Avocado ripieno (+ pesaculisti alla riscossa)

Tre anni che faccio palestra, tre anni che metto foto e tre anni che mi chiedono Eh, ma come fai ad avere quei muscoli lì?

L'immagine può contenere: una o più persone, spazio al chiuso e primo piano

Pure quando avevo iniziato da sei giorni e mezzo.

La risposta è molto semplice, cari amici followers: qualche tempo fa ho trovato dei bicipiti sotto il comodino, li ho indossati ed ho scoperto essere una roba molto comoda e figa. Quindi da lì è diventato Pizzakaiju Style.

Seriamente: ma che cazzo di domanda sarebbe?

A schiaffi ti piglio.

Cioè, è come se stessi qui a mangiarmi una carbonara a casa e tu, guardandomi, mi dicesti Eh, ma dove l’hai trovata quella roba lì? 
Converrai con me che la cazzo di carbonara me la sarò cucinata io o, se sono proprio fortunatissima, qualcun altro l’avrà cucinata per me (cosa che non accade da mai, tra l’altro).
Secondo te, quindi, i muscoli sono nati dal nulla o forse sono il risultato di un lunghissimo e lentissimo lavoro?

Hai una vaga idea di quanti calci tiri, ogni giorno?

Se tu, in questi tre anni, invece di andare per internet a commentare i corpi che vorresti ti fossi impegnato ad alzare un muscolo (anche uno solo, per davvero), oggi non somiglieresti alla busta di liquami che vedi allo specchio.
Ma tu non puoi. Tu non riesci. Tu non ce la fai. Tu c’hai gli infortuni (nella testa, di solito).

No, tu un cazzo.
TU NON HAI VOGLIA, che è diverso.

Dai, piangi, ora che ti ho scoperto. gnegnegne.

Non è necessario passare tutto il pomeriggio in palestra, a meno che tu non lo voglia. Non è manco necessario praticare gli sport che faccio io. Il mondo è varissimo, soprattutto quello del movimento di culo: c’è senz’altro qualche disciplina che ti piacerebbe.
Ma tu no. Tu passi il tempo su Instagram a guardare quelli con gli addominali di Boika che si scattano fotografie mentre mangiano Oreo fritti enormi e ti dicono che anche tu puoi essere così. In sole tre settimane.

Hai provato la dieta di Gizmo?

Oppure quelle scope in culo che annegano nel formaggio sciolto, divorando hamburger che non riescono manco ad addentare talmente sono giganti. Anche tu puoi essere così. In soli 5 giorni.

In primavera cominci a toglierti gli strati invernali e vedi la panza, le gambone, le braccia flaccide e cominci a correre. Non per strada – non sia mai! – ma per google: cosa farà dimagrire più in fretta? Lo sapevi che sei ore di televisione hanno un consumo calorico pari a 30 minuti di cyclette? Quanti passi in una giornata, andando da qui al cesso per sei volte?

Quante calorie muovere le spalle così, per 50 secondi al giorno?

Queste le tue ricerche, che tentano di trovare una scorciatoia in una roba che una scorciatoia non ce l’ha: il corpo ha bisogno di attenzioni continue, è un eterno impegno tra te e te. Punto.
Il muscolo ce l’hai perché la mattina ti alzi e fai quel che devi, dal sollevamento pesi al tennis, quale che sia la tua passione.
Tutti i metodi da 5 settimane scarse che cercano di venderti non è che non servano a niente: sono semplicemente delle truffe.

Risultati immagini per vanna marchi

Capito?

E so pure che tutti, dagli psicologi d’infanzia ai dietologi con titoli di studio presi negli ovetti kinder (che non han mangiato, perché il cioccolato fa male!!!) ti diranno che sei grasso mica per colpa tua. È colpa del lattosio, del glutine, delle uova, del lievito, del farro, di tua madre, di stocazzo.

Risultati immagini per ovetti kinder

La verità è che i dietologi mangiano l’ovetto con dentro tutta la sorpresa.

Ma no, mi dispiace. Tutto quel che sei è frutto di ogni tua azione e non esistono malattie, se non per una percentuale ridicola della popolazione. Percentuale a cui, inutile dirlo, non appartieni.

Se pensi di mangiare bene ma sei obeso, non mangi bene.
Se dici di fare esercizio fisico ma sei un secco gobbo che ti vedo da qui, non è vero.
E andare in giro per internet a dire ‘ste cose non ti renderà meno busta di liquame di quel che sei.

Riassunto.

Solo alzare il culo e cominciare un percorso ti aiuterà. E non per questo ferragosto: per tutti i ferragosti che avrai la fortuna di vedere.

Adesso andiamo a mangiare, pure se te non smaltirai un cazzo e ti si accumulerà tutto sulle cosce.

Go, go, go!

Sbrighiamoci, che c’ho da fare.

Da quando girello su Instagram vedo un sacco di belle idee che sto copiando in maniera spudorato. Questo avocado al forno ripieno di uova l’ha preparato  Le mille e una ricetta: bellissima foto, facilissimo da preparare e poi avevo tutto in casa.
Non l’ho usato come cena, ma come accompagnamento ad altre cose. Non credo si possa cenare con una roba del genere, a meno che uno non voglia prepararne almeno un paio a testa.

Per preparare un avocado al forno hai bisogno di:

  • un avocado maturo.
  • 2 uova;
  • pepe, sale, peperoncino.

Come fare a scegliere un avocado maturo? Semplice: tocca l’esterno. Se le estremità sono morbide, ci siamo. Se sono TROPPO morbide, è marcio. Se sono dure, lascia perdere e fai la ricetta tra qualche giorno.

Accendi il forno. 200 gradi, modalità statica.

Taglia l’avocado a metà e leva il nocciolo.

Condiscilo con un po’ di sale ed un po’ di pepe.

Mettilo al forno per 5 minuti, poi tiralo fuori.
A quel punto rompi le uova e cacciale nel buco dove un tempo viveva il nocciolo.

Non ti preoccupare se il bianco uscirà un po’: si cuocerà lo stesso e te lo papperai ugualmente.
Condisci l’uovo con un po’ di sale e del peperoncino in polvere o in fiocchi.

Rimetti in forno per un’altra decina di minuti o comunque finché l’uovo sarà pronto (ossia il bianco deve essere molto bianco).

Con una spatolina metti l’avocado sul piatto e recupera pure tutto il bianco caduto, mi raccomando.

Ecco qui cosa dovresti avere davanti:

Ciao e buon appetito!

Annunci

Gli spaghetti di quello che c’ha fretta (+ uova, scarpe e falò raccontati da un Custode Grigio)

Ero così abituata ai personaggi programmati con 2 frasi in croce che la prima volta che ho giocato a Dragon Age Origins l’ho cannato di brutto, talmente di brutto che praticamente ho ammazzato metà dei protagonisti per sbaglio. Non che sia mai stata una di quelle persone brutte che skippano i video della trama, ma non è che a me le trame rimangano poi tanto impresse. Manco di quei videogiochi che mi sono piaciuti per davvero, che magari ho anche platinato.
Tipo di tutti i capitoli di Gears of War ricordo giusto la frase Muori Battiterra e questo logo qui:

Anche se non è che si crepasse poi tanto.

Non è un’eccezione. Già dopo una decina di ore di gioco di solito entro in modalità Fatemi tirare le uova e lasciatemi sola nel mio mondo d’autismo.
Le storie non mi interessano più, accumulo solo missioni secondarie e raccolgo collezionabili. Alien Isolation di che parlava? Boh, io ricordo solo le ore passate dentro agli armadietti in attesa che quell’alieno del menga andasse a sbavare da un’altra parte.

Uno dei miei giochi preferiti: un pulcino che tira le uova. Si intitola Woah Dave!

Quindi il mio approccio con Dragon Age è stato lo stesso, durante la prima partita che è durata comunque un centinaio di ore.
Incontro una maga che non mi fa entrare nella torre? L’ammazzo.
Incontro un elfo assoldato come sicario per farmi fuori? Chiede pietà mentre gli sto per ficcare la spada in gola? Lo sgozzo.

Per non parlare dei miliardi di dialoghi che mi sono persa nell’accampamento. Io non avevo capito niente. Andavo, ammazzavo prole oscura e quasi basta.

Un pesce che cambia livello ogni 10 secondi. Un altro dei miei giochi preferiti. Si chiama Shutshimi.

Dico quasi basta, perché più della metà del tempo la passi a comunicare, quindi era difficile non rendersi conto della profondità di scrittura dei dialoghi.
Non sto parlando della semplificazione a risposta multipla presente, per esempio, in Mass Effect.
In Dragon Age Origins (DAO, per gli amici) ci sono 5-6 scelte di dialogo, alcune anche molto simili ma che rispecchiano caratteri leggermente differenti. Improbabile che tra quelle proposte tu non riesca a trovare quella che proprio tu cercavi.

E la cosa bella è che la gente si ricorda di quello che dici e di quello che fai, mica come nella vita reale che non ti caga nessuno. I tuoi compagni ti schifano, ti vogliono ammazzare, ti insultano o ti amano a seconda delle tue azioni. Mica solo quelle molto importanti, come quando ho distrutto le sacre ceneri e tra un po’ mi linciano. No, pure quelle piccole. Una frase storta, la scelta di non portare con te qualcuno che ci teneva tantissimo a vedere un tal posto e tu te ne sei fregato.
C’è una cura incredibile pure nelle storie d’amore, che risultano essere più complesse di quelle della vita reale.

Seriamente, dopo DAO questo è il mio gioco preferito in assoluto. Un bambino che combatte con le lacrime e si aggira in un seminterrato pieno di merda e mostri che lo vogliono mangiare. The Binding of Isaac, difficile e consigliatissimo.

Quando la mia Elfa Pina si è messa insieme a Leliana tutto ok: bastava parlare di scarpe e lei era contenta.
Con Zevran pure le cose non erano poi tanto complesse: era uno che capisce solo SCOPARE! quindi devi proprio essere scemo come me ed ammazzarlo, per non finirci a letto.
Ma con Morrigan è stata una tortura. Permalosa, troppo intelligente per non comprendere quando le stavi facendo un complimento solo per secondi fini. Per non parlare dei regali: indovinare cosa desiderasse non era banale.

Una tipica frase che dedicava se osavi portarle dei fiori.

Fosse solo questo.
Il mondo di Dragon Age Origins è vivo pure quando non lo guardi. I posti in cui passeggi sembrano reali. Personaggi con cui non parlerai mai fanno i fatti loro e non sai mai dove potresti trovare una missione secondaria (interessante, mica Vai, prendi 5 pozioni, portamele). Gli incontri durante gli spostamenti sono pensati in maniera particolare, come quando devi trovare l’accampamento elfico ma sulla mappa non è segnato.
Ogni area nuova cela un sacco di eventi che poi non ti danno niente al fine dell’esperienza del tuo personaggio: non un punto, non una missione. Solo il divertimento di essere lì e guardarli. Come quando passi ore ad ascoltare le leggende elfiche, seduto in mezzo al bosco. Bello e basta.

Questo invece è un gioco del NES e si chiama The Battle of Olympus. Un po’ il nonno di God of War. Uno dei miei preferiti, ai tempi.

In più c’è il cambiamento da una partita all’altra. A parte l’introduzione (che è completamente diversa, fino al giuramento con Duncan), l’intero gioco (che conta almeno un centinaio di ore, se lo si vuole completare per davvero) cambia sensibilmente a seconda delle scelte. Non è solo nero e bianco. Ci sono pure sottotrame che possono essere concluse in tantissime maniere diverse (a volte ne scopro ancora di nuove, nonostante abbia completato DAO almeno 5 volte).

La mappa del Ferelden, DAO.

Non sono nemmeno in grado di spiegare il mio legame con Duncan e i Grey Wardens. Di certo non sono una persona che si entusiasma spesso, a parte per il cibo.
Se dunque ti confesso che il giuramento iniziale è forse uno dei momenti più alti che abbia vissuto in un videogioco, non sto esagerando.

Pure se arriva da quella ciofecata di Dragon Age Inquisition è fottutamente vero.

Sono cosciente del fatto che DAO è una scopiazzatura nemmeno tanto originale del Signore degli Anelli. Sì, l’ho letto, non è che sia proprio impreparata.
Tuttavia l’illusione di essere davvero protagonista assoluto delle tue azioni, di poter controllare ogni sfumatura della tua voce, dei tuoi gesti e poter risolvere le situazioni usando il cervello come meglio credi (o il braccio, se la tua indole è incazzosa) è qualcosa che funziona così bene che non te ne frega niente delle scopiazzature evidenti. O almeno non dovrebbe fregartene.
Quando incontri gli alberi parlanti non pensi agli Ent. Pure se sono identici.

Non è certo l’unico caso di videogioco del genere, ma è senz’altro l’unico uscito dall’avvento della ps3 in poi. Sì, lo so che lo dicono di tanti altri titoli. Peccato che poi non sia vero (e ricordiamoci che quasi tutti i videogiocatori non finiscono i titoli, figurarsi rigiocarli per verificare se cambia qualcosa).

Forse forse forse la cosa che più si avvicinava ad una costruzione del mondo plasmabile dal videogiocatore era Fable II, che lasciava parecchio spazio di manovra. Tuttavia lì si comunicava a scoregge e rutti – letteralmente – quindi la profondità del tuo personaggio soffriva parecchie lacune.

Ma ora basta perché, non so come stai messa te, ma io c’ho fame.

Sapevo che saresti stata d’accordo. Hey, bella abbronzatura!

Oggi ti propongo una roba che prepari nel tempo della cottura della pasta.
Serio, eh: metti l’acqua a bollire e mentre aspetti le bolle e poi la cali, c’hai il sugo pronto.
Il sugo impiegherà dai 10 ai 18 minuti totali, a seconda di quanto freddi saranno i tuoi pomodorini (qui non uso il frigorifero, talmente fa freddo in casa).
Su Facebook, per puro spirito ribelle, mi hanno detto che se uno ha fretta non è abbastanza veloce ed io ci ho riflettuto un attimo. Dopo attenta riflessione ho trovato solo un’altra gustosa pietanza più veloce di quella che stiamo per preparare. Questa:

Nonno Palmiro ne va matto.

Go, go, go!

Per preparare gli spaghetti di quello che c’ha fretta, per due persone, hai bisogno di:

  • 180 grammi di spaghetti;
  • 500 grammi di pomodorini;
  • 30 grammi di pangrattato;
  • 30 grammi d’olio;
  • origano, sale;
  • qualche foglia di basilico;
  • 50 grammi di parmigiano o altro formaggio che hai in casa (io ho usato un misto di provolone e parmigiano);
  • uno spicchio d’aglio.

Metti l’acqua della pasta a bollire ed accendi il forno a 200 gradi.

Lava i pomodorini e tagliali in quattro pezzi.
Ungi bene la teglia con un cucchiaio d’olio (circa 10 grammi) e posaci sopra i pomodorini.

Caccia dentro 30 grammi di pangrattato, 50 grammi di formaggio grattugiato grossolanamente, un po’ di sale, dell’origano e 20 grammi d’olio.
Mescola tutto benissimo, poi metti dentro anche uno spicchio d’aglio in camicia, schiacciato.

Inforna a 200 gradi dai 10 ai 18 minuti.
Cosa deve venire: una specie di sugo. Vedrai formarsi là dentro un composto uniforme, un po’ gratinato. Insomma, spegni quando ti senti soddisfatta del risultato. Il mio era così, per farti avere un’idea:

Nel frattempo hai preparato gli spaghetti?
Bene. Mettili nella teglia, insieme a del basilico, ed amalgama gli ingredienti.

Prepara le porzioni e decora ogni piatto con qualche altra foglia di basilico.
Ecco cosa dovresti avere davanti:

Ciao e buon appetito!

Asiago fritto (e planetoidi apocalittici).

Dopo un lustro passato a leggere giusto le scatole dei cereali durante la colazione, nell’ultima settimana ho aperto le pagine di un libro.

Reazione comprensibile.

Grazie a questo improvviso desiderio culturale ho scoperto che non solo io non so assolutamente niente del mondo che mi circonda (io non so manco perché piove, per dire), ma non è che gli scienziati siano messi molto meglio di me.
Sì, perché il libro in questione è un saggio che si intitola Breve storia di (quasi) tutto (e se clicchi qui te lo puoi leggere anche tu).
Breve un cazzo, perché sono quasi 1400 pagine ed io sono solo a pagina 500, ma già basta per dirti che leggerlo è divertente, sì, ma il tutto ti alimenta delle paure che non puoi gestire.

Nervosetta?

Al capitolo dedicato ai planetoidi (che fino a ieri chiamavo asteroidi ma ora sono una persona meglio e me la meno, anche) io non ci sto capendo più niente.
Devi sapere che anche se noi non li vediamo a occhio nudo, siamo letteralmente circondati da questi planetoidi. In sostanza dei massi (alcuni enormi, altri meno) che ci volano di fianco, ad una velocità totale.
Per circondati intendo che sembra che non sappiamo manco quanti siano: migliaia? Milioni? E ogni settimana almeno due o tre ci passano davvero vicinissimo.
E lo sai che cosa accadrebbe se anche uno solo di questi decidesse di caderci in testa?
Moriremmo tutti. TUTTI.

Se ci rifletti a lungo, l’unico rifugio è la pazzia.

Non solo è praticamente impossibile sapere se e quando uno di questi planetoidi ci cadrà in testa, ma pure se lo sapessimo non potremmo farci niente. Inutile che cerchi il numero di telefono della piattaforma di trivellazione più vicina: là sopra non ci troverai Bruce Willis, ed anche se fosse il geniale piano di Armageddon è proprio una roba infattibile. Pensa che non possediamo manco più i progetti per costruire razzi che possano aiutarci in qualche maniera, quindi staremmo solo qui ad aspettare la morte.
Perché o muori per l’impatto, o muori incendiato a causa degli spostamenti dovuti al botto. Oppure ci penserà uno tsunami o un terremoto o cazzo ne so. Quello che l’autore del libro scrive è che non c’è scampo e basta. E descrive pure tutto il processo.
Ecco un’idea:

“È stato stimato che alla fine del primo giorno sarebbero morte almeno un miliardo e mezzo di persone. L’enorme perturbazione della ionosfera farebbe saltare tutti i sistemi di comunicazione, dappertutto: i sopravvissuti quindi non avrebbero la minima idea di che cosa succeda altrove, né saprebbero da che parte fuggire. E comunque non farebbe una grande differenza. Come ha detto un giornalista, darsi alla fuga significherebbe «preferire una morte lenta a una rapida. Qualsiasi plausibile tentativo di migrazione influenzerebbe ben poco il bilancio delle vittime: la capacità della Terra di alimentare la vita, infatti, sarebbe universalmente diminuita»”
La quantità di fuliggine e ceneri sospese, alzate dall’impatto e dagli incendi successivi, oscurerebbe il Sole di sicuro per mesi, forse anche per anni, sconvolgendo i cicli vitali”.

Complimenti per la reazione vulcaniana, io a questo punto stavo leggendo cercando di non piangere.

A tutto questo si può reagire in due modi:

  • che bella la vita, ogni secondo è un dono, gioia, gioia, giubilo, felicità.
  • nel mio.

Già pensavo che l’esistenza del singolo fosse priva di significato ed ho cercato, in tutte le scelte della mia vita, di allontanarmi più possibile dal dovere per cercare solo il piacere. Non intendo i piaceri sfrenati, le orge e chissà cosa: solo lo stare meglio possibile, tentando di allontanare tutti quegli obblighi sociali che pervadono le vite di tutti. Dal cenone di Natale al procreare.
Ho sempre creduto nell’evoluzione personale ed ho anche sempre pensato che dall’evoluzione del singolo anche l’umanità tutta, un passo alla volta, migliori a sua volta.
Ho sempre anche creduto che l’estinzione per mano umana (quella alla Fallout) non sia un destino segnato: proprio grazie all’evoluzione dei singoli esseri umani si può arrivare ad evitare funghi atomici e simili.

Quanta ingenuità. Una volta appurato che la nostra estinzione sarà quasi certa, perché prima o poi uno di questi planetoidi ci cadrà pur in testa… a che serve il miglioramento collettivo? E quello singolo? A che pro sperare in un futuro, o in un qualsiasi cosa che non sia l’egoistico qui e ora?

Indeed.

Abbiamo trasmesso: primo esperimento di pensieri random da Kaiju.
Oggi erano planetoidi, domani chissà.

Ed ora andiamo a friggere l’Asiago, che l’esistenza è frivola e sfuggevole quanto vogliamo ma la fame è fame.
Go, go, go!

Come ogni volta che mangiamo fritto, inizia ad allenarti che lo sai come va.

Ho rubato la ricetta ad Apriti Sesamo e mica adesso: era luglio. Da luglio questo Asiago è rimasto nel freezer, infarinato e pronto per essere gettato nell’olio.
Non c’è bisogno però di tenerlo per davvero 4 mesi a ghiacciare: 8 ore dovrebbero essere più che sufficienti.

Per preparare l’Asiago fritto hai bisogno di:

  • un pezzo di Asiago. Cercalo della forma più regolare possibile e spesso almeno un dito;
  • olio per friggere. Come sempre, ti consiglio di usare l’olio extravergine di oliva e non quello di semi: è più leggero e soprattutto è praticamente impossibile da bruciare. Per noi che sbagliamo più che volentieri, incontrare meno difficoltà è cosa gradita;
  • farina e un foglio di carta da forno.

Intanto le presentazioni: ecco l’Asiago.

Nonostante i consigli che ti ho dato più sopra, il mio pezzo non era affatto omogeneo. Spesso un dito da una parte, quasi invisibile nella parte finale. Ma questo avevo e con questo mi sono arrangiata.

Avvolgilo in carta da forno e mettilo in freezer per 4 ore.

Esaurito questo tempo sciacqualo bene in acqua fredda, poi infarinalo in ogni suo lato.

Mettilo in freezer, sempre avvolto dalla stessa carta da forno, per altre 4 ore.

Si tratta di una frittura ad immersione, quindi riempi la padella (o il wok o il pentolino o boh) che usi per friggere e comincia a scaldare l’olio. Fiamma media.
Fai la prova con un po’ di farina: se la cacci dentro ed inizia a friggere, l’olio è pronto per accogliere il formaggio.

Preleva l’Asiago dal freezer e molto delicatamente posalo nell’olio.
Attenta alle dita e, se come me sei scema ed hai riempito troppo il padellino, fai un passo indietro quando sarai costretta a lanciarlo per immergerlo in modo definitivo.

Il formaggio dovrà friggere per 3 minuti MASSIMO e dovrai girarlo una volta sola.
Non prolungare più di tanto la cottura perché è formaggio: si scioglie, dopo un po’.
Se dico 3 minuti massimo, intendo proprio questo, alla lettera.

Dopo che l’hai girato una volta usando un paio di palette, conta 30 secondi, poi tiralo fuori.
Non usare la pinza per tirarlo fuori: si spappolerebbe.
Non posarlo su carta assorbente: il formaggio con ogni probabilità ci si attaccherebbe sopra. Così niente olio in eccesso, ma addio anche a tanto prezioso Asiago.

Ecco l’aspetto del mio:

Ed ecco una versione tagliata, dove si vede che il formaggio c’è pure se cerca di nascondersi:

Basta per cenarci? È piuttosto pesante. Io ci ho accompagnato un paio di gamberetti sempre fritti, perché volevo che il mio fegato si rendesse conto che gli scansafatiche non sono ben accetti, da queste parti.

Ciao e buon appetito!