugo, ma solo far ammorbidire il tutto. 
Ecco cosa devi ottenere:

In un’altra padella (una abbastanza grande da poterci poi far saltare la pasta) versa i 200 grammi di latte e falli scaldare, a fiamma bassa.

Appena il latte è abbastanza caldo (ma non deve bollire, mai) cacciaci dentro il pecorino grattugiato.
Fallo sciogliere bene, mescolando ed usando sempre una fiamma bassa.

Nel frattempo sciogli 10 grammi di farina in un dito d’acqua.
Appena il pecorino è tutto sciolto ed amalgamato col latte, versa l’acqua e farina:

Gira il tutto fino a quando si sarà addensato bene. Ci vorranno un paio di minuti.
A questo punto spegni ed attendi la pasta, che devi tirare fuori giusto un minuto prima del tempo indicato sulla confezione.
Falla saltare brevemente in padella, non usando una fiamma altissima: deve solo amalgamarsi bene con la crema, che si addenserà ulteriormente. 

Adesso prepariamo i piatti.
Prima la pasta e poi sopra una bella cucchiaiata di pomodoro:

Mescola un po’ il pomodoro con la crema e mangia: te lo sei meritato.

Ciao e buon appetito!